Jimmy Villotti e il suo “Prodotto approssimativo”

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Un’idea geniale per proporre sue tre opere “approssimative”, perché grezze o imperfette. Il racconto di una carriera da musicista che ha visto tante collaborazioni, da Morandi a Carboni, da Guccini a Conte, dalla Vanoni a Capossela.

Jimmy, tre dischi inediti, che costituiscono il “Prodotto approssimativo”. Di cosa si tratta?

Durante questa pandemia c’è stato molto tempo libero per poter pensare e mi è venuta un’idea partendo da due fattori. Il primo è che questi non sono dischi ma provini fatti nel giro di tre giorni, uno al giorno, in uno studio di Bologna, che disgraziatamente feci sentire al caro amico, che non c’è più, Renzo Fantini, manager di Guccini e Conte. Renzo, ascoltandoli, disse “c’è del vero e del buono! Facciamo dei dischi!” E io: “Ma Renzo! Sono provini approssimativi!”, ma mi convinse e vennero fuori questi tre dischi che sinceramente hanno una loro dignità. Ne stampò circa seicento copie. L’altra idea mi è stata data dal prodotto “La merda d’artista” di Piero Manzoni che fece scatolette che dovevano contenere sterco, ma che in realtà contenevano cera. Ma se c’era la cera non sarebbe più stata opera d’arte. Inoltre una di quelle opere fu venduta a Londra a 130.000 sterline. Detto questo, questi tre dischi li propongo come opere d’arte. Attenzione che opera d’arte rimane tale se i tre dischi rimangono intonsi. Così li ho numerati e firmati. Se uno li straccia per aprirli non è più opera d’arte. Anche il loro prezzo di 30 euro è una provocazione. Red Ronnie mi disse di venderli a 400 euro. E’ l’idea che vince, non tanto ciò che c’è dentro: ho avuto questa idea e la difendo a spada tratta. C’è qualcuno che ne ha comprato sei, tre per tenerli e tre per ascoltarli.

Una genialata! Ma parlaci ora dei tre dischi.

Il primo disco è su Davide Lazzaretti, forte personalità dell’800. Nell’arco di cinque, sei anni, tra i vari entusiasmi che ho avuto nella vita, ho seguito lo spirito e il grande insegnamento che mi ha dato Lazzaretti, chiamato “il Cristo della povera gente”. Un personaggio che mi ha dato tanto. I suoi libri sono difficilissimi da trovare perché le sue scritture all’epoca furono bandite dalla Chiesa, perché predicavano un credo un po’ diverso dal dogma cristiano. Interpretava le scritture a modo suo. Scrissi un libro su di lui, “Va con Dio”, e ho fatto studi e ricerche. Avevo composto queste musiche per pianoforte: non sono pianista ma compongo da pianista. Questi brani su disco li andai a suonare ad Arcidosso, il paese dove Davide Lazzaretti nacque ed abitava. Quando feci questo disco a Bologna ero particolarmente ispirato, in quanto richiamano all’insegnamento del Cristo della povera gente: sono minute, sono approssimative. Un pianista vero le avrebbe suonate con vigoria, con grande partecipazione emotiva e, nel piccolo, penso di aver fatto una cosa buona e un buon ricordo per Lazzaretti. Il secondo disco è “Optional”: è una opzione, è un disco fatto in trio, ove suono la chitarra. Lo definisco approssimativo perché erano prove con due amici, Tiziano Barberi e Vittorio Volpe. Non avevo il plettro e l’ho suonato col pollice, e quindi alcune cose potevano venire bene e altre male. Quando l’ha ascoltato, Fantini ha detto “C’è del sugo, qualcosa di buono c’è!”. Il terzo disco è “Rigorosamente grezzo”. Vi racconto la storia: per un anno andavo a Milano alla domenica con Giorgio Comaschi e Giorgio Conte, a fare una trasmissione in Rai, “Quelli che la radio”, la risposta a “Quelli che il calcio”, e mi hanno detto che era una trasmissione molto seguita. Per ogni puntata scrivevo una canzone con la chitarra: ero nello studio alla Scandellara con Pecos, e cercai di suonare i 18 brani suonati nelle 18 settimane. Li ho fatti tutti di fila, con la chitarra a pizzico, cantandoli alla prima: era un prodotto approssimativo! E anche quella volta Fantini mi disse che c’era del buono. Sono venuti fuori questi tre dischi tra le mani in una condizione che per me andavano fatti meglio. 

Oltre ad essere musicista sei scrittore. Nel 2019 esce il tuo ultimo libro, “Onyricana”.

Ha una grande storia questo libro: la copertina me l’ha fatta Paolo Conte. Io e Paolo ci confortiamo a vicenda per questo tempo che passa e per questo mondo sempre più tecnologico e digitale. Noi siamo ancora analogici, io scrivo ancora con la penna e vado in giro con i taccuini. Il fatto che Paolo mi abbia regalato tante cose nella vita è come una medaglia che mi appunto al petto: ha letto il libro e mi ha detto che gli è piaciuto molto e mi ha fatto questa bellissima copertina. Il libro contiene tre sogni intervallati con mie esternazioni sul mondo che vivo, sulla quotidianità, su difficoltà che ho ad attraversare certi tipi di esperienze. E’ come un diario quotidiano intervallato da tre sogni, tra i quali quello del cavallo di bronzo. Un amico mi ha detto che con questo libro mi sono messo a nudo, e io sono così e non ho paura a buttare fuori tutti gli intestini. Non ho difficoltà ad aprire la pancia e buttare fuori tutto. Sono contento del ritmo che ha il libro: un ritmo musicale, cinematografico. Il libro passa da una parte all’altra con una facilità estrema, lessicale, ideologica, e di questo sono orgoglioso. 

I tre grandi sogni partono da qualcosa che hai vissuto veramente o sono inventati?

Nei sogni c’è sempre qualcosa della realtà che ti lega al sogno. Io sogno tantissimo, a colori: dei veri e propri film. Il cavallo di bronzo quando lo spiego non è proprio un sogno. Giorgiano, uno dei personaggi in quell’episodio, era un nome che avevo sentito qualche giorno prima a Forlì. Vado spesso all’eremo di Monte Paolo fuori Forlì, che fu la prima tappa del viaggio in Italia di Sant’Antonio. Il sogno vero era quando da Roma, con i musulmani, abbiamo portato il cavallo fino a Monte Paolo. La spiegazione del fatto è vero: penso infatti che sia veramente di Lisippo quel cavallo e che facesse parte del gruppo scultoreo raccomandato da Alessandro Magno. Doveva essere una scultura stupenda in bronzo, 25 cavalieri a grandezza naturale. 

Jimmy, oltre ad essere musicista, sei maestro e direttore artistico per la Casa della Musica di Bologna.

E’ un progetto finanziato dalla Fondazione Del Monte già da dieci anni dove gratuitamente si dà possibilità ai giovani di accedere alle lezioni. C’è anche una sala prove dove i giovani all’inizio potevano provare, formare nuovi gruppi: è stata una cosa molto stimolante ed efficace. Io per molti anni portavo lì Guccini, Morandi, Dalla, Paolo Fresu, Freak Antoni con gli Skiantos, non tanto a suonare o cantare quanto a parlare per far rendere conto ai giovani le finalità e i presupposti per i quali un artista di un certo calibro è arrivato ad un certo punto. Chi ha lasciato esterrefatti i ragazzi è stato Freak Antoni; inoltre Steve Grossman ha suonato il jazz e i giovani ascoltavano musica a cui non erano abituati. Inoltre Mauro Malavasi, Fio Zanotti. E’ stato per dieci anni un contenitore di studio, di incontri di grandi personalità con i giovani. Ora si è tutto ridotto perché gli investimenti da parte della Fondazione sono calati. 

Tante le tue collaborazioni, da Dalla, a Guccini, a Carboni, a Morandi.

Con Lucio ci sono ricordi bellissimi: grande artista, grande cantante, una musicalità fuori dal comune. In “Com’è profondo il mare” del 1977 siamo in tre chitarristi, e la parte del leone l’ha fatta Ron con l’acustica di accompagnamento. Io ho suonato in quattro, cinque brani, alla chitarra elettrica. Quel disco fu una pietra miliare non solo per Lucio. Ricordo che Guccini definì quel disco il migliore di Lucio. Con Guccini feci “Concerto” in collaborazione con i Nomadi, eravamo tutti assieme a Pavana. Quel disco fu fatto “brevi manu”: facevamo una prova prima e poi incidevamo, e non c’erano le strutture tipiche delle sale di incisione. Era fatto tutto dal vivo. Con Francesco ho suonato per cinque anni; siccome l’impresario di Francesco era Renzo Fantini, e in quel periodo conobbi Paolo Conte, lui riusciva a incastrare le date dei tour di Francesco e di Paolo affinché io suonassi con l’uno e con l’altro. Nel 1984 suonai anche nell’album di debutto di Luca Carboni “E intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film”, con la chitarra sintetica. Nel 1992 suonai anche in “Carboni” con la chitarra blues. Ricordo che Carboni venne alla Casa della Musica e ai ragazzi disse: “andai a scuola di chitarra da Jimmy per un mese e con gli esercizi che mi diede da fare ho fatto 3-4 pezzi del mio primo album”. Inoltre ho suonato anche per Morandi, in album prodotti da Mauro Malavasi, mio grande amico. Mauro in quel periodo era il riferimento per arrangiamenti per Morandi, Carboni, Dalla, Bocelli. 

Nel 1978 componi un’opera rock, “Giulio Cesare”. Perché questo nome e di cosa parla?

Quello fu un anno di prove e ho scritto tutte le partiture a mano per orchestra di venticinque persone. In quel periodo mi ero motivato perché mi sono detto “non solo gli inglesi sono capaci di fare delle cose, mo’ ci provo io”. Ho preso Giulio Cesare per la mia passione per la storia, coniando il “generale da palcoscenico”, che era una provocazione. In quest’opera rock c’era un personaggio che era un musico chiamato Marco Tarone, nome inventato, che metteva in croce Giulio Cesare dicendo “tutto quello che fai è solamente per la tua gloria, per il denaro, per essere famoso, mentre c’è un mondo che naviga nella povertà”. La parola “generale” nell’antica Roma non c’era; quando un legato o console aveva ottenuto il successo tornando a Roma faceva il trionfo, e i commilitoni lo potevano offendere perché ci stava che tu eri arrivato troppo in alto, avvicinandoti agli dei, e dovevi stare più basso. Poi il risultato è stato un fallimento ed ho dovuto vendere della roba per pagare. Una impresa titanica e questo disco è stato gonfiato in studio con gli applausi, una cosa vergognosa, un altro inciampo che mi è servito. Tutte le esperienze negative sono per me risorse. Io sono cresciuto con tutte le esperienze negative, molte volte ho risolto bene ma me le ricordo con meno amore.  Le esperienze negative sono un motore, sono linfa vitale.

Nel libro “Nient’altro che un chitarrista ambulante” parli dei tuoi esordi musicali.

Il libro è tutto vero: l’ho visto con questi occhi. Uno spaccato delle notti bolognesi alla fine degli anni ’50, inizio anni ‘60. Poi l’incontro con Marzio Vincenzi, che mi ha accompagnato nel percorso artistico. Mi ha fatto conoscere la Bologna di notte: io ero un pulcino, sapevo fare tre accordi. Noi suonavamo, ma cosa suonavamo che non sapevo ancora niente? “Be bop a lula”, “Tutti frutti” e il giro di blues e c’era un ranocchiamento che non si capiva un accidenti, era un fantastico niente elevato a potenza, come scrivo in “Onyricana”, perché avevamo un grande entusiasmo di imparare un accordo in più. Quando arrivai nei Meteors, a diciannove anni, questi avevano fatto tre, quattro dischi e avevano partecipato al Festival internazionale del rock con Jim Vincent, accompagnato dai Nero and the Gladiators, gruppo inglese. Il chitarrista di allora, che mi ha preceduto, Umberto Pizzi, mi trasmise alcuni effetti che aveva carpito vedendo questi chitarristi inglesi che guarda caso suonavano blues, perché la matrice è sempre il blues. Da lì non si scappa. Allora ero molto sprovveduto ma ho capito subito che dovevo interessarmi ad avere una cultura blues, per avere gli elementi basilari per suonare in un gruppo rock. E’ stato tutto conseguente. 

Jimmy, su cosa stai lavorando in questo periodo? Sui social hai postato una foto in cui lasci intendere che hai registrato qualcosa a Bassano del Grappa.

Esatto, il disco si chiama “Fragile”: ho composto 9 brani molto semplici perché dovevo stare lì per due ore, a suonare con persone con cui non avevo mai suonato. E’ venuto fuori un lavoro decoroso ma un lavoro fatto in 2,5 ore: erano mesi che non suonavo ed è stato importante per me. Sto scrivendo un libro, di un me che sta andando verso il deserto. I miei sono deliri, fantasie, voli da dentro. Voglio trasmettere un qualcosa che serva, non necessariamente che sia positivo perché, come detto, il negativo serve ad essere superato, ad arrovellarsi. Nel momento della flessione bisogna tirarsi su le maniche, studiare, e tirare fuori l’essere. Lo dico alle persone che stanno vicino a me e spero di trasmettere questo, fiducia e lavoro; lo dico anche a me stesso. 

Grazie Jimmy per questa bella chiacchierata.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e hanno un canale su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Inoltre hanno una pagina Facebook sulla quale trasmettono in diretta le loro interviste (raggiungibile da qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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