Qui Murgia, a te Cuba. Quando la Puglia era una base missilistica a cielo aperto (parte 2)

(La prima parte di questo articolo è qui LINKe se ne consiglia vivamente la lettura):

Dopo aver letto libri e articoli, visto video dei lanci di addestramento effettuati negli Stati Uniti e raccolto materiale di vario tipo ho deciso di visitare quello che resta del sito Jupiter più vicino a casa mia e cioè LP-2 (Launch Position 2), lungo la strada che collega Martina Franca a Mottola. Da buon appassionato di fotografia analogica avevo un’idea: scattare con una macchina fotografica del 1957 in un luogo costruito all’incirca nello stesso periodo e poi virtualmente dismesso in queste settimane, nel lontano 1962. Ho quindi caricato un rullo in bianco e nero nella mia biottica Rollei (e un altra pellicola simil-infrarosso in una Rollei 35S, per i più curiosi) e mi sono recato nella zona di lancio che è pressoché invisibile dalla strada, con solo una transenna arrugginita come punto di riferimento visivo. 

Una delle strade interne della base. La vegetazione ormai ha preso il pieno possesso in diverse aree (scattata con Rollei 35S + Lomography LomoChrome Purple)

Sorpassata la stessa entriamo nel perimetro della ex-base proseguendo su una stradina asfaltata circondata da una zona boschiva e dopo qualche decina di metri sulla destra incontriamo subito la cabina elettrica, ancora in buone condizioni e con l’ingresso evidentemente forzato. Chi si aspetta di trovare cimeli o reperti rimarrà deluso: la vegetazione ha preso il predominio e 60 anni di incuria e vandalismo hanno fatto il resto. 

La cabina elettrica (scattata con Rollei K3E + Fomapan 100)

A sinistra ecco l’unico brandello di base ancora ben conservato: la Ready Room con tanto di terrapieno, recintata e ampio uso di filo spinato e con diverse antenne radio che fanno capolino. Il cartello di zona militare ci fa capire che il sito potrebbe essere ancora attivo, sebbene riallocato come semplice ponte radio dell’Aeronautica Militare. Qualche minuto dopo essere entrati nell’area salta all’occhio che tutte le strade della base sono ricoperte da una folta vegetazione che ha riassorbito tutto, quasi a riappropriarsi di quegli spazi spianati e realizzati oltre 60 anni fa, visto che la base divenne operativa nel luglio 1960.

La Ready Room, recintata e sorvegliata (scattata con Rollei 35S + Lomography LomoChrome Purple)

Le tre piazzole di lancio sono ancora intatte e riconoscibili e in una si notano ancora i bulloni ai quali erano fissate le rampe di lancio degli Jupiter. Il silenzio è quasi assoluto ma chiudendo gli occhi per un attimo sembra quasi di sentire il rumore dei generatori elettrici, il soffio delle pompe che alimentavano i vettori, i motori dei veicoli che battevano le strade interne in ogni ora del giorno e della notte, le voci del personale italiano e americano, l’ansiosa attesa di una macchina operativa che doveva essere ready to launch 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, sempre e comunque. Qua e là si intravedono pezzi di tubi di grosso diametro, probabilmente resti dello smantellamento della base, assieme a ferraglia che spunta dalla vegetazione. 

Una delle tre piazzole di lancio. Notare la zona centrale di forma rotonda, dove alloggiava precisamente il missile (scattata con Rollei 35S + Lomography LomoChrome Purple)
Una piazzola di lancio, ancora intatta e coi bulloni di installazione a vista (scattata con Rollei K3E + Fomapan 100)

Ma la parte più importante e meglio mantenuta di tutto il sito sono le garitte di guardia, che spuntano attorno al perimetro della base e che servivano ad accogliere la vigilanza armata. Questi funghi di cemento armato sono affascinanti e inquietanti allo stesso momento, antichi testimoni di un periodo nel quale la tensione tra i due blocchi era ai massimi storici e il Sud Italia era un target nel sistema offensivo sovietico.

Una garitta di guardia che spunta dalla vegetazione (scattata con Rollei K3E + Fomapan 100)

Nella prima parte accennavamo ai problemi occorsi alle varie basi e che in alcuni casi potevano portare a gravi conseguenze. Mottola non ne fu esente, visto che oltre al carico di ossigeno liquido perso per strada nel 1962 accadde ben altro. Vi riportiamo una breve lista:

  • Agosto 1960: esplosione della batteria di un missile e danneggiamento di un altro missile dai colpi d’arma esplosi da un aviere di guardia
  • Ottobre 1960: esplosione dei bulloni esplosivi di un missile
  • Febbraio 1961: missile fortemente danneggiato dal vento
Area di lancio del 57° Gruppo, operativa e funzionante (foto archivio Antonio Mariani)

L’ultimo problema fu forse tra i più gravi di tutti quelli occorsi all’intero sistema installato nel Sud Italia: uno specialista italiano scoprì casualmente che era possibile effettuare un lancio senza il sistema della doppia chiave (grazie al quale non era possibile procedere senza il simultaneo impiego sia dell’ufficiale addetto italiano che di quello americano), semplicemente togliendo una lampadina nel quadro di lancio e facendo un piccolo cortocircuito. Allarmati gli americani, questi risolsero installando in tutte le basi dei sigilli di sicurezza.

Mottola, 1960. Installazione di un missile Jupiter (foto Fausto Miniucchi)

Mentre i Beatles registravano il loro primo singolo e Adriano Celentano era al comando delle chart italiane con Pregherò la base visse il proprio periodo d’oro, fino a raggiungere lo stato di Ready to Fire durante la crisi di Cuba dell’ottobre 1962, quando il mondo fu a pochi passi dal disastro nucleare. A conclusione di quella crisi diplomatica USA e Unione Sovietica giunsero a un accordo: quest’ultima smantellava le basi su Cuba in cambio della revoca del blocco navale, della garanzia di non intervento americano sull’isola, oltre allo smantellamento delle basi americane in Italia e Turchia.

L’Aerobrigata Strategica italiana cessava in quel momento di esistere, anche perché JFK considerava il sistema Jupiter troppo obsoleto e vulnerabile (dato che i missili erano sempre esposti a intemperie e quant’altro), al contrario dei nuovi Polaris montati sui sottomarini e dei Minuteman che potevano essere alloggiati in silos sottoterra, invisibili dall’esterno.

Dal febbraio 1963 il personale dell’USAF procedette materialmente allo smantellamento delle basi, che furono disattivate nella notte tra il 31 marzo e l’1 aprile. Lo smantellamento fu una vera e propria demolizione: le testate e tutto il materiale sensibile furono rimandati in America, i rottami e la strumentazione supplementare fu spedita in Nord Italia, la documentazione fu distrutta e il personale – deluso dalla fine dell’esperienza in un certo senso pionieristica – chiese in alcuni casi il trasferimento ad altre mansioni mentre in altri abbandonò addirittura la carriera militare.

Un’altra garitta di guardia (scattata con Rollei 35S + Lomography LomoChrome Purple)

Illuminante circa le mille problematiche delle basi Jupiter italiane è l’intervista realizzata da Deborah Sorrenti al Capitano Enzo Tatoni, Launch Control Officer di Mottola. Ne riportiamo un estratto:

D – Secondo Lei le basi erano sicure?

R – No per nulla, i missili potevano essere colpiti anche da un semplice fucile, ma la loro era una funzione di deterrenza, era importante solamente che ci fossero. Il sabotaggio poteva essere possibile: la strada che collegava Mottola a Taranto era stretta e delimitata dai muri a secco, è vero che veniva effettuato il servizio di sicurezza da parte nostra e dei Carabinieri, ma per esempio quando è successo di dover sostituire delle testate, queste venivano caricate sui camion con la scorta che li seguiva e li precedeva, una volta che mi trovavo lungo la strada vidi passare questo convoglio, in sostanza mi era passata una bomba atomica davanti. Di questo mi lamentai con il Col. Spreafico, mancava un reale sistema di sicurezza, per cui con facilità la bomba poteva essere sottratta, portata fino al mare, trasferita su un’imbarcazione e caricata con un mezzo su un sommergibile sovietico, per esempio, fra l’altro il camion aveva anche la gru. In seguito venne rinforzava la vigilanza e aggiunto il servizio di un elicottero. Non esisteva la coscienza della pericolosità di questi spostamenti e in vero nessuno si lamentava.

D- Come avveniva il funzionamento del missile?

R- Ad ognuno dei due ufficiali arrivava un messaggio crittografato con lettere e numeri, che bisognava decifrare, i messaggi potevano essere di due tipi: test message oppure war message, naturalmente il primo serviva per le simulazioni ed il secondo per i lanci reali. La prima chiave la girava l’americano, nel frattempo entravano in opera i tecnici che effettuavano tutti i controlli necessari.

Per il lancio simulato venivano attivati tutti i congegni meno quello del caricamento del carburante e quello dell’inserimento dei dati sul missile per la traiettoria. L’ossigeno liquido veniva tenuto in un trailer che era come un thermos, aveva un contenitore interno e uno esterno, con valvole di sicurezza per la pressione. Comunque era un sistema abbastanza sicuro, non abbiamo mai avuto incidenti.

Fortunatamente non ci furono mai incidenti di rilievo e come abbiamo già detto in precedenza la golden age delle basi terminò con la Crisi di Cuba, che essenzialmente consegnò ai segni del tempo e agli atti vandalici tutte e 12 le installazioni fra Puglia e Basilicata. Ma non tutto fu perso: una parte del personale e delle apparecchiature che avevano servito l’Aerobrigata finì nel neonato programma spaziale italiano, il progetto San Marco. Ma questa è tutt’altra storia. 

Lo stato di abbandono in cui versa uno degli stabili presenti nell’area della base (scattata con Rollei 35S + Lomography LomoChrome Purple)

Chi sapeva dimenticò in fretta, chi non sapeva continuò a rimanere all’oscuro di tutto, la politica – il governo Fanfani IV sarebbe durato fino al maggio 1963 – considerò il tutto un’avventura fugace e della quale era meglio non parlare. Questo è quello che resta, assieme alle garitte di guardia: testimoni in cemento e acciaio di quello che poteva essere ma che fortunatamente non fu.

Il sottoscritto durante il sopralluogo per la realizzazione del reportage contenuto nell’articolo

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