Giuseppe Anastasi, dai bambini la lezione più bella

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Autore di tanti successi di Arisa, anche vincitrici di Sanremo, docente al CET di Mogol, continua il suo percorso cantautorale con “Torneremo a scuola” in cui omaggia tutti i bambini che stanno affrontando le difficoltà legate al Covid

Il 19 marzo è uscito il tuo ultimo singolo “Torneremo a scuola”, un modo per descrivere quello che sta avvenendo nella nostra quotidianità con gli occhi dei bambini.

Sì, è prima di tutto un omaggio ai bambini che si stanno comportando in maniera straordinaria in questo periodo difficile. Certo, si stanno anche un po’ impigrendo con tutte le ore a casa, con le tentazioni di videogiochi, TV e telefonini. E’ un omaggio alla situazione che stanno vivendo, alla DAD [didattica a distanza] che non insegna nulla di particolare, ma che è una necessità in questo momento, ed è una canzone anche dedicata ai genitori che stanno in DAD assieme ai figli, cosa che sta scombussolando, speriamo temporaneamente, la famiglia. L’ho scritta assieme ad altri colleghi ed amici, Giulia Anania, Morgana Giovannetti e Daniele Coro. Stare con mio figlio mi sta insegnando che i bambini sono più forti di te, hanno più energia, ti fanno giocare, come sta facendo appunto mio figlio con me. Mi auguro che la gente non dimentichi che crescere è importante ma ricordarsi di essere stati bambini è ancora più importante. Il famoso fanciullino pascoliano deve essere sempre presente.

Questo nuovo brano è accompagnato da un video. Ce lo racconti?

Nel video compaiono tre bambini: mio figlio, Claudia e Noa. Le scene sono state girate al CET di Mogol dove insegno e trovare una scuola per le riprese è stato difficilissimo, dato che tutta l’Umbria era zona rossa. Nel video compare anche la scuola “Marymount International School” di Roma, che, all’epoca delle riprese, si trovava in zona gialla; insegno anche lì e mi hanno dato la possibilità di girare il video. Ci sono poi diverse scene girate a teatro perché i messaggi vogliono essere due: i teatranti e i teatri vuoti. Nel video compaiono le marionette perché non ci sono gli attori. Un video quindi fatto in circostanze veramente anomale: i bambini sono stati fantastici, io ho fatto finta di essere un buon maestro ed è veramente un video fatto col cuore in poco tempo, con mezzi scarsi e rispettando le normative anti-Covid. Come si vede nella ripresa dall’alto della “Marymount”, c’è un distanziamento tra i banchi di tre metri. Mio figlio era innamorato della canzone, e questo è stato un vantaggio, e in più è uscito un suo lato esibizionista perché appena finito il video ha detto “certo papà che sono un figo” e questa cosa ci ha fatto piacere [ride]. 

Ti conosciamo come grande autore, ma dal 2018 hai iniziato la carriera cantautorale con “Canzoni ravvicinate del vecchio tipo”, che ha vinto la Targa Tenco come migliore Opera prima, e nel 2020 è uscito il tuo secondo album “Schopenhauer e altre storie”. Perché, tra tanti filosofi, sei andato a scegliere proprio Schopenhauer?

Sulla copertina del disco c’è scritto ”Schopenhauer e altre storie” e in rosso delle lettere che anagrammano la parola “sperare”; dobbiamo sperare che in questo periodo assolutamente nichilista non si realizzi totalmente quello che hanno profetizzato Nietzsche o Schopenhauer stesso ne “Il tramonto dell’occidente”, anche se siamo su quella via. Schopenhauer diceva che la felicità non esiste, che esistono pochi attimi privi di dolore; io non penso questo ma vedo che c’è una società e un vivere assolutamente superficiale e questo mi fa paura in quanto papà, e ho preso Schopenhauer per questo motivo.

Ci sono brani all’interno di “Schopenhauer e altre storie” che ci danno idea dell’epoca che stiamo vivendo?

C’è “Schopenhauer” stesso che ha un testo abbastanza cupo, c’è “Scrooge” anch’esso cupo ma ho fatto spuntare una donna nel ritornello; c’è “Boia” che parla della pena di morte ed il fatto che ci siano ancora Stati in cui si applichi è allucinante. “Ancora rose” ha strofe cupe ma il ritornello esplode; “Polistirolo” tratta del cambiamento climatico, tema che avevo già affrontato in “Malamorenò”, cantata da Arisa, che era la mia prima canzone sul cambiamento climatico ma nessuno se n’è accorto, in quanto è rimasto il ritornello ma le strofe, ve lo assicuro, parlavano proprio del cambiamento climatico [ride]. “Bla bla star” è un attacco alla televisione in generale. 

Hai scritto un libro assieme ad Alfredo “Cheope” Rapetti, “Scrivere una canzone”, sulla base della decennale esperienza di insegnamento al CET di Mogol. In un passaggio scrivi che “Schopenhauer affermava che anche i pensieri, come tutte le cose del mondo, sono sottoposti alla legge di gravità”. Cosa significa?

Nel senso che quando uno scrive canzoni, parte dal suo pensiero e ha un foglio davanti sul quale cadono i miei pensieri; ma i pensieri, per trasferirsi dal foglio alle teste degli ascoltatori, devono vincere la forza di gravità. Nelle canzoni devi quindi essere chiaro nella scrittura, devi essere limpido: questo è quello che ho interpretato nelle parole di Schopenhauer.

Prima autore e poi cantautore. Quando avviene questo passaggio?

Con la paternità, in quanto ho visto le cose in maniera diversa. Non sei più tu al centro della vita ma c’è tuo figlio e quindi questa cosa mi ha fatto scrivere in maniera diversa. Il primo disco è nato perché c’erano delle cose che volevo cantarmi, e poi è arrivato il secondo disco.

Tantissime le tue collaborazioni, ma quella più importante è con Arisa per la quale scrivi “Sincerità” che vince le Nuove Proposte di Sanremo 2009. Come avviene l’incontro con Arisa e come evolve musicalmente?

L’incontro avviene al CET, Rosalba era lì come allieva. Lei cantava in questa maniera straordinaria e con “Sincerità” decidemmo di partecipare alle selezioni per Sanremo. Passata la prima e la seconda, arrivammo davanti a Bonolis che si innamorò della canzone e vincemmo Sanremo e da lì è partita tutta la carriera e ho scritto tante canzoni per lei, per un totale di tre album. Come autore ho fatto sei Sanremo: con Arisa “Sincerità” nel 2009, “Malamorenò” nel 2010, “La notte” nel 2012, “Controvento” che vinse nel 2014, “Guardando il cielo” nel 2016, e “Il diario degli errori” nel 2017 con Michele Bravi. Due vittorie, un secondo posto, un quarto posto, un Premio della Critica: insomma Sanremo mi ha sempre portato fortuna.

Ne “La notte”, brano struggente, usi termini forti. 

“La notte” è un fatto realmente accaduto nella mia vita e l’ho scritta per come l’ho sentita. Erano le tre di notte ed ero ubriaco, scrissi “stomaco – fegato – vomito” per indicare proprio lo stato in cui ero. Quando le canzoni sono aderenti alla verità, quando raccontano la verità, sincere tutto e per tutto, la gente se ne accorge in qualche modo.

La tua carriera d’autore inizia nel 2009? 

Inizia prima del 2009. Le prime pubblicazioni sono state le sigle dei cartoni animati con Giorgio Vanni: “He-Man e i Dominatori dell’universo”, poi la mia prima canzone con Baccini “Son resuscitato”, poi con Mietta, e ancora scrivevo le musiche per teatro; “Sincerità” è arrivata dopo dieci anni di gavetta tosta.

A quando un disco di riappropriazioni debite?

Non lo faccio perché le canzoni, alla fine, nell’immaginario collettivo, sono di chi le canta e va bene così. Gli autori hanno magari uno spazio minore ma lo trovo anche giusto. 

I numeri di stream non sempre danno giustizia alla qualità e alla validità del brano stesso. 

L’epoca nichilista di cui parlavo prima è fatta da algoritmi: è un algoritmo che decide molto spesso la classifica. Inutile fare raffronti col passato: viviamo in un’era nuova, come c’è stato l’uomo prima e dopo il fuoco, prima e dopo la ruota, nel libro di storia futuro ci sarà l’uomo prima e dopo Internet. Noi siamo esattamente a cavallo: io ho fatto venti anni prima e vento anni dopo Internet e chi non ha fatto i venti anni prima non ha idea di come si viveva prima, e le classifiche le fanno loro perché non sanno neanche cosa c’era prima. Ho allievi che, a parte alcuni suoni elettronici, non sanno il significato della band, l’importanza della chitarra negli anni ‘60-’70, e non mi sento neanche di condannarli perché son nati in un’era nuova. 

Un brano musicale è composto da musica, interpretazione e testo. In che maniera o misura uno dei tre fattori può essere più importante dell’altro affinché il brano diventi di successo?

Anche lì subentra la fisica e la predisposizione del nostro cervello perché sono tre elementi fondamentali e, se fatti bene, quel triangolo diventa un cerchio. Quando l’alchimia dei tre elementi è giusta diventa un cerchio e si rasenta la perfezione. Per come siamo fatti, quando una canzone entra nel nostro orecchio e manda segnali al cervello, questo decodifica prima la melodia, il testo può arrivare nei successivi ascolti. Ci sono persone che cantano una canzone da cinque anni senza averla mai capita. Con una melodia forte puoi avere anche un testo debole perché la melodia regge tutto.

Grazie Giuseppe per questa bella chiacchierata e ci vediamo per le prossime novità.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e hanno un canale su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Inoltre hanno una pagina Facebook sulla quale trasmettono in diretta le loro interviste (raggiungibile da qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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