Gregor Ferretti, un poeta per i testi della PFM (Premiata Forneria Marconi)

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Coautore, assieme a Franz di Cioccio, dei testi di “Emotional Tattoos” (2017), ultimo album della PFM. Nell’intervista il viaggio artistico di un poeta: dal CET di Mogol, all’incontro con Dalla, a “La divisione aritmetica”.

Gregor, nel 2014 esce il tuo album “La divisione aritmetica”. Come avviene la genesi di questo disco?

Nasce dall’incontro tra la poesia e la canzone, con l’ambizione di portare il teatro-canzone, di far incontrare la poesia pop e la canzone pop in un contenitore ispirato al mondo onirico del circo di Federico Fellini, fatto di bolle di sapone, di acrobati, che abbiamo portato avanti con Olindo l’elefante, il simbolo del Tour de “La divisione aritmetica”. Un disco di denuncia che tratta dell’allontanamento tra le persone, che dipinge le figure grottesche dell’uomo contemporaneo in preda a questa corsa frenetica contro il tempo, che trasfigura questi uomini e li fa diventare delle figure un po’ oniriche, come quelle che disegnava Tonino Guerra per Fellini, che hanno perso la loro parte più umana. Questo incontro tra poesia e canzone è una sfida per me per portare a galla le cose che sentivo profondamente. Un disco dedicato alla mia terra, la Romagna. 

Oltre al tour anche un mini concerto con Omar Pedrini nel gennaio 2015 al “Bravo Caffè” di Bologna.

Con lo zio rock Omar Pedrini! Io mi sono pagato gli studi lavorando a Bologna, sotto le Torri, al Caffè Zamboni: la mattina studiavo Lettere e Filosofia e la sera andavo alla cioccolateria. Ricordo me con il basco e lo sciarpone che giravo in bicicletta e passavo davanti al “Bravo Caffè”. In quel concerto Bologna mi stritolò di amore e affetto: vivemmo un momento bellissimo, molte persone non riuscirono ad entrare, e cantammo fino all’alba con chi non aveva trovato posto.

Nell’album anche una canzone drammatica, “Portuale”.

Una canzone che ho scritto con la voglia di dare voce agli ultimi, nel mio piccolo. Quando tornai da Bologna andai a lavorare al porto di Ravenna per concludere gli studi e, nella prima ora di lavoro del primo giorno di lavoro, Luca Vertullo, di 22 anni, perse la vita nel traghetto Ravenna-Catania mentre stavamo ancorando i camion nel fondo della nave con chiavi d’acciaio e catene. Io purtroppo ho vissuto questo momento e ho deciso di dedicare a Luca questa canzone e successivamente anche il videoclip che doveva essere un piccolo scherzo; poi, inaspettatamente, questa canzone, così come anche il videoclip, con il passaparola ha permesso a me e a Sandro Mazzanti, il regista, di ottenere importanti riconoscimenti. Un giorno mi chiamò Pupi Avati che aveva visto il videoclip; un’altra volta suona il telefono ed era il Ministro per il Lavoro Cesare Damiano che aveva visto la canzone e soprattutto perché, senza saperlo, cominciai a ricevere foto di cancellate di porti d’Italia in cui c’erano le parole di “Portuale” in segno di protesta. La terza telefonata fu quella del rettore dell’università di Bologna. Stavo preparando una tesi su David Linch e mi disse che voleva che io facessi la tesi su me stesso, e la tesi divenne “Portuale” di Ferretti. La quarta fu Sandro che mi chiamò dicendomi che avevamo vinto il premio videoclip italiano. Nel concorso c’era Caparezza, c’erano i Negramaro, Giusy Ferreri, e questo piccolo romagnolo, con una canzone prodotta in cantina con 50 euro, vinse! Siamo stati a Musicultura.

Nel 2017 esce “Emotional Tattoos” della PFM.

Sono tatuaggi emotivi. Ho avuto il piacere di fare tanti concerti in diversi palchi italiani, e di duettare con grandi artisti, e persone che mi volevano bene come pubblico e gruppo di lavoro. Non mi aspettavo di aprire la PFM a Bologna e a Milano. Sono stati momenti belli. Facevo le bolle, avevo il naso rosso, il rapporto col tempo si è compattato e un giorno Franz mi ha chiamato e mi ha fatto sentire delle canzoni proponendomi di scrivere assieme dei testi, per un disco che la PFM avrebbe presentato al pubblico dopo quattordici anni di assenza di inediti. Io sono rimasto molto lusingato e dissi a Franz di provare a comporre assieme una canzone e questa fu “Mayday” che tratta un tema importante, quello del surriscaldamento del pianeta. Successivamente, piano piano, a quattro mani, abbiamo scritto questo disco assieme, di cui sono molto orgoglioso. Quel disco ha fatto sì che la PFM portasse in giro un bel tour tanto da vincere poi un premio importante come miglior band Prog UK. Da lì il rapporto si è stretto molto. Sono stato autore degli undici brani in italiano, tra cui “Quartiere generale”, con un genere musicale molto raffinato e forte che porta la metrica al limite dell’esplosione. Un brano di denuncia, quanto mai attuale, che presentammo il 29 settembre in piazza a Modena, con tantissima gente. Al soundcheck, vedendo la scaletta, notai che “Quartiere generale” era terza, dopo “La carrozza di Hans”, e “Impressioni di settembre”. Dissi a Franz “Ma sei sicuro?”, e lui mi tranquillizzò dicendo che sarebbe andata benissimo, e così fu.

Non solo musica, non solo testi, ma anche poesia. 

Chi è venuto ai miei concerti sa che “La divisione aritmetica” iniziava con la mia voce fuori campo che raccontava quando ho iniziato a scrivere. Avevo 8 anni e andai da mio padre, romagnolo, macellaio, cacciatore, interista e comunista: aveva tutti i vizi [ride]; con il quadernino in mano dissi “Babbo io ho scritto una poesia”. Lui mi guardò con gli occhi buoni e in dialetto romagnolo mi disse “non lo dire a nessuno che siamo rovinati”. E così cominciai. In una canzone inedita che parla di mio padre dico “babbo non sono certo il figlio che volevi, tu con il fucile e io con le canzoni”. Mio padre l’ho fatto sudare parecchio. La poesia è arrivata come una epidemia, una febbre, come qualcosa che non si spiega. All’inizio ho provato a combattere la poesia, ma poi ho detto a mio padre “sono nato così, non posso farci niente”, e lui capì. Dentro provai un senso di grande liberazione in una infanzia rurale, contadina, non molto agiata, a ridosso del porto industriale, dove la terra viene strangolata dalle braccia del porto. In una dimensione industriale c’era questo lumicino che si era acceso, che era la poesia, che quando arriva ti sconvolge la vita e non puoi fare niente. Ho iniziato a scrivere e ho avuto grandi maestri, come Tonino Guerra, Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti, che torturavo per capire se stavo perdendo tempo col quadernino. Ebbi il piacere di avere una grande adesione da parte dei grandi. Nella prima raccolta, “Conflitti postumi”, misi assieme tutto questo materiale che comprendeva poesie che scrissi molto prima. All’interno c’erano poesie, quasi canzoni e canzoni. 

Che differenza c’è tra poesia e canzone? 

Probabilmente la poesia usa un linguaggio dove non viene esplicitato ciò che avviene realmente, mentre la canzone ha bisogno di un background più popolare, deve essere più facilmente capibile. A volte nella canzone l’ermetismo è in potenza creativa, a differenza del concetto legato alla poesia che lascia più una possibilità e delle chiavi di lettura diverse perché vive di linguaggio e di concatenazione metrica ma non vive all’interno di un contesto musicale e armonico, e il testo, come dice Giuseppe Anastasi, non viene assimilato facilmente. C’è chi canta tutta la vita una canzone e non sa di cosa parla mentre la melodia arriva subito. Il testo della canzone deve essere più chiaro, deve poter essere più diretto. Anastasi, oltre ad essere una persona eccellente come autore e cantautore, è eccellente umanamente e lo è dal punto di vista della coerenza, lui è le sue canzoni e viceversa. Dopo c’è stato “Alfabeto della terra e altri canti”, libro importante, con il quale ho vinto alcuni premi nazionali importanti e in cui sia la copertina che la postfazione sono stati realizzati da un grandissimo amico che è Alfredo Rapetti, Cheope, autore di grandissime canzoni. “Alfabeto” è un lavoro sull’alienazione, una denuncia sociale bella e buona, che vuole essere il manifesto di una poetica, di un uomo che ha deciso di spezzare la gabbia del silenzio e vive liberamente in anarchia la sua vita seguendo le regole dettate da qualcosa di inspiegabile e che ti trascina nella vita come pietre in un fiume.

Due incontri importanti nella tua vita: Mogol e Dalla.

Giulio [Rapetti, in arte Mogol] posso dire che non mi voleva mai in squadra con lui, quando giocavamo a calcio, perché vuole sempre vincere [ride]. Mi diplomai al CET di Mogol come autore e compositore ed ebbi la fortuna di incontrare persone straordinarie che mi hanno cambiato la vita. Una di queste era Giulio. Mi ha dato gli strumenti per mettere a fuoco e domare l’incendio che avevo dentro. E’ importante studiare ma non è mai abbastanza. Nessuno può insegnare ad un altro a scrivere canzoni ma può aiutarlo a mettere a fuoco il suo universo, il suo io, e Giulio, Cheope, Anastasi, mi hanno dato gli strumenti, così come anche altri nel tempo, come Lucio Dalla. La motivazione è niente senza lo studio approfondito e maniacale della metrica e dell’armonia, preso con la dose di leggerezza, perché la canzone è un atto terapeuta. L’incontro con Dalla: che ricordo! Una settimana prima avevo litigato con la mia famiglia per il vizio delle canzoni e mi ero trasferito a Bologna per fare l’università. Mi sono detto “sono a Bologna, adesso vado da Dalla a chiedere se sto perdendo tempo”. Per circa un anno gli ho suonato il campanello. Un giorno lui esce fuori da Piazza Celestini, aveva un pentolino e guarda giù verso di me dicendomi “Sei ancora tu?”, e io “Maestro…”, e lui “se cominci così inizi male che maestri non ce ne sono”. Mi fece salire per il pranzo e mi chiese cosa volessi da lui. Alla fine mi sono trovato nello studio di Lucio dove abbiamo scattato una foto [presente sul sito di Gregor] e io gli dissi “Veramente avrei scritto una canzone per Morandi, “Bambola” e vorrei darla”. Lui mi guardò e mi disse “vedi che sei un romagnolo, sei un patacca, mi sembrava strano che un romagnolo fosse timido come te. Fammi sentire la canzone”. E lui, mentre uscivo, mi accompagnò personalmente e mi disse “comunque la canzone a Morandi non gliela dò perché tu devi cantare le tue cose. Se non hai intenzione di farlo non venirmi a rompere i coglioni”. Tornai da Lucio provando a cantarla, e l’ultima volta che lo vidi fu in occasione di “Portuale”. Una cosa che non dimenticherò era che quando lo guardavo vedevo una grande coerenza nell’uomo, nell’artista e nelle cose che scriveva, non mi meravigliava che avesse scritto le sue canzoni. Il primissimo a invogliarmi a cantare fu Mogol. Io avevo un modo di cantare le canzoni che andava bene. Dalla mi spronò a fare le musiche, a mettere le mani sul pianoforte, poi arrivò Renzo Fantini, produttore di Conte e Capossela. Purtroppo Fantini morì e mi trovai col produttore Luciano Titti che ha prodotto poi “La divisione aritmetica” con il quale abbiamo provato quel famoso Sanremo Giovani dove incontrai Renzo Rubino. L’etichetta della PFM ha terminato poi di produrre il mio disco. 

Su cosa stai lavorando, Gregor?

Non voglio spoilerare troppo ma fra un po’ di tempo ci sarà una bellissima novità. Sono in una fase in cui sto portando avanti due strade in parallelo, una è l’attività dell’autore ed una del cantautore. Ho un disco come cantautore praticamente con la pre-produzione avanzata che aspetta solo di uscire: non l’ho fatto ancora perché credo ci sia un momento giusto nelle cose, che si debbano allineare tante cose, perché come dice Anastasi “le canzoni sono come figli e ci vuole un tempo tecnico nelle cose”. Presto quindi ci sarà un disco con un Gregor molto diverso da quello che avete conosciuto, sempre innamorato profondamente dalle grandi storie della vita. Un disco diverso, più contemporaneo: ho cambiato molto il modo di scrivere perché l’attività di autore per altri, di sartoria, mi ha fatto crescere molto umanamente e ringrazio gli artisti con i quali ho avuto la possibilità e privilegio di collaborare, e cito Franz che mi dice sempre che è importante andare con la mano sinistra nell’altra tasca e sperimentare, per non fare quello che sappiamo fare, per non ripetersi. Il cantautore può correre il rischio di ripetersi e rimanere nella sua nicchia. 

Grazie mille Gregor per questa bella chiacchierata.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e hanno un canale su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Inoltre hanno una pagina Facebook sulla quale trasmettono in diretta le loro interviste (raggiungibile da qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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