La nostra terra fondata dal vento, tra i fragni e i fichi

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Editoriali


Fondata dal vento, tra i fragni e i fichi. Potrebbe essere questa la descrizione brevissima della Valle d’Itria, perché racchiude l’essenza stessa della città, della sua storia, che è un intreccio inestricabile di natura e lavoro, di economia e cultura. Stratificata a zolle la nostra memoria funziona a intermittenza e solo quando stimolata nei punti giusti mostra la sua ineguagliabile bellezza. Come le specie di orchidee che fioriscono sulle murge, o negli iazzi della Pianelle.

Cavalli murgesi sotto un fragno, in Valle d’Itria

All’origine di tutto c’è il vento: Martina Franca e le sue colline, la Valle d’Itria, sono esposte ai venti dello Jonio e dell’Adriatico, non c’è giorno senza che ci sia il vento. E il vento ha portato semi e ha portato la vita, ma serve anche per far asciugare i nostri capocolli, per impollinare i nostri boschi, perché siamo luogo in cui il meticcio fonda la propria dinastia.

È proprio nel passaturo che nei pressi della Masseria Pianelle si allunga verso il famoso albero del capitano, che Angelo Costantini spiega ai giornalisti ospiti del press tour organizzato nell’ambito del progetto Vieè Valle d’Itria, in collaborazione con la cooperativa Serapia, l’agenzia di viaggi Kupenda e il Park Hotel San Michele le origini di questo gigante verde che popola i nostri boschi. È l’albero che custodisce l’essenza di Martina Franca. “Il fragno arriva dai balcani. Il suo legno è pregiatissimo perché raggiunge temperature altissime e le mantiene“. E il fragno arriva dal vento, arriva dal mare, e si radica tra le pietre calcaree e la terra rossa. È la quercia troiana, arriva da oriente. Grazie ai boschi di fragni e lecci si sviluppano presto carbonaie, invenzioni umane per produrre e conservare energia. Le pietre, quelle grigie con le quali costruiamo muretti a secco e trulli, che quando le spacchi sono bianche, se le cuoci ad altissime temperature producono calce, che imbianca e sfavilla, che tinge le case e le purifica.

È l’ecosistema naturale, sono le nostra fondamenta fatte di pietra e di legno. Nei nostri boschi pascolano da millenni greggi e mandrie Le abbiamo sempre allevate. Dalla lana si produceva un tessuto particolare, a Taranto, e chissà se le eredi di quei greggi che vivevano tra il Mar Piccolo e le Murge non siano quelle che ora popolano le masserie. In quella delle Pianelle il latte si trasforma in un caciocavallo stagionato in grotta che sa di antico e di moderno.

Mucche della masseria Pianelle

Il tour prosegue verso Masseria Tagliente, che si incastona nel cielo, a guardia dello strapiombo verso il Golfo di Taranto. Una masseria ottocentesca, che sembra di essere nella California di Zorro, con le mandrie di cavalli neri, i murgesi, discendenti da Nerone, uno della santissima trinità dal crine scuro, che con Araldo delle Murge e Granduca hanno dato origine alla razza resistente, la cui leggenda narra che portò in salvo Napoleone dalla Russia. I cavalli passano e ripassano dai boschi alla foggia per bere e poi vengono a vedere chi sono gli ospiti, padroni dell’aia. Il Golfo di Taranto si vede tra la foschia, riconoscibile dal mare e dallo stabilimento siderurgico. Mentre si prende il rosolio nel salone del piano nobile, all’orizzonte si vedono le Frecce Tricolori che omaggiano il gran premio dei catamarani. Noi siamo qui, però, al fresco delle murge, mentre mangiamo bocconotti e beviamo vino dolce.

Masseria Tagliente
Cavalli murgesi discendenti di Nerone, alla masseria Tagliente
Frecce Tricolori

È la complessità la chiave di tutto” spiega Paolo Belloni, mentre indica la macchia mediterranea che cresce in un punto qualunque dei suoi Giardini di Pomona. A Figazzano, tra Martina Franca e Cisternino, sorge questo conservatorio botanico straordinario, paradiso di frutti antichi, che conserva oltre 600 specie diverse di fichi. Le distese di pascoli e boschi delle murge hanno lasciato il posto a lame e colline coltivate da centinaia di anni, la terra divisa quasi perpendicolare dai muretti a secco. Anche qui tutto è fondato dalla legna e dalla pietra, dalle piante e dalla terra. Non c’è altro: il lavoro dell’uomo è servito solo a sistemare un poco della complessità, a trarne vantaggio, con il solo limite della fatica. Da quanto è stato trovato il modo di lavorare senza fatica la terra ha iniziato a soccombere.

Paolo Belloni

Quello che fa muovere il mondo è la ricerca della sopravvivenza di figli” spiega saggio il botanico che da decenni protegge e cataloga le piante. La rivelazione sta tutta qui: è il fragno che produce il caldo per cuocere le pietre e farne calce. È la legna che affumica il capocollo di Martina Franca, il vin cotto che serve per massaggiare questo antico regalo che ci hanno fatto i longobardi, retaggi antichi di carne, o di pietra, quella lunga ferita che chiamiamo “ringo“. La storia passa e lascia tracce, bisogna saperle cogliere e mettere insieme i pezzi. Il viaggio dei giornalisti tra tanti panorami diversi è un rebus personale che va composto. Ognuno vede solo quello che conosce ma chi non conosce nulla ha il dono di vedere più degli altri, perché si sorprende di qualunque cosa. È qui forse il segreto di Paolo Belloni, e questo sarà il valore aggiunto del progetto Vieè Valle d’Itria.

Press tour Vieè Valle d’Itria

Se finora è stato il fragno il re antico su cui tutto si fonda, Belloni presenta un degno erede, più dolce e sensuale. È il fico. L’albero cresce strafottente e strafottendosene di tutto e di tutti. Può crescere nel cemento, offre i propri frutti in maniera generosa. Questi possono essere conservati e fornire calorie nei tempi di magra. Sono straordinari, sono il segno del Mediterraneo, sono un dono. Sono così generosi che alcune specie portano due volte il frutto. Fioroni e fichi. Tra fichi e alberi da tutto il mondo è custodito qui, nel cuore della Valle d’Itria, un discendente di quell’albero di cachi di Nagasaki che è sopravvissuto all’olocausto nucleare.

Cachi di Nagasaki ai Giardini di Pomona

Di quale altro segno ha bisogno l’uomo per comprendere che bisogna guardare all’albero per rifondare una società più giusta, il cui confine non termini con i limiti di provincia, ma coi limiti della distruzione? Scoprirsi parte di un ecosistema complesso, che si sviluppa senza utilità ma solo per amore degli uni verso gli altri. Il fragno insegna senza sosta, è meticcio, è straniero, è la nostra radice, è il nostro tetto. L’uomo che abitava le murge ha usato quello che ha trovato e ha trasformato questo posto in un paradiso, un giardino incantato, dove ad ogni curva il cuore sussulta. Abbiamo fatto tanto con pochissimo e ora con tantissimo non riusciamo a concludere nulla di speciale. Ci arrotoliamo in un presente senza ossigeno in attesa che cambi qualcosa, mentre i boschi sono lì, pronti ad insegnare: ogni albero un maestro, ogni pietra è una storia. D’altronde basta guardare alla nostra dieta. Una tavola imbandita come ad un matrimonio, ma con ingredienti poverissimi. Patate, melanzane, un po’ d’olio. Ci possiamo concedere un pezzo di coniglio, una mozzarella, una fetta di capocollo. Ma quante magie si possono fare con olio e pomodoro?

San Martino – masseria Tagliente

Vediamo solo quello che conosciamo e spesso diamo per scontato quello che ci circonda. Serve lo sguardo dell’altro per vedere la bellezza e a volte serve perdersi come viaggiatori per le strade che ci hanno visto crescere.

Il press tour è stato organizzato nell’ambito del Finanziamento ricevuto 99.500€ | PSR PUGLIA 2014/2020 misura 16 – Cooperazione, Sottomisura 16.3 – Operazione 16.3.2 “Creazione nuove forme di cooperazione per sviluppo e/o commercializzazione servizi turistici”

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