Mario Lavezzi, da “E la vita bussò” al Campusband

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Con il libro e la raccolta “E la vita bussò” ripercorre cionquant’anni di carriera come produttore, autore e interprete e guarda al futuro grazie alla nuova edizione di “Campusband Musica&Matematica”.

Mario, hai festeggiato i cinquant’anni di carriera con un’antologia discografica e un libro, scritto da Luca Pollini con prefazione di Mogol, che recano lo stesso titolo: “E la vita bussò”. Perché questo progetto multimediale?

L’album racchiude tre cd, uno per le canzoni che ho scritto, uno per quelle che ho prodotto e il terzo per quelle che ho interpretato. Inoltre c’è un 45 giri con due lati: uno con i Trappers, primo gruppo che ho avuto, e l’altro con i Camaleonti. I Trappers, nati nel 1963, erano un gruppo di studenti di cui facevano parte anche Bruno Longhi, poi diventato giornalista sportivo, Tonino Cripezzi, attuale leader dei Camaleonti, Mimmo Seccia e Franco Longo. Quest’ultimi poi son diventati due componenti dei Ragazzi della via Gluck, il gruppo di Celentano. Il singolo inciso con i Trappers, quando avevamo sedici anni, “Ieri”, è un sacrilegio! [ride] Elio Gariboldi, poi nostro produttore, ci sentì in un locale durante un matinée danzante e, siccome suonavamo e cantavamo i Beatles in perfetto inglese, ci fece una proposta indecente: una cover di Yesterday. Il nostro primo manager è stato il parroco: noi suonavamo nell’oratorio di Via Tito Vignoli, traversa di Via Giambellino a Milano. Il parroco ci ospitava nelle cantine della chiesa e facevamo le prove lì. Nella brochure all’interno della raccolta ho riportato tante informazioni sulla storia delle canzoni: per ognuna ho voluto scrivere come è nata, così che ascoltandola si possa avere una chiave di lettura diversa. Anche nello spettacolo “E la vita bussò” racconto l’aneddoto che ha fatto nascere la canzone, in modo da poterla vivere in maniera più completa. 

Il primo brano che hai scritto è stato “Il primo giorno di primavera” (1969), incisa poi dai Dik Dik, che, da quanto racconti, nasce sull’onda di una delusione.

Magari fosse stata solo una delusione! Era disperazione assoluta perché io ero appena entrato nei Camaleonti dopo i Trappers. Ed è il caso di dire che “la vita bussò” perché mi ha dato un’opportunità straordinaria, far parte dei Camaleonti, gruppo di professionisti di successo, per poi togliermi subito dopo. Ad un certo punto la vita mi obbliga a fare il militare e potete immaginare la disperazione! Io facevo parte delle cosiddette “forze assenti”, ma a causa del terremoto a Gibellina servivano uomini che dessero una mano. Fu così che mi ritrovai a Messina, disperato: per me la vita era finita. E invece poi ho capito una cosa che vale per tutti, ossia che quando succedono quelle che percepiamo come tragedie, dobbiamo riuscire a leggere e interpretare il perché ci capitano. Da questo tormento la creatività è stata stimolata e ho scritto quel brano con riferimento ai Procol Harum: la struttura della canzone comprendeva una parte strumentale e un’altra cantata. Fu un successo e da lì è nata la carriera da compositore. Chi mi dice che se non fosse arrivata la cartolina del servizio di leva non sarei ancora con i Camaleonti?

Tra i vari brani anche “Io amo te” contenuta nel tuo secondo album “Filobus” (1978). 

Avevo iniziato a collaborare con Mogol che poi ha fondato, assieme a Battisti, la Numero Uno, etichetta che calamitava l’attenzione dei giovani. A un certo punto è stata ceduta alla RCA e poi alla CGD e io, come direttore editoriale della Numero Uno, ho firmato un contratto editoriale con la CGD dove ho conosciuto Oscar Avogadro, con cui ho scritto “E la luna bussò”, “In alto mare”, “Professore” ed anche “Io amo te”. Essa nacque con me alla chitarra, lui con la penna e con un paio di pacchetti di sigarette. E’ un album che ha un proprio significato, che va contestualizzato in un’epoca precisa che abbiamo vissuto, quella dell’impegno politico, in cui volevano che anche gli artisti fossero schierati. Prima ancora avevo fatto due album con “Il Volo”, in un momento talmente radicale che, quando salivi sul palco, dovevi dimostrare di essere impegnato a sinistra mentre, secondo me, l’arte e l’artista devono essere trasversali. 

Hai nominato “In alto mare”, scritta per Loredana Bertè nel 1980. Come nasce questa canzone? 

Andai in una discoteca di Milano con Loredana, con cui ho avuto un trascorso sentimentale molto travagliato [ride]: venivamo da un’epoca dei figli dei fiori, dell’amore libero, delle comuni, del facciamo l’amore e non la guerra. In quella discoteca sentii una canzone delle Love Unlimited, prodotta da Barry White, che mi fulminò. Una canzone scritta su due accordi, una novità! Tornato a casa presi la chitarra e composi di getto “In alto mare” e poi con Oscar Avogadro abbiamo scritto il testo. 

Con Loredana non hai portato solo il funk e la dance in Italia, ma anche il reggae di “E la luna bussò” e “Ninna nanna”.

Loredana fece un viaggio in Giamaica e tornò con degli album di Bob Marley che io già conoscevo e che mi consentirono comunque di accrescere la mia cultura in materia. Capii che quel modo di suonare il reggae era paragonabile alla nostra musica napoletana, ossia era una radice che non potevi copiare. Mi sono quindi ispirato a “I don’t reggae” dei Ten CC, che mi consentiva di fare un reggae che fosse anche un po’ con melodia italiana. L’arrangiatore inglese Tony Mimms, che conosceva il reggae, ha costruito quella ritmica che tutti conosciamo.

Per Fiorella Mannoia hai scritto diversi album. C’è un episodio molto bello che racconti nel libro che fa riferimento al Festivalbar 1983 e al suo successo “Torneranno gli angeli”. 

All’epoca le case discografiche avevano le risorse economiche per investire sui dischi e sui giovani. L’industria discografica era una di quelle che tirava di più dato che in Italia ogni anno si vendevano milioni di dischi. Per lei feci un album per cui andai nello studio di Jimi Hendrix dove la CGD spese circa duecentocinquanta milioni di lire di allora per realizzarlo. Per fare la copertina di quell’album, Fiorella fu chiamata per un servizio fotografico da fare a Roma. Lei si presentò con due ore di ritardo all’appuntamento e l’organizzatrice del servizio chiamò, un po’ arrabbiata, la Caselli protestando. Ho cercato di mettere una pezza ma da quel momento in poi è come se quell’album non fosse esistito più, come se avessero buttato nel cestino duecentocinquanta milioni di lire. Io avevo inciso “Dolcissima”, sigla della trasmissione “Italia Sera”, uscita a marzo del 1983. Salvetti mi voleva al Festivalbar, però la CGD non aveva proposto la Mannoia. Chiamai Salvetti chiedendo la cortesia di togliere me e inserire Fiorella che, alla fine, partecipò come “mascotte” del Festivalbar. Successivamente Gianni dal Dello, editore che mi ha portato alla CGD, mi ha fatto sentire una canzone, “Come si cambia”, e ho subito capito che aveva le potenzialità per far conoscere Fiorella al grande pubblico. La Mannoia andò a Sanremo 1984 con quel pezzo e da lì ripartì.

Uno dei progetti che porti avanti è l’ideazione del contest “Campusband Musica&Matematica” in collaborazione con la SIAE. Qual è l’obiettivo che si propone il contest?

Campusband è alla quarta edizione, dopo la sospensione dell’anno scorso. Ricordiamo che i partner sono anche RTL con Radio Zeta, il Corriere della sera, il Comune di Milano e ViviMilano. Il contest è dedicato agli studenti di qualsiasi corso che possono partecipare presentando una cover e un inedito. I corsisti vengono giudicati da una giuria di esperti di cui fa parte Minellono, Fabio Ferrante, discografico di grande levatura, Lanfranchi, critico del Corriere della sera, Cheope. A quel punto vengono selezionati 4 cantautori, 4 interpreti e 4 gruppi. La finale si svolgerà il 16 luglio dentro il Castello Sforzesco di Milano all’interno dell’ “Estate sforzesca”, kermesse del Comune di Milano che è in scena dal 15 giugno al 15 settembre. Nella finale di Campusband, oltre alla giuria di esperti, i giudici sono anche quindici persone scelte dal pubblico presente: votano con le palette, come avveniva tempo fa al Cantagiro! Chi vince ottiene la realizzazione del singolo inedito e del relativo video. Il regolamento è su www.campusband.it. Campusband è quindi una possibilità per mettere il primo mattoncino, il primo singolo, per poter magari partecipare alle selezioni di Sanremo. Io avevo talmente tanta passione per la musica che i miei genitori, di cui uno avvocato, con mio nonno pretore, volevano che facessi il liceo classico. Mi sono invece diplomato in ragioneria continuando a portare avanti la mia passione per la musica.

Da dove deriva il nome Campusband Musica&Matematica?

Deriva da Pitagora che aveva trovato il nesso tra musica e matematica. La musica è divisa in sedicesimi, trentaduesimi, il tempo è misurato matematicamente. La musica scritta è tutta matematica e per fare musica in una certa maniera devi studiare e non puoi improvvisare. Non possiamo paragonare la musica di oggi a quella di allora, sono due epoche diverse. Quella del passato è un’epoca che io reputo come un nuovo illuminismo, ma non in senso nostalgico. Oggi la tecnologia ha rivoluzionato tutto, anche nel modo di consumare la musica senza dover necessariamente comprare un disco “materiale”. E’ il sistema di consumo della musica che è diverso e che dà diverse opportunità. La canzone di successo è quella che fischietta anche il panettiere mentre va a portare il pane e non c’è epoca che possa far cambiare questo sistema. Le canzoni di successo devono avere quella componente per diventare realmente cultura popolare. 

Quali sono i progetti per il prossimo futuro?

Con Lorenzo Vizzini, autore di molte canzoni recenti di Renato Zero, incluse in “Zero Settanta” e “Zero Il Folle”, e di “Meticci”, album di Ornella Vanoni del 2013, abbiamo scritto due canzoni di cui una, “Il mare al tramonto”, verrà forse pubblicata a breve come singolo. Abbiamo scritto poi un’altra canzone che si chiama “Terra”, dedicata alla nostra Terra, che c’è stata sempre, sin dai tempi dei dinosauri e ci sarà anche se l’uomo dovesse sparire per colpa sua: lei continuerà, come l’universo. Se non abbiamo rispetto della nostra casa rischiamo molto. 

Grazie Mario per questa interessante chiacchierata e ti aspettiamo con i tuoi prossimi lavori.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e hanno un canale su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Inoltre hanno una pagina Facebook sulla quale trasmettono in diretta le loro interviste (raggiungibile da qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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