Esce il nuovo libro di Marco Ligabue “Salutami tuo fratello”

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Nel suo primo libro ripercorre la vita in musica, da fan del fratello Luciano fino al suo percorso da musicista con i Rio e alla sua carriera cantautorale. Con una costante: la richiesta di saluto al rocker di Correggio.

Marco, l’8 aprile è uscito “Salutami tuo fratello”. Perché la scelta di questo titolo e quali finalità sottintende questo libro?

La scelta del titolo penso sia facilmente intuibile. E’ stata la frase che mi son sentito dire di più nella mia vita, ha scandito la mia vita, i miei cambiamenti, i miei sogni: un tormentone. Da piccolino me lo dicevano, in piazza a Correggio, i conoscenti e i parenti. Poi, nel 1990, quando Luciano è uscito con “Balliamo sul mondo”, che ha fatto un botto, da lì è diventato un tormentone quotidiano. Il “Marco, mi raccomando salutami tuo fratello” c’era ogni volta. E’ stato uno scherzarci sopra perché nel libro racconto le cose più significative, divertenti ed emozionanti, attraverso dei capitoli con in sottofondo questa frase che poi rappresentava anche una cosa positiva, un modo di partecipare al successo di Luciano, alla sua gioia. Era un successo suo ma anche della nostra famiglia, del paese di Correggio al centro della cronaca italiana.

Nella dedica di Luciano, inserita a fine libro, c’è scritto: “Che se è vero, come scrivi, che nei tuoi giri per l’Italia in tanti ti chiedono di salutarmi, sappi che quelli che incontro io mi dicono tutti: “ma sai che ho conosciuto tuo fratello?””. Ti ha fatto piacere questa cosa?

Sì, assolutamente. In questo siamo diversi io e lui. Luciano è più riservato, sta un po’ più sulle sue, mentre io sono più empatico e caciarone, e appena vado in giro a fare concerti e presentazioni, con me è subito baracca e si diventa amici. Ho fatto seicento concerti negli ultimi sette, otto anni e un po’ di gente l’ho conosciuta e ora tocca sentire a Luciano quelli che parlano di me [ride].

“Salutami tuo fratello” è una sorta di autobiografia dei tuoi primi cinquant’anni. Come è nata l’idea di scriverlo?

Il libro non era in programma, dato che non pensavo neanche di essere in grado di scriverlo. In una canzone ti esprimi al massimo con trenta, quaranta frasi, slogan sintetici che devono fare evocare un mondo in ogni singola strofa. Poco più d’un anno fa, un giornalista di Pescara, Paolo De Vincenzo, mi propone di scrivere un libro perché secondo lui avevo vissuto un’esperienza unica, prima da fan, poi da addetto ai lavori, da musicista, chitarrista, cantautore, e da fratello di una grande rockstar, avendo potuto quindi io vivere la musica da diverse angolazioni. E tutto questo andava raccontato. Devo dire che Paolo ha trovato quindi la chiave giusta per stimolarmi. Son partito molto timido, scrivendo un capitoletto alla volta, e devo dire che il lockdown è stato decisivo perché mi ha dato a disposizione più tempo, dato che non sono uno scrittore navigato. Devo dire che dopo i primi capitoletti ho preso confidenza e gusto e mi sono appassionato. E’ stato un viaggio bellissimo perché qui ho potuto espormi, approfondire, raccontare molto di più che in una canzone.

Nel libro vengono ricordate tre date cardine nella tua vita: l’8.2.1987, l’11.11.1991 e il 27.6.1997. Cosa è successo in quelle date?

Nel 1987 il primo concerto di Luciano a Correggio in un circolo culturale, un concerto rivelatorio perché Luciano strimpellava in casa già da un po’ ma lui è riservato e non è che dicesse un granché, lo sentivo smanettare con la chitarra nella sua cameretta e, il giorno prima, mi dice “faccio un concerto a Correggio: se vuoi venire con qualche amico”. In quel concerto cantò canzoni come “Sogni di Rock’n’roll”, “Marlon Brando è sempre lui”, “Figlio di un cane”. Erano canzoni bellissime, e mi ha stupito il suo atteggiamento sul palco, era inaspettato, aveva già un atteggiamento da rocker carismatico ed io mi chiesi subito “ma è la stessa persona che vive in casa con me, che mangia i cappelletti e beve Lambrusco?”, perché non me lo ero mai immaginato così ed è stata la data di inizio di tutto. Nei primi concerti facevo da buttadentro, suonava qua in zona, non era conosciuto, e io facevo il giro dei bar per raccogliere pubblico. L’evento te lo creavi da solo, dicendo in giro e nei bar “stasera suona mio fratello”. Poi nel 1990 son partito a vendergli le magliette, a fare il merchandising, per sostenermi le spese, e vedevo che sempre più gente veniva al banchetto e chiedeva info, tipo “dove posso trovare i dischi?”, “quando ci sarà il prossimo concerto?”. Capivo che c’era bisogno di una informazione più in tempo reale. E quindi la data del 1991 fa riferimento a quando ho fondato il fan club di Luciano il “Bar Mario”: aprii il fan club, misi una linea telefonica, stampai il giornalino, feci il primo raduno. Quest’anno il “Bar Mario” compie trent’anni e sarebbe bello se attorno all’11 novembre si festeggiasse. La data di fine giugno 1997 fa invece riferimento al primo San Siro di Luciano, una delle tappe fondamentali della sua carriera. Lui aveva avuto l’esplosione nel 1990, ha poi vinto il Festivalbar; nel 1995 un altro colpo grosso grazie a “Buon compleanno Elvis” dove c’era “Certe notti”. Lì Luciano, il suo manager Maioli e la sua agenzia avevano capito che era il momento di osare, ossia fare il concerto in uno stadio, pur non avendo la garanzia di riempirlo. La sfida fu vinta abbondantemente: sold out e fu raddoppiata la data con un quasi sold out. Noi avevamo un po’ il terrore in casa, speravamo che andasse tutto bene e così fu. E per me è stata una gioia incredibile quando ho visto mio fratello con settantamila persone che gli urlavano in faccia “Urlando contro il cielo”, dopo averlo seguito dal periodo dei concerti con venti persone.

Nel libro racconti tanti episodi curiosi, dal viaggio di ritorno dalla Basilicata alla biciclettata fino a Toano per un bacio, dalla mucca sul palco alla trasmissione TV con la capra che doveva ridere. Cosa hanno in comune questi episodi?

Hanno in comune tanta pazzia sicuramente. Sono le vicende di un matto: la vita mi è sempre piaciuta affrontarla così, scanzonato, senza far troppi pensieri. Per andare a prendere un bacio ho percorso ottocentocinquanta metri di dislivello in bicicletta perché non volevo avere un passaggio da papà. Ho preso una bici di corsa ma io sono un ragazzo di pianura: a Correggio il massimo del dislivello è quello del gradino del marciapiedi [ride] e quindi racconto questa vicenda di aver affrontato questa salita. In Basilicata mi sono trovato con una borsa piena di una sostanza molto particolare e ho rischiato tanto. A Bologna ho fatto una presentazione e c’era il presentatore che ha detto una cosa molto bella: “tu sei lì nel punto iniziale, ti dai un sogno come punto di arrivo e non ti interessa tanto raccontare quando sei arrivato ma tutto il viaggio che c’è stato in mezzo”, e questa è una chiave nei racconti citati. Ho voluto raccontare i saliscendi, le cadute e le rialzate quando ho affrontato situazioni sentimentali, familiari ed anche artistiche, perché essendo il fratello di Luciano, e avendo la brillante idea di fare anche il cantautore, complicandomi la vita, non ho avuto tutto così spianato. 

Ci sono infatti dei passaggi che lasciano l’amaro in bocca, quando citi in diversi punti dei pregiudizi dei quali sei stato vittima, non solo da parte del pubblico ma anche degli amici.

Io per venti anni ho fatto il chitarrista, prima con i “Little Taver”, ma volevo divertirmi, dato che io sono “rocker emiliano cresciuto a parmigiano” [ride]: volevo essere quello che andava nei locali a far divertire, senza alcuna altra ambizione. A trenta anni mi è scoccata una scintilla artistica nuova e ho fondato “i Rio” perché scrivevo canzoni diverse, e con una, “Sei quella per me”, abbiamo fatto il botto. Sono stati dieci anni meravigliosi e non ho mai voluto prendere in considerazione l’idea di cantare. Avere un fratello così famoso non mi faceva venire proprio l’idea. A quarant’anni, forse l’età, la consapevolezza, l’esser diventato papà, l’aver voglia di sfide nuove, mi hanno dato la spinta a diventare cantautore e l’ho detto subito ai miei amici. Mi metto quindi in una saletta, gli canto le canzoni dicendo di voler diventare cantautore. Dopo secondi di silenzio mi dicono: “tu vuoi fare il cantautore? Ma hai quarant’anni! Ma poi Marco al giorno d’oggi la musica è difficile. Ma poi Marco hai un cognome pesante”. I miei amici mi hanno “sfanculato” così. Nonostante questo, cerco di andare avanti, scrivo canzoni, trovo un accordo col produttore top del mondo, Corrado Rustici; vado in California e mi dice “Marco ci vuole ancora qualche mese, ci vuole ancora tempo”. Torno a casa e qualsiasi altra persona sana di testa si sarebbe dato alla falegnameria e al giardinaggio.

Questo coraggio esce fuori anche in altri due episodi, come quella volta in cui volevano cacciarti dal palco in Sardegna nel 2015, per il concerto di Caparezza, o quando, a Roma, decidi di fare l’artista di strada per attirare persone al tuo concerto dopo gli attentati del Bataclan.

Il coraggio e la caparbietà sono caratteristiche molto emiliane e me le tirano fuori il sogno e l’idea di arrivare a raggiungere un sogno. Nel 2015 mi invitano al concerto di Caparezza, la festa più grande in Sardegna, dovevo aprire davanti a sessantamila persone, per me era un sogno dato che non avevo mai cantato davanti a tanto pubblico! Succede che vado sul palco e non faccio in tempo a dare la prima pennata che tutti invocano Caparezza. Dissi al mio chitarrista “dai Johnny partiamo con la musica e rompiamo il ghiaccio”. Parte poi un altro gruppo ad inneggiare Vasco: non mi era mai successa una cosa del genere! I primi due pezzi furono un disastro totale, accompagnati da gesti dell’ombrello e del dito: non mi volevano su quel palco e dovevo fare altre quattro canzoni! Forse poi per quella caparbietà mi è uscita una vocina da dentro, la vocina del coraggio che mi ha detto “no, tu Marco non te ne vai via da quel palco”. Allora dissi “Adesso zitti tutti, stasera devo fare mezz’ora di concerto, poi potete giudicarmi ma prima mi ascoltate e poi mi giudicate, ok?” Silenzio tombale di sessantamila persone e dopo qualche secondo boato generale. L’umore è cambiato da così a così e hanno cantato con me le quattro canzoni successive. Sono passato dai dieci minuti più brutti della mia vita ai venti più belli di sempre.

Perché il libro, che dal titolo fa riferimento a tuo fratello Luciano, è dedicato a tua figlia Viola?

Perché anche lei è una Ligabue [ride]. Non poteva essere altrimenti. Quando diventi papà scopri un tipo di bene e sentimento che prima non conoscevi o forse era lì inesplorato, latente perché il bene che vuoi a un figlio è qualcosa che va oltre gli altri sentimenti, e tutta la mia vita ha preso un colore diverso. L’ho raccontato in questo libro e non potevo non dedicarlo a lei.

Questo libro potrebbe essere la sceneggiatura di un film.

Già avevo detto che non pensavo di scrivere il libro! Durante le interviste mi hanno evidenziato come molti abbiano rivisto scene felliniani, quadri da film di Pupi Avati. E’ quindi un libro che in tanti aspetti e storie te lo immagini e ti fa viaggiare con la fantasia. Se qualche produttore cinematografico fosse interessato ad un film, o a farne una serie, mi metterei a testa bassa a sistemare la sceneggiatura per renderla cinematografica. Sarebbe una ulteriore sfida che mi stimolerebbe.

Verso la fine del libro parli della tua partecipazione TV a “All together now”. Che esperienza è stata e quale artista ti ha colpito?

E’ stata una ennesima sfida in cui mi son buttato. Mi hanno contattato dicendomi che saremmo stati cento giudici a giudicare un cantante che fa una performance vocale. Mi è piaciuta l’idea. A me i talent hanno stancato per la figura del giudice professorino. Invece questa cosa di essere in cento mi ha stimolato e ho detto di sì ed è stato bello, perché immagina il casino di cento giudici, di cui una ventina di Roma e ottanta di fuori: tutti nello stesso hotel, a colazione, pranzo, cena, sempre assieme. Una specie di gita scolastica con altri musicisti, cantanti, DJ, speaker, vocalist, ballerini, ed era curioso perché eravamo una fauna così varia, con tutti aventi idee diverse, con pareri disparati. Un plauso va a Roberto Cenci, regista pazzesco che conosce molto la musica: suonava con Renato Zero, e tutte le basi e gli arrangiamenti per i cantanti li decideva lui. Ci son stati due, tre ragazzi che mi hanno colpito per la voce. Sono più affascinato dalle voci rock, un po’ sporche, e non sono mai arrivati quei tre fino in fondo. Il vincitore della prima edizione aveva delle doti vocali incredibili, potendo passare da Pino Daniele ai Queen, e te li faceva con una naturalezza e qualità che lasciavano a bocca aperta.

Il tuo ultimo album, “Tra Via Emilia e Blue Jeans”, riassumi i brani di trent’anni di musica. Perché questo titolo e perché non ne hai parlato nel libro?

Non ne ho parlato perché, essendo una raccolta, sono canzoni che ho affrontato pian piano nel libro. Quando ho pensato al titolo di questa raccolta, mi son chiesto “come racconti cinquant’anni in musica, non è facile”, e allora mi è venuta l’ispirazione ascoltando un disco storico di Guccini, “Tra la via Emilia e il West”. Da ragazzino sono stato influenzato da Mingardi, Guccini, De Gregori, ma io sono più rockettaro di Guccini, e ispirandomi a lui, metto i blue jeans, e non il West, che sono il simbolo della vita un po’ spettinata e del Rock’n’Roll. La scelta delle canzoni è stata tostissima perché negli altri dischi, quando ne fai uno normale, su dieci canzoni ne incidevo dodici, tredici, ed era facile scegliere le più riuscite; ma quando devi scegliere quelle più rappresentative di una vita, è difficilissimo. Dato che il libro è frizzante, scorrevole, fresco, non volevo fare un disco lunghissimo, ma compatto, energico, fresco come la mia personalità e ho scelto di mettere undici canzoni, quelle essenziali che rappresentavano per me tra le più belle che ho scritto, quelle più significative quando le canto nei concerti, che tutti cantano. Mi sono poi sbizzarrito con qualche traccia nascosta per premiare chi compra il vinile perché voglio premiare chi prende il fisico, mettendo qualcosa del periodo “Little Taver” e de “i Rio”. 

Se potessi volgere lo sguardo al passato, hai qualche rimpianto?

Uno solo, ossia quello di non aver fatto il liceo classico. Io ho fatto l’Istituto tecnico industriale perché si diceva che si sarebbe trovato lavoro facilmente nelle fabbriche qui intorno. Nella scrittura del libro e delle canzoni ho avvertito che mi mancano gli studi classici. Un linguaggio e una proprietà della lingua che mi affascinano. 

Grazie Luciano per questa lunga e piacevole chiacchierata e ti aspettiamo in Puglia magari per la presentazione del tuo libro. E “Salutami tuo fratello”.

Grazie a voi, ve lo saluterò. Un saluto ai lettori di valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e hanno un canale su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Inoltre hanno una pagina Facebook sulla quale trasmettono in diretta le loro interviste (raggiungibile da qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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