Johnson Righeira, quarant’anni da “Vamos a la playa”

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Con i Righeira ha portato il nome dell’Italia in Europa e nel mondo. E quest’anno festeggia i quarant’anni dalla primissima versione di un successo travolgente, vero tormentone della musica italiana. I progetti per il futuro.

Johnson, nel 2021 festeggiamo i quarant’anni dalla composizione di “Vamos a la playa”, pubblicata poi nel 1983.

Esatto, così tra due anni facciamo un’altra festa [ride]. Il pezzo è stato scritto nel 1981. Andai in una cantina di amici che suonavano per farmi aiutarmi a realizzare un demo per uno spettacolo che avrei dovuto fare da lì a qualche giorno. In cambio avevo barattato la loro partecipazione a questo spettacolo che si sarebbe tenuto a Firenze. Mi aiutarono a realizzare, tra le altre cose, anche “Vamos a la playa” che inizialmente non aveva il ritornello, ma solo parti strumentali. In quella cantina iniziai a mettere le mani “a capocchia” su una tastiera: io non so e non sapevo suonare e, istantaneamente, come per una illuminazione ultraterrena, mi venne in mente il “Vamos a la playa oh oh oh oh oh”. Subito mi piacque e certo non avrei immaginato che quell’istante avrebbe cambiato completamente la mia vita. Per questo ritengo che sia da celebrare quel mondo perché è partito tutto da quell’istante. Presentai il pezzo per la prima volta nella serata del Capodanno 1982, con questi miei amici che fecero il loro show, e ricordo che in quel capodanno a Firenze c’erano anche i Litfiba, nati da pochi mesi, con Piero Pelù con i capelli corti. Poi avvenne l’incontro con i fratelli La Bionda e la registrazione del pezzo a fine 1982. I La Bionda cambiarono l’umore del provino dato che il mio era più cupo, più new wave, che era il territorio dal quale arrivavo, per cui i due fratelli produttori la resero più allegra. Sono poi partito prima io per il militare, e poco dopo Michael [Righeira], e il brano uscì nella primavera del 1983, ed è stata la botta definitiva per il cambio vita.

Per il trentacinquesimo anniversario hai fatto uscire un cd con varie versioni del brano. Come hai intenzione di festeggiare questi quarant’anni?

Per i quarant’anni ho pensato bene di iniziare ad organizzarmi da prima, nel senso che l’anno scorso ho aperto la mia etichetta “Kottolengo Recordings”, ed ho cominciato a pubblicare il remake del demo originale, quello fatto in cantina per intenderci, perché così, riregistrandolo, avevo a disposizione le tracce per fare i remix. Infatti la cassetta originale del demo non aveva le tracce separate. La Kottolengo ha già fatto altre uscite e spero di pubblicare al massimo ai primi di luglio un album in vinile rosa shocking con il demo originale di “Vamos a la playa”, con la registrazione di quella magica notte dell’81 in cantina. Uscirà anche in versione extended e in cinque remix, e cominciamo così. Altri amici si stanno aggregando e mi stanno mandando altri remix e mi sa che mi tocca fare il volume due [ride].

Il testo di “Vamos a la playa” fu scritto da te ed ha diverse particolarità.

La lingua del pezzo era lo spagnolo, che mi piaceva perché strideva un po’ in questo panorama fantascientifico post atomico, che forse avrebbe sposato meglio l’inglese o il tedesco. A me piaceva il tocco di esotismo e di alleggerire l’atmosfera cupa descritta nel testo della canzone con l’uso dello spagnola ispirandomi a “Quando calienta el sol”. L’elettronica che avevo inserito un pochino nelle mie prime cose, qua diventa preponderante e l’idea era quella di andare avanti con canzoni da spiaggia, non tradizionali ma post atomiche. 

A rileggere il testo, esso si adatterebbe bene in un contesto più moderno.

C’è descritta una situazione che non è tanto diversa da quella che stiamo passando da un po’ di tempo a questa parte. All’epoca non me ne rendevo conto perché era tutto istintivo, ma sicuramente l’atmosfera pesante a livello di guerra fredda, tra USA e Unione Sovietica, ha un po’ influenzato l’atmosfera della canzone. Anche se il demo originale è più cupo, la canzone non era triste: ok, è esplosa la bomba, andiamo lo stesso in spiaggia e ci abbronzeremo di blu, i pesci non saranno più puzzolenti e il mare sarà fluorescente. C’era quindi una incosciente leggerezza. 

La canzone fu accompagnata da un video in cui, come del resto sulla copertina del 45 giri, siete stati visionari.

E’ l’unico nostro video. In realtà sono le riprese di una trasmissione televisiva, forse olandese, che negli anni, vox populi, è diventato il video di “Vamos a la playa”. Avevamo al polso i walkie talkie che sembravano una anticipazione dei moderni smartwatch o TV da polso. Erano stati comprati in un negozio di giocattoli. Anche la copertina del 45 giri, fatta da nostri amici che avevano uno studio fotografico, era tutta disegnata dato che i computer non c’erano ancora e, se vedete, sembra che stiamo guardando una TV LCD. Tutto è stato involontario da parte nostra e da parte delle persone che stavano attorno a noi, con cui interagivamo per realizzare le cose che stavamo facendo. 

Questo successo travolgente vi coglie mentre svolgevate il servizio militare in caserma.

Non era affatto divertente, perché usavamo le licenze a disposizione per andare a partecipare a programmi televisivi. Non eravamo molto lontano da Torino e usavo i permessini per tornare a casa, ma le licenze le usavo per le promozioni televisive. Arrivammo in una situazione in cui si stava realizzando un sogno, neanche ci credevamo, ma poi il giorno dopo tornavamo nella realtà all’interno della caserma dove tutto ci riportava in una realtà completamente diversa. Fu una cosa tutto sommato stressante, tant’è che io sbroccai un attimo e riuscii a sfangare l’ultimo mesetto e mezzo, con un po’ di creatività [ride].

Quante versioni esistono di “Vamos a la playa”?

Quante ce ne sono non lo so, ma penso decine. Io tempo fa le collezionavo, devo rimettermi a farlo, perché è divertente, e poi è pazzesco che esistano veramente, che una tua canzone sia diventata una cosa rifatta da un sacco di persone: è curioso e strano. Ricordo comunque la versione degli Statuto, dei Montefiori Cocktail, quelle che sto facendo io adesso tra un po’ saranno una ventina. I Flaminio Maphia, hanno imitato le nostre voci in un modo incredibile; anche Ivan Cattaneo, caro amico, col “Righeira Medley”. All’estero ricordo la versione degli Ace of Base, una versione polacca, ma l’hanno fatta anche in Germania; in America la fecero i Bose in una versione col vocoder. 

Parlaci della tua nuova etichetta discografica, la Kottolengo Recordings.

Era una idea che avevo da tempo. Durante il lockdown avevo appena affittato una casa in campagna a trenta km da Torino e ho deciso di restare lì, trovando la dimensione di cui avevo bisogno, e ho cominciato a svegliarmi di mattina alle 8:00, 8:30, come ai tempi della scuola. Ed è in quel contesto che è nata l’etichetta. Siccome a Torino da dove abito vedo il cottolengo, e siccome in torinese “cuttu” è sinonimo di pazzo, folle, allora ho pensato che, sia per motivi toponomastici che per motivi concettuali e progettuali, il nome si adattasse bene alla mia etichetta. Ho scelto di introdurre la K per distinguersi e per dare il tocco alla Skiantos, alla punk, che fa parte della mia formazione musicale. Adesso sono più concentrato sul quarantennale ma stiamo già lavorando a cose inedite di altri personaggi molto interessanti, che sono sempre in una cifra elettronica, vicino alla dance, con molto pop all’interno, perché il pop è la mia cifra.

Come avvenne l’incontro con Michael con cui fondaste i Righeira?

E’ stato molto semplice: io sono stato bocciato in seconda liceo e sono finito in classe con lui, e da quel momento siamo diventati inseparabili per molti anni. Fummo noi a chiamarci fratelli, con una citazione ispirata al futurismo di Marinetti. Nauseati dal nostro banale rapporto di amicizia avevamo deciso di diventare fratelli. Righeira deriva dal mio cognome Righi, brasilianizzato in prima liceo, prima di conoscere Michael, durante l’ora di educazione fisica, quando giocavamo a calcio. Lì diventai Righeira, ispirandomi ai nomi brasiliani del calcio, ma forse anche dal fatto che da bambino mio padre ascoltava jazz e bossanova che, brasiliana, è un genere che fa parte del mio DNA.

“Bianca surf” (1980) segna l’inizio della tua carriera. E nel disco suonano anche gli Skiantos.

Sì perché quando facevo la fanzine punk li avevo conosciuti e quando si trattò di fare il primo disco riuscii a farli suonare. C’è anche una versione di “Bianca surf” fatta con Freak Antoni. Sono due i personaggi che sono stati fondamentali nella mia esistenza musicale, anche da un punto di vista umano. Uno era Freak Antoni e l’altro era Maurizio Arcieri, dei Krisma. Quando facevo la fanzine punk, andai a trovare i Krisma nel 1978 e Maurizio mi comprava cinquanta copie che mi davano quelle dieci mila lire per il numero successivo. Parliamo di altre storie e altri tempi e pensa quanto io possa essere legato a questi ricordi e personaggi. Sono due giganti della musica italiana che neanche dopo la morte hanno avuto la riconoscenza che meriterebbero. Sul retro del 45 giri di “Bianca surf” compare per la prima volta Michael, perché il brano lo feci da solo in quanto lui non era ancora convinto a partire. Quando feci qualche spettacolo underground nei piccoli club, chiamai Michael con me. Egli faceva parte dello staff, mi aiutava, ma cantavo io. E nel retro di quella copertina c’è la certificazione di quello che stava avvenendo nel frattempo. Conosciuti i La bionda, stavamo fisiologicamente diventando un duo.

Nel 1983 la consacrazione con “No tengo dinero”.

Anche quel brano era in spagnolo in quanto, dopo “Vamos a la playa”, sembrava quella la nostra cifra stilistica, che usammo quindi anche in canzoni successive. Nel 1984 “Hey Mama”, un brano che amo tantissimo, uno dei pezzi ai quali sono più affezionato, un vero delirio. E’ probabile che appena si tornerà a girare ne preparerò una versione live. “Hey mama” è un pezzo il cui testo in origine era diverso, molto visionario sulla allora nascente cultura hip hop, per cui usammo con una certa dose di ironia tutti i luoghi comuni e modi di dire, come “baluba”, “mozambo”, ispirato alla Zulu Nation di Afrika Bambaataa in modo abbastanza criptico.

Nel 1985 un altro tormentone, “L’estate sta finendo” che esce prima dell’estate.

Se usciva a settembre, a ottobre era già finita l’estate [ride]. Era un pezzo estivo e doveva quindi uscire prima dell’estate. E’ andata abbastanza bene. E’ una canzone sul tempo che passa, sulla paura di crescere, focalizzata nel momento della fine dell’estate che, quando si andava a scuola, era il momento in cui iniziava il nuovo anno scolastico e ti lasciavi alle spalle l’estate e la spensieratezza. E’ la stessa paura di crescere che ho tuttora nonostante abbia una certa età. Quella canzone la scrissi prima di “Vamos a la playa”, a vent’anni: c’era l’inquietudine e la paura di crescere di un adolescente, ma nella mia vita in realtà ho fatto di tutto per crescere meno possibile. Rimanere “Bambini forever” come il titolo di un nostro album, con in copertina Eva Robin’s fotografata, all’interno del disco, mentre ci allatta: volevamo fare una bischerata e allo stesso tempo dare un messaggio di cui nessuno si è accorto ma che per noi era importante. Tornando a “L’estate sta finendo”, è usata anche come coro da stadio: è partito tutto a L’Aquila, poi è esplosa a Napoli e poi è dilagata grazie ai social anche all’estero, ed uno dei casi più clamorosi è quella di Liverpool. A proposito di tormentone, io so che l’anno in cui uscì “Vamos a la playa”, l’enciclopedia Treccani inserì il termine “tormentone”, anche se in realtà i tormentoni c’erano già: erano le canzoni anni ‘60 di Edoardo Vianello, Peppino Di Capri, Gino Paoli, Piero Focaccia, quelli erano veri tormentoni. Noi abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di scrivere almeno un paio di tormentoni che sono diventati evergreen. Quando ho iniziato da ragazzo, quando mi ispiravo agli anni ‘60, sognavo di fare delle canzoni che potessero rimanere negli anni, e chi l’avrebbe detto che l’avremmo fatta.

Nel 1986 la vostra partecipazione a Sanremo con “Innamoratissimo”.

Ci hanno voluto a tutti i costi, ma forse non eravamo pronti: in quel momento eravamo le galline dalle uova d’oro e ci facevano correre. Non avevamo acquisito quella professionalità che ci permetteva di poter affrontare le situazioni di grande pressione. Arrivammo a Sanremo impreparati, la canzone venne definita all’ultimo ma, nonostante questo, abbiamo fatto la nostra porca figura, con una tre giorni di delirio totale. L’ultima cosa veramente grande che abbiamo fatto.

Siete sempre usciti fuori dagli schemi, con le vostre canzoni e il vostro look.

Gli anni ‘80 hanno avuto una certa estetica. Noi abbiamo dato una botta di colore come segno della creatività di quegli anni, invece dei grigi e neri dei dark. Noi avevamo un aspetto mediterraneo, meno oscuro, perché era il nostro modo di essere, eravamo così. Gli anni ‘80 sono stati un periodo pieno di idee, con le quali anche oggi ci stiamo confrontando, non solo a livello musicale ma anche artistico. Periodicamente c’è sempre un ritorno alle cose anni ‘80 che hanno espresso tantissimo in molti ambiti. Un decennio molto prolifico.

Nel 2007 l’ultimo album “Mondovisione”. C’è la speranza che i Righeira possano tornare assieme?

Allo stato attuale non credo proprio, anche perché negli ultimi anni non c’era lo spirito Righeira che, come forse si può notare con la Kottolengo Recordings, io invece ho ritrovato. Da quando sono tornato solista, negli ultimi anni ho acquisito ahimè anche, non volendo, una certa maturità e sono tornato ad una consapevolezza di quello che era il mio stile espressivo. Non posso scappare da me stesso.

Grazie Johnson per questa bella chiacchierata e attendiamo l’uscita del vinile rosa celebrativo per questi quarant’anni dalla nascita di “Vamos a la playa”.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e hanno un canale su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Inoltre hanno una pagina Facebook sulla quale trasmettono in diretta le loro interviste (raggiungibile da qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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