Voci nel vento. La Shoah raccontata dai pennelli di Massimo Marangio

Sabato 23 gennaio ore 18,00 a Palazzo Ducale Sale d’Avalos, sarà inaugurata la mostra Voci nel vento. Per non dimenticare – mostra di pittura di Massimo (23 gennaio-28 febbraio) Marangio, a cura di Francesco e Pinuccio Ancona de “La Pietra”- Arte contemporanea.

L’iniziativa, in occasione della Giornata della Memoria, si inserisce nel calendario delle numerose iniziative organizzate dal Comune di Martina Franca – Assessorato alle Attività Culturali con le Scuole, la Fondazione Paolo Grassi e il Presidio del Libro.

L’artista salentino rende omaggio alle vittime dell’olocausto  “raccontando” le atrocità dei campi di concentramento; parte dell’esposizione è dedicata ad Angelo Ancona, martinese deportato nel campo di prigionia Reservelazarett Stalag IV B Zeithain (campo distaccato dello Stalag IV B Mühlberg). Questo lager fu istituito nel 1941, inizialmente destinato ad accogliere prigionieri di guerra sovietici, a partire dal 1943 fu adibito anche a lazzaretto di riserva per prigionieri di guerra di altre nazionalità, tra cui moltissimi Internati Militari Italiani (IMI) che dopo l’8 settembre 1943 avevano rifiutato di collaborare con il regime nazista. Morirono li 850 italiani. Nove croci di legno al margine dell’ex cimitero militare italiano di Zeithain ricordano oggi i caduti italiani del Reservelazarett Stalag IV B.

Massimo Marangio nasce nel Salento. Studia all’Accademia di Belle Arti di Lecce, presso la scuola di Siano, dal quale apprende le tecniche antiche della sperimentazione pittorica, riversandole in un racconto lunghissimo che ha come costante la storia dell’uomo. L’uomo, i suoi miti, le tragedie, i suoi viaggi nella storia fantastica dell’universo. Le figure, i paesaggi di Massimo Marangio sono dei ritratti inverosimili di una realtà che egli vede e filtra, rendendoli solennemente sofferenti, di un soffrire che avvolge l’umanità. Su tutto si stende una patina di ambra che ne protegge gelosamente i contenuti.

Attraverso un linguaggio teso, nervoso, le opere di Massimo Marangio acquisiscono una verità silenziosa, negata alla chiacchiera umana e le forme, sfrangiate, non finalizzate alla descrizione, innescano operazioni di decodifica in cui la non passività della vista risulta condizione strutturale dell’emergere del sapere. La visualizzazione del caos, le forme con i bordi strappati, le atmosfere pittoriche articolate, l’oscurità, l’instabilità delle pennellate, concederanno il loro significato solo attraverso la capacità del distinguere, separare e riunire, un’attività insomma che l’artista delega al senziente il cui occhio, organo di un’attività, non solo rivela il mondo a noi, ma rivela noi ciò che siamo, sappiamo e desideriamo dal mondo. Così le scene ospitano nella “terra incognita” dell’anima vere presenze. Il pigmento ne viene irradiato e la forma immaginata diventa un’icona, una funzione veridica.

Veridica, perché segnate dalla storia sono le “presenze”, sia quando cercano di manifestarsi attraverso l’essenzialità delle “cose”, -rocce tronchi, terra, cielo, (Arie crepuscolari),- sia attraverso le complessità allusive -facce, sguardi, espressioni- che rimandano ad un passato storico di errori ed orrori che pesa come “fardello” sul futuro (Voci nel vento).

Massimo Marangio, tramite le leggi della pittura, socchiude le terre incognite dell’anima, mostrandoci la fallibilità dell’azione dell’uomo, inducendoci a riscoprire, nell’impervietà dei luoghi, altre possibili vie.

 

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