Qui Murgia, a te Cuba. Quando la Puglia era una base missilistica a cielo aperto

In questi mesi quello che sembrava un capitolo ormai chiuso della storia è tornato alla ribalta, con tutte le sue implicazioni politiche, tattiche e militari. Uno dei fronti della guerra Russia-Ucraina che ormai imperversa sui campi di battaglia reali e virtuali da oltre 9 mesi è infatti legato all’escalation nucleare. Dopo settimane di continuo osteggiamento, Joe Biden pare essersi convinto che gli USA potrebbero attuare il cosiddetto first strike, mentre da Mosca si ripete che “la Russia ha annunciato non solo la mobilitazione, ma pure che qualsiasi arma russa (comprese le armi nucleari strategiche e le armi basate su nuovi princìpi) potrebbe essere utilizzata per la protezione dei suoi interessi”.

In pochi istanti si è balzati indietro di 60 anni, tornando alla Guerra Fredda, al vecchio principio della mutually assured destruction e al concetto stesso che l’atomica possa essere contemplata come arma di risoluzione di una controversia internazionale.

Non appena si parla di atomica, USA e Russia è normale il richiamo a una vicenda che portò il mondo a pochi secondi dall’Apocalisse e che accadde esattamente 60 anni fa, nell’ottobre 1962: la crisi dei missili di Cuba. In quell’autunno grazie alle ricognizioni fotografiche del celebre aereo-spia U2 gli americani constatarono una forte accelerazione nella costruzione di rampe missilistiche sull’isola di Cuba, distante solo 90 miglia dal territorio americano. I militari premevano per l’intervento armato – desiderosi di riscattarsi dopo il fallito tentativo di rovesciare Castro con lo sbarco alla Baia dei Porci – ma Kennedy tra mille difficoltà decise di agire diplomaticamente, dichiarando in TV che il governo sapeva dei lavori sull’isola e che come prima reazione aveva quindi imposto un blocco navale. Ne seguirono giorni di terrore a livello mondiale, con le due potenze che si fronteggiavano all’ONU scambiandosi accuse da una parte e negando l’esistenza delle rampe dall’altra, mentre i mercantili sovietici sfidavano il blocco navale avvicinandosi sempre di più alle coste cubane. Gli USA entrarono nello stato di allarme DEFCON 2 (il più alto mai raggiunto e dichiarato nella storia yankee) e il climax crebbe ancora finchè il 24 ottobre Kruscev ordinò alle navi sovietiche di tornare indietro. Le trattative potevano iniziare tra mille difficoltà e diffidenze reciproche e il 27 ottobre si raggiunse un accordo, che portò allo smantellamento delle basi su Cuba in cambio della garanzia di non intervento americano sull’isola, oltre ad altre operazioni collaterali.

Bene, ma tutto questo cosa c’entra con l’Italia e con la Puglia in particolare?

Il nostro territorio fu una voce molto importante nelle trattative tra americani e russi di quei giorni, perché non tutti sanno che eravamo dei target preimpostati nei sistemi di volo dei missili sovietici costantemente puntati contro l’Europa atlantica. E perché tutto questo? Semplice, perché il Sud Italia (assieme alla Turchia) era un’enorme base missilistica a sua volta puntata contro il blocco comunista.

Mappa con tutte le basi operative e la distanza in miglia e ore da Gioia del Colle, sede del comando della 36° Aerobrigata Strategica.

Nell’agosto 1959 lo Strategic Air Command americano avviò infatti l’Operazione Deep Rock, cioè lo schieramento di missili balistici IRBM Jupiter in Italia. L’Aeronautica Militare mandò il proprio personale negli Stati Uniti per la formazione (che avvenne fra il 1959 e il 1960) ed ebbe a disposizione 30 missili – alti 26 metri, con un diametro di 3 mt e una gittata compresa tra 300 e oltre 1500 miglia – alle dipendenze della 36° Aerobrigata Interdizione Strategica, con comando a Gioia del Colle. Le postazioni erano 10, site tra Puglia (Acquaviva delle Fonti, Altamura con due basi, Gioia del Colle, Gravina, Laterza, Mottola e Spinazzola) e Basilicata (Irsina e Matera). Ciascuna base aveva un polo logistico e uno di lancio, era abitata e gestita da personale italiano e americano e schierava 3 missili, disposti ai vertici del triangolo che componeva il perimetro della base stessa. L’intero sistema aveva 25 target prestabiliti, ciascuno dei quali memorizzato in 3 missili di 3 basi diverse, in modo da avere sufficiente garanzia che almeno uno avrebbe raggiunto l’obiettivo.

La base di Mottola, col classico layout triangolare comune a tutte le installazioni e le tre zone di lancio chiaramente visibili ai vertici. Degno di nota è lo sviluppo della vegetazione, che in questi decenni ha ricoperto gran parte delle aree utili.

A capire meglio la situazione che c’era in quei caldi mesi fra 1961 e 1962 ci viene in aiuto il rapporto del funzionario americano Alan G. James sui missili Jupiter installati in Puglia, redatto il 18 settembre 1961. Ne emerge un quadro assai allarmante e a momenti tragicomico, con un reportage focalizzato sulla base di Gioia del Colle ma che nelle risultanze poteva estendersi a tutte le altre installazioni pugliesi e lucane. Dopo aver descritto le basi dal punto di vista tecnico e logistico James va nello specifico, delineando un quadro piuttosto sconfortante dal punto di vista della sicurezza.

“Alcune postazioni sono localizzate su piccole colline, – esordisce James – altre in campo aperto, una è molto vicina alla linea ferroviaria, molte vicinissime alla strada, visibili. Crescono degli alberi vicino alla maggior parte delle postazioni, benché ci siano stati dei tagli di alberi dalla scorsa stagione. I carabinieri perlustrano sporadicamente i boschi e i campi circostanti ma non esiste un pattugliamento regolare oltre la doppia recinzione. Di notte il luogo è pienamente illuminato e dall’alto si può ben notare ed identificare ogni singola postazione”. Basterebbe già questo a far capire che le basi erano ampiamente esposte, scarsamente sorvegliate e quindi potenziali obiettivi per sabotaggi o attacchi. 

L’incipit del report, desecretato decenni dopo la sua compilazione.

Ma il bello deve ancora venire. Nel suo report il funzionario riporta altre criticità, tra le quali missili spesso non operativi e poco personale italiano per il pattugliamento e in generale per il mondo della missilistica. Gli italiani si impegnavano molto ma le basi erano molto esposte e attaccabili e James ci ritorna di nuovo quando afferma che “i missili rimangono vulnerabili ad un sabotaggio. E’ possibile, benché non proprio realistico se si tiene conto dell’intensa attività dei carabinieri nelle aree circostanti, che un sabotatore possa danneggiare il rivestimento di uno dei razzi con un fucile. Un piccolo aereo veloce potrebbe entrare e fare dei danni. Non ho idea che grado di probabilità ci sia che accada una cosa del genere… In breve gli italiani e noi stiamo assumendo un qualche rischio mettendo i missili nella loro posizione attuale, ma il rischio sembra calcolato e non può essere tanto serio da danneggiare l’essenziale utilità degli Jupiter così come l’abbiamo immaginata”. 

E di rischi la popolazione ne ha corsi altri, stando a un altro report dello stesso periodo e che recita testualmente che “In quattro occasioni tra la metà di ottobre 1961 e l’agosto 1962, i missili mobili IRBM Jupiter dell’United States Air Force che trasportavano testate nucleari da 1.4 megatoni furono colpiti da un fulmine nei loro siti di lancio vicino alla base aerea di Gioia Del Colle, in Italia. In ogni caso le batterie termiche sono state attivate, e in due occasioni il gas trizio-deuterio è stato iniettato nei pozzi delle testate, armandole parzialmente. Dopo il quarto fulmine, l’USAF ha piazzato delle torri di protezione contro i fulmini in tutti i siti italiani e turchi dei missili Jupiter IRBM”. Uno di questi incidenti avvenne alla base di Mottola, sulla quale torneremo meglio dopo.

Insomma, era più o meno come essere seduti su un’enorme pentola a pressione. Come se non bastasse questo, ci furono diversi incidenti: a Gravina un missile cadde dal rimorchio militare sul quale era stato malamente fissato, a Irsina durante un lancio simulato ci fu la segnalazione che la testata fosse stata attivata (e fu colpa di un falso contatto), sempre a Mottola un carico di ossigeno liquido si rovesciò in una curva sulla strada che portava alla base. In generale tutti gli incidenti non causarono danni ma non è illogico affermare che ci fu anche una certa dose di fortuna.

Ma la gente del posto era correttamente informata sulle basi missilistiche?

Questa appare un’ipotesi poco probabile ed è lo stesso James a dirlo nel famoso report sulle basi: “Non ha nessun senso mantenere la segretezza sugli Jupiter e il loro posizionamento, ma sembra che il Governo Italiano preferisca così per ragioni politiche. Quando il ministero degli esteri ha dato il permesso di visitare la base di Gioia a me e al senatore Pastore e al deputato del congresso Price, ci fu specificato che il permesso era accordato a condizione che non venisse fatta alcuna pubblicità”.

Le basi c’erano e non c’erano, la popolazione molto spesso non sapeva o aveva comunque un quadro molto frammentario, senza dimenticare che il pericolo atomico non veniva visto come tale. Deborah Sorrenti nel suo libro L’Italia nella guerra fredda cita esplicitamente i ricordi di diversi cittadini intervistati per l’occasione, affermando che “benché fosse noto che i missili erano dotati di testate nucleari, ciò non determinò nessuna reazione di eccessiva preoccupazione”. Una considerazione confermata anche da un altro testimone, che ha dichiarato che sebbene “si conoscesse la verità sul fatto che i missili fossero armati con testate atomiche, non furono prese iniziative concrete contro le basi perché la popolazione si aspettava di ricavare vantaggi economici dalla presenza dei militari”.

Sorrenti conclude infine sostenendo che la popolazione venne a sapere della presenza di armi nucleari principalmente da gente che era a contatto col personale delle basi o alcune volte dai militari stessi, mentre in pochi la appresero dai giornali o da fonti ufficiali, ma in generale la notizia “non suscitò alcuna reazione forte, socialmente condivisa e finalizzata al loro smantellamento: in questo l’atteggiamento fu comune da parte sia dei politici locali sia delle popolazioni civili”.

I missili non suscitarono alcuna reazione, ma c’erano ed erano pericolosi per due motivi: per il loro essere considerati un obiettivo sensibile dai sovietici e anche per i problemi intrinsechi di un’installazione missilistica piuttosto complessa da gestire, e già obsoleta all’epoca.

(continua qui: SECONDA PARTE) 

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