Piove. È la sera del 25 aprile. Una grossa auto nera ha appena parcheggiato in uno degli stalli sull’extramurale di Martina Franca. Dall’auto scendono due coppie: distinte, di mezza età, allegre. Passando accanto a loro si percepisce che vengono da fuori città. Passando accanto a loro si sente una delle due donne dire: “Metti il cartellino. Metti il cartellino di papà“. L’auto è parcheggiata in uno stallo giallo, per disabili, di quelli generici, senza numero. Uno dei due uomini estrae un mazzetto di contrassegni. Si guarda intorno. Ne piazza uno. Le coppie si avviano verso una serata di divertimento. Uno parcheggio per disabili è occupato grazie al “cartellino di papà”.
Un diritto (il parcheggio per chi ha difficoltà a deambulare) si trasforma in un gesto da bulli (parcheggio dove voglio, grazie alla disabilità di qualcun altro). Una possibilità per qualcuno di più debole diventa un vantaggio per chi è più forte, ovvero un privilegio fondato sulla menzogna.
Certo, potremmo passare ore a discutere sulla legittimità della cosa, ma la scena – realmente accaduta – potrebbe essere inventata e comunque offrire uno spunto di riflessione.
Qualche mese fa una consigliera comunale di Martina Franca, intervistata durante una manifestazione, pronunciava queste parole: “Sinceramente questo antifascismo ha stancato“. Una affermazione criticabile sia nella forma che nella sostanza. Nella forma perché non si capisce quale sia invece l’antifascismo che non abbia ancora stancato, dato che essendoci un “questo”, si presume ci sia anche un “quello”. Nella sostanza perché sull’antifascismo si fonda la Costituzione italiana di cui la consigliera comunale dovrebbe essere una sorta di garante. E poi chi sono coloro che sono stanchi dell’antifascismo? Gli italiani tutti? I fascisti e i post-fascisti? Le donne benestanti che possono dedicarsi alla politica senza dover barcamenarsi per arrivare a fine mese? Le coppie di mezza età che sfruttano la disabilità altrui trasformandola in un privilegio per godersi una serata a Martina Franca?
Ieri un mio caro amico diceva alla figlia: “Se non studi torna il fascismo“. Mai affermazione fu più vera. Se il fascismo è l’estrema semplificazione della realtà, tutta ridotta in un “noi” vs “loro”, in cui non esistono i diritti dei più deboli ma privilegi dei più forti, è necessario che la maggioranza delle persone sia ignorante, che non si riconosca in società, che non abbia contezza dei propri diritti. L’assenza di una educazione è la conditio sine qua non possono affermarsi regimi fondati su un certo tipo di menzogna, che dice, essenzialmente, che esistono categorie di persone pronte a erodere i nostri privilegi di classe media, siano essi migranti o donne, disoccupati o poveri, omosessuali o giovani, disabili. Di solito categorie più deboli le quali hanno bisogno che i loro diritti siano difesi innanzitutto attraverso l’educazione. Se non si studia, torna il fascismo, perché nessun controllo avrebbe potuto smascherare l’abuso delle due coppie che hanno rubato un posto disabile per far serata, ma solo la consapevolezza morale che questo tipo di comportamento non si può mettere in atto perché ignobile.
Se il fascismo è il regime politico che legittima la prepotenza del più forte sul più debole, dei pochi verso i molti, della difesa dei privilegi dei ricchi dal rischio di essere erosi dai diritti dei più sfortunati, a giudicare da quanto accade per strada, il suo antidoto – l’educazione – ha stancato solo chi non ha bisogno di esser difeso dalla Costituzione.

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