E se cadessero le reti, come potremo farci un caffè?

/ Autore:

Ambiente, Politica


Stanotte è saltata la corrente, in diverse parti di Martina Franca. La causa è l’acqua che è entrata nelle cabine elettriche e ha creato cortocircuiti. Un problema che può capitare, quando piove in una certa maniera. Svegliarsi senza corrente non è un bel risveglio, ma ogni tanto fa bene, perché ti accorgi di quanto sei dipendente da qualcosa che si dà per scontato ma che non lo è: la rete elettrica.

Il primo livello di consapevolezza è che non potevo farmi il caffè: la macchina elettrica ovviamente è inservibile. In dispensa ho una caffettiera di quelle di una volta e ho il caffè in polvere, il problema sembra risolvibile. Peccato che in casa non ho accendini o fiammiferi e non posso accendere il gas, perché i fuochi si accendono con la scintilla elettrica della cucina.

In casa inizia a fare freddo, perché la caldaia, alimentata dalla corrente, è spenta dalle 3.00 di notte. Meno che mai è possibile (o consigliabile) farsi una doccia: non c’è acqua calda e la pressione è al minimo perché l’autoclave non funziona.

Posso lavorare al portatile, connesso col cellulare, carico a metà. Ma la batteria dura poco, sia di uno che dell’altro. Non resta che riflettere sulla situazione.

Senza tv, senza internet, col cellulare quasi scarico, si è fuori dal mondo. Non si può usare il frigo, non c’è acqua calda, non funzionano telefoni e citofono. In pochi minuti mi rendo conto di quanto la nostra vita quotidiana, con le sue comodità, è appesa a un filo, letteralmente. Coi cambiamenti climatici che aumentano (qui il nuovo report di CittàClima di Legambiente) e i fenomeni estremi che tenderanno sempre più a diventare più violenti (e meno sporadici), le reti a cui siamo connessi e che ci mantengono in vita, diventano sempre più fragili. Le città si stanno preparando a questo? Esiste un piano B?

Mi domando questo mentre ho aperto sulla scrivania il nuovo Pug di Martina Franca. Leggo e rileggo ma non trovo riferimenti ai cambiamenti climatici. Mi chiedo se il nuovo progetto di città contempli la possibilità che un domani non troppo lontano ci potrebbero essere problemi di approvvigionamenti energetici (una possibilità non remota, se con la decarbonizzazione si dipenderà quasi esclusivamente da una fonte energetica), e in questo caso, come avere un piano B. Una centrale elettrica connessa al nuovo depuratore, che sfrutti il biogas prodotto dagli scarichi dei martinesi? Una fila di pale eoliche a Trazzonara? Smart grid sparse nei quartieri nuovi e in zona industriale? Una piccola centrale atomica al posto del Tursi? Una centrale alimentata con le bestemmie da traffico?

Immaginare uno scenario in cui, per un qualunque motivo, la città non dovesse essere più servita da una delle tanti reti, è obbligatorio, dopo aver vissuto sulla nostra pelle cosa significa non prestare attenzione a una influenza cinese. Viviamo in un sistema complicato, iperconnesso, con importanti nodi di rete che diventano sempre più grandi, per ragioni strutturali, ma anche per le leggi di mercato. Pensiamo a Google, ad esempio. Diamo per scontato che ci sarà sempre e quindi usiamo i suoi servizi per mandare mail o vedere e archiviare video, o usare il cloud. O fare lezione a distanza. Ma se domani, per un caso qualunque, i server dovessero smettere di funzionare? E se invece fosse internet a crollare?

Quest’ultima ipotesi non è troppo lontana dalla realtà. Dipendiamo da internet quasi per qualunque cosa. Anche ora stai leggendo questo articolo grazie alla rete. Ma se un giorno dovesse avere problemi, come fare perché la città non subisca gravissime conseguenze? Ecco, magari bisognerebbe pensare a una rete LAN locale, con server dedicati solo per i servizi essenziali, come i servizi comunali o l’ospedale, una rete a cui connettersi qualora quella principale dovesse avere problemi.

E che dire dell’acqua? Apriamo il rubinetto e possiamo bere freschissima acqua potabile che arriva dagli invasi in Basilicata. Eppure leggiamo sempre più notizie che questi invasi si stanno asciugando. Nel frattempo, però, le nostre campagne e tutte le case nel centro storico sono dotate di pozzi. Enormi cisterne pensate per raccogliere l’acqua piovana. Spesso sono ormai, come nel caso di casa mia, pieni di detriti da costruzione, perché alcune ditte edilizie per evitare di pagare lo smaltimento hanno riempito il primo buco a disposizione. Eppure quei pozzi, qualora un giorno l’Aqp dovesse avere problemi, potrebbero essere salvifici.

Ecco, questi spunti, questa visione, questa percezione di scenario, mancano completamente nel nuovo Pug di Martina Franca, redatto in coppia dal sindaco Ancona e dal dirigente Lacorte, come se Martina Franca si apprestasse a entrare nel 1990 e non nel 2030. Forse sono esagerazioni, però fra dieci anni io mi auguro di avere una casa col pozzo pieno e indipendente dal punto di vista energetico (e un accendino, che altrimenti non potrò fare il caffè).

Resta aggiornato sulle notizie in Valle d'Itria


E tu cosa ne pensi?