Mario Castellana intervista Massimo Leserri, architetto, in servizio presso il dipartimento DICATECh del Politecnico di Bari, aderente al Forum della Ricerca di Martina Franca, che è stato presentato dal professor Castellana e dall’assessore alle Attività Culturali Carlo Dilonardo.
Dove ha compiuto i suoi studi?
Ho compiuto i miei studi universitari a Firenze, dove mi sono laureato in Architettura. Al termine di questa esperienza ho vinto una borsa di studio postlaurea del programma Leonardo, che mi ha consentito di svolgere una prima esperienza di formazione all’estero in Spagna, a Valencia, rivelatasi determinante per il mio percorso successivo.
Rientrato in Italia, a Martina Franca, ho avviato collaborazioni con il Politecnico di Bari e con il prof. Gabriele Rossi a Taranto, nell’ambito del Disegno. Successivamente ho vinto una borsa di dottorato di ricerca al Politecnico di Bari, conseguendo il titolo europeo grazie alle collaborazioni previste con l’Università di Valencia e con l’Università di Siviglia. Durante il dottorato sono entrato a far parte di una rete di giovani ricercatori spagnoli, che mi ha permesso di accedere a diverse opportunità di concorso all’estero, in particolare in America Latina.
In questo contesto ho vinto un concorso per un posto da professore in Colombia, presso l’Universidad Pontificia Bolivariana, dove ho potuto sviluppare le mie prime ricerche post-dottorali e ricoprire il ruolo di responsabile scientifico di diversi progetti internazionali, coinvolgendo anche partner universitari italiani. Successivamente sono rientrato in Italia attraverso un concorso nell’ambito del programma di rientro dei cervelli, prendendo servizio come Ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Salerno. In seguito, ho vinto un ulteriore concorso sempre come ricercatore al Politecnico di Bari, dove sono stato recentemente chiamato dal mio dipartimento DICATECh come professore associato, con passaggio di ruolo previsto nel primo semestre 2026 al termine degli ultimi adempimenti amministrativi.
Nel complesso, il periodo di formazione iniziale a Valencia, grazie al programma Leonardo e allo studio della lingua spagnola, ha rappresentato un passaggio chiave che ha aperto la strada al dottorato internazionale e alle successive esperienze accademiche all’estero.
Come si è sviluppata la passione per la ricerca?
La passione per la ricerca è nata progressivamente già durante gli studi universitari. In particolare, alcune discipline – come la storia dell’architettura e altre materie di carattere teorico – mi hanno mostrato come l’attività di ricerca potesse configurarsi come un vero e proprio percorso di indagine, capace di coniugare studio critico, approfondimento metodologico e sperimentazione intellettuale.
Subito dopo la laurea ho tentato anche un concorso di Dottorato a Firenze in Storia dell’Architettura; tuttavia, per una serie di circostanze, lasciai la città prima di conoscerne l’esito per intraprendere un’esperienza all’estero a Valencia, grazie a una borsa di studio del programma Leonardo. Nonostante ciò, è rimasto sempre vivo il desiderio di misurarmi con la ricerca scientifica in modo più strutturato.
La prima vera occasione di svolgere un’attività di ricerca sistematica è arrivata con una borsa di studio vinta al Politecnico di Bari e finanziata dalla Regione Puglia, dedicata allo studio delle costruzioni in pietra a secco. Questa esperienza è stata particolarmente significativa, perché mi ha permesso di confrontarmi concretamente con metodi, tempi e responsabilità della ricerca, rafforzando al tempo stesso la mia motivazione.
Proprio questa esperienza è stata determinante nel farmi affrontare il concorso di Dottorato con maggiore consapevolezza. Il Dottorato ha rappresentato, a tutti gli effetti, l’esperienza fondativa del mio percorso, grazie all’ambiente stimolante diretto dal coordinatore prof. Dino Borri, ed è in quel contesto che ho compreso come la ricerca potesse diventare non solo un ambito di interesse, ma una dimensione professionale stimolante e duratura, con cui continuare a confrontarmi nel tempo.
In quale campo ha concentrato la sua ricerca?
La mia attività di ricerca si colloca principalmente nel settore del Disegno e delle Scienze della Rappresentazione, con particolare riferimento allo studio del costruito. Con questo termine intendo non solo l’architettura in senso stretto, ma più in generale l’insieme delle trasformazioni antropiche operate dall’uomo, considerate a diverse scale: dal singolo manufatto architettonico fino al paesaggio e al territorio.
In questo ambito, il disegno assume un ruolo centrale come strumento di conoscenza e di indagine scientifica, integrando in modo strutturato il rilievo architettonico e territoriale. Il rilievo diventa così una vera e propria strategia di ricerca, finalizzata alla documentazione, all’analisi e all’interpretazione grafica di contesti e realtà di particolare interesse storico, culturale e ambientale.
Una parte significativa della mia ricerca è dedicata ai beni culturali e al paesaggio culturale, ambiti nei quali il disegno e la rappresentazione consentono di mettere in relazione aspetti materiali, stratificazioni storiche e trasformazioni contemporanee. In questo quadro, l’attività di ricerca si caratterizza per un continuo rinnovamento delle tematiche affrontate, delle tecniche di acquisizione e gestione dei dati e degli obiettivi conoscitivi, mantenendo sempre un approccio metodologico rigorosamente scientifico.
Ci può descrivere alcuni dei risultati ottenuti?
Gli esiti delle ricerche svolte sono eterogenei e strettamente legati agli obiettivi scientifici dei singoli progetti. È quindi utile richiamarne alcuni esempi significativi, in grado di rappresentare l’ampiezza e la varietà dei risultati ottenuti.
Negli ultimi anni una parte rilevante della ricerca si è concentrata sulla documentazione grafica e metrica di manufatti architettonici di elevato valore storico-culturale, spesso privi di un rilievo realizzato con metodologie e tecnologie avanzate. In questi casi, l’impiego di tecniche innovative di “laser scanning” e fotogrammetria ha consentito non solo di produrre restituzioni grafiche a scale di grande precisione, ma anche di far emergere aspetti inediti e intrinseci dell’architettura, sia dal punto di vista costruttivo sia da quello storico-interpretativo.
Un ambito particolarmente significativo è stato quello delle ricerche condotte in America Latina, in particolare in Colombia, ma anche a Cuba e in Argentina, dove è stato possibile rilevare e documentare monumenti di grande importanza per le comunità locali. In alcuni casi, gli esiti della ricerca hanno avuto una ricaduta istituzionale diretta, venendo consegnati ai Ministeri della Cultura per finalità di tutela e valorizzazione. Tra questi si possono citare la documentazione finalizzate a candidature UNESCO come quella relativa al Santuario di Las Lajas, nel sud della Colombia, e lo studio di una delle architetture più rilevanti dell’architetto colombiano Rogelio Salmona, la casa progettata come residenza del premio Nobel della letteratura Gabriel García Márquez. In quest’ultimo caso, la documentazione prodotta trasmessa alla sede UNESCO di Parigi per il riconoscimento quale Sito Unesco di questo architetto colombiano, formatosi nell’atelier parigino di Le Corbusier.
Altri progetti di ricerca hanno interessato anche porzioni di città e contesti urbani complessi, come alcuni quartieri di Bogotá, oggetto di rilievi urbani integrati a metodologie visuali. Queste ricerche hanno permesso di far emergere valori legati all’abitare, all’edilizia popolare e alla qualità dell’habitat, con particolare attenzione ai rapporti tra spazio costruito, comunità e territorio. Una di queste esperienze, sviluppata recentemente nel sud di Bogotá, rappresenta un esempio emblematico di integrazione tra rilievo, rappresentazione e lettura sociale dello spazio urbano.
Parallelamente, sono state condotte numerose ricerche sul territorio pugliese, in particolare a Martina Franca. Tra queste si segnalano gli studi sui Portici urbani di Piazza Immacolata, richiesti dall’amministrazione comunale per chiarire aspetti di proprietà pubblica e privata e per supportare il riconoscimento dell’intero ambito come bene culturale da sottoporre a tutela. Altri filoni hanno riguardato le architetture in pietra a secco e, più recentemente, una campagna di rilievo su sette chiese del centro storico di Martina Franca, i cui esiti stanno aprendo a nuove interpretazioni di carattere storico-architettonico. Questa campagna di rilievi si inserisce nell’idea, sorta nel 2015, di indagare il fenomeno del Barocco in Puglia.
Ulteriori risultati di ricerca riguardano la documentazione di cattedrali colombiane nell’area caraibica, lo studio dei mercati coperti fluviali risalenti all’inizio del XX secolo, legati alla diffusione delle istanze igieniste, e la sperimentazione di integrazione tra diverse tecniche di rilievo finalizzata a migliorare l’accuratezza metrica e la qualità delle restituzioni grafiche. Parte di questi esiti è confluita in pubblicazioni scientifiche di settore, dedicate sia all’architettura vernacolare sudamericana sia a beni riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità, tra cui la Torre dell’Orologio di Cartagena de Indias (Colombia), Casa Curutchet di La Plata (Argentina) e San Francisco de Paula di La Habana (Cuba).
Quali potranno essere i benefici?
I benefici della ricerca rappresentano oggi una delle sfide più rilevanti dell’Università contemporanea, al punto che si parla sempre più spesso di “quarta missione”, intesa come la capacità di produrre ricadute concrete, sociali e dirette sul territorio a partire dall’attività scientifica. Perché ciò avvenga, è fondamentale instaurare un dialogo costante con il contesto di riferimento, interpretando le istanze della comunità attraverso il confronto con gli attori locali: amministrazioni pubbliche, enti istituzionali e soggetti coinvolti nei processi decisionali, ma anche attraverso una lettura attenta delle esigenze sociali e culturali contemporanee.
In questa prospettiva, negli ultimi anni le Università stanno sviluppando dinamiche virtuose che permettono di intercettare temi emergenti direttamente dal territorio e di elaborarli all’interno dei tempi e dei metodi propri della ricerca accademica. Le attività di ricerca che abbiamo condotto, in particolare nei contesti dell’America Latina e della Puglia, si inseriscono pienamente in questo quadro.
Un primo beneficio riguarda il supporto tecnico-scientifico alle amministrazioni pubbliche nei processi di tutela e valorizzazione del patrimonio costruito. Esperienze come quelle legate alla Torre dell’Orologio di Cartagena de Indias o agli studi condotti per il Comune di Martina Franca hanno fornito strumenti conoscitivi avanzati, basati su rilievi accurati e su tecniche innovative di acquisizione dei dati, indispensabili per una gestione consapevole e sostenibile di manufatti complessi e spesso fragili.
Un secondo ambito di ricaduta riguarda le dimensioni sociali e abitative. La documentazione e il rilievo di quartieri di edilizia popolare, come nel caso di un quartiere nel sud di Bogotá, hanno evidenziato l’importanza del disegno e del rilievo urbano per la pianificazione, come strumenti capaci di incidere concretamente sulla qualità della vita delle comunità locali. In questi contesti, la ricerca ha contribuito a comprendere e valutare modelli insediativi sperimentati nel corso del Novecento, offrendo elementi utili per la loro eventuale validazione, trasformazione o riproposizione in chiave contemporanea, anche in relazione a processi di trasformazione pianificata.
Un ulteriore beneficio riguarda l’aumento della consapevolezza culturale nei confronti di architetture e paesaggi spesso considerati “minori” o anonimi, come le architetture vernacolari prive di un autore riconosciuto. La ricerca ha permesso di restituire valore a questi beni, dimostrando come essi rappresentino una componente fondamentale dell’identità dei luoghi e come meritino oggi adeguate politiche di tutela, conservazione e valorizzazione. Nel complesso, i benefici della ricerca si manifestano quindi non solo nella produzione di conoscenza scientifica, ma anche nella sua capacità di incidere positivamente sui territori, sulle comunità e sui processi decisionali, rafforzando il ruolo dell’Università come attore attivo e responsabile nello sviluppo culturale e sociale.
Quali sono i suoi interessi negli ultimi tempi?
Gli interessi più recenti della mia attività di ricerca si concentrano principalmente su due grandi ambiti, tra loro complementari.
Il primo riguarda il ruolo della documentazione, del rilievo e della rappresentazione come strumenti capaci di contribuire, all’interno di esperienze multidisciplinari, alla produzione di dati accurati e affidabili, utili allo sviluppo di obiettivi conoscitivi e applicativi più ampi. In questa prospettiva, il disegno e il rilievo non sono intesi come esiti finali, ma come dispositivi di conoscenza in grado di far emergere aspetti che possono incidere concretamente sulla qualità “sostenibile” della vita delle persone. Un ulteriore esempio significativo è lo studio di modelli urbanistici e insediativi, in particolare legati all’edilizia popolare, per individuare buone pratiche progettuali capaci di garantire benessere, inclusione e qualità dell’abitare.
Per perseguire questi obiettivi, negli ultimi anni la ricerca si è orientata verso una integrazione delle tecniche di acquisizione dei dati provenienti da ambiti diversi, includendo contributi metodologici delle scienze sociali, come l’antropologia e l’etnografia, che da tempo utilizzano con efficacia le metodologie visuali. L’interesse è quello di superare una lettura esclusivamente materiale e tangibile del costruito, per includere anche le percezioni, le pratiche d’uso e le esperienze degli abitanti e dei fruitori. In questo senso, negli ultimi tre anni sono state avviate esperienze di ricerca integrata, anche con il coinvolgimento di specialisti di altri settori, finalizzate alla produzione di una documentazione non solo grafica, ma anche filmica e audiovisiva.
Un secondo ambito di interesse riguarda il territorio pugliese, con una rinnovata attenzione alle architetture in pietra a secco, in particolare nel contesto di Alberobello, affrontate però in una chiave prevalentemente pianificatoria e urbanistica. L’obiettivo è comprendere come intervenire su queste architetture e migliorare le dinamiche di gestione e conservazione di una città il cui centro storico è riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO. In parallelo, è in corso un approfondimento su Martina Franca, volto alla restituzione grafica, curata e originale, di alcuni edifici religiosi, con l’intento di rileggere queste architetture per far emergere inediti aspetti o alcuni finora poco indagati.
Un ulteriore interesse di ricerca, che si intende sviluppare in modo più sistematico, riguarda il ruolo della modellazione parametrica, e non mi riferisco solo al BIM e HBIM, che sono applicati al costruito e al patrimonio culturale, ma esplorare anche progetti per la salute, come i cosiddetti spazi virtuali. In questi casi, la modellazione parametrica, integrata con tecniche avanzate di acquisizione e restituzione dei dati, può contribuire alla costruzione di ambienti virtuali immersivi o metaversi, capaci di migliorare l’esperienza del paziente durante la degenza e di supportare nuovi modelli di progettazione e fruizione dello spazio. Nel complesso, gli interessi ultimi della ricerca mirano quindi a rafforzare il ruolo del disegno e della rappresentazione come strumenti centrali per l’innovazione metodologica, l’integrazione disciplinare e l’impatto concreto della ricerca sulla società.
Come vede la situazione della ricerca italiana?
A questa domanda, non mi considero certamente la persona più adatta a fornire una valutazione esaustiva. Posso però provare a descrivere quella che è la mia percezione, basata su quanto ho avuto modo di osservare sia in America Latina che in Italia, mettendo quindi a confronto due contesti diversi.
All’estero, ho notato che nei progetti di ricerca la valutazione degli esiti e dei risultati non avviene esclusivamente attraverso le tradizionali pubblicazioni scientifiche, nelle quali vengono sistematizzati i metodi utilizzati e i risultati ottenuti. Accanto a questi strumenti, infatti, vengono obbligatoriamente previsti altri obiettivi, come la cosiddetta proiezione sociale della ricerca: si cerca, cioè, di comprendere in che modo essa possa avere un impatto sul territorio, quali ricadute concrete possa generare e con quali forme possa instaurarsi un dialogo con la comunità di riferimento. Questo aspetto, a mio avviso, in Italia è meno evidente, dove spesso i progetti di ricerca sembrano essere pensati principalmente per il raggiungimento di risultati scientifici, ma con una minore attenzione alle ricadute territoriali e sociali. D’altra parte, sia all’estero sia in Italia, le università – pubbliche e private – condividono una difficoltà strutturale nella ricerca di fondi per finanziare le attività di ricerca. Esistono certamente fondi interni e finanziamenti esterni, provenienti dai ministeri o da altri enti interessati a sostenere specifici progetti, ma questo rimane un problema diffuso e attuale. Senza un adeguato sostegno economico, infatti, è molto complesso ottenere risultati di alta qualità nell’ambito della ricerca. Per questo motivo, le università spesso faticano e richiedono agli stessi docenti e ricercatori di contribuire attivamente alla ricerca di finanziamenti esterni, attraverso bandi o finanziatori terzi, per poter poi sviluppare i progetti all’interno dell’Accademia. Un ulteriore aspetto della ricerca che considero non secondario, ma anzi fondamentale, riguarda le modalità di confronto, cooperazione e collaborazione all’interno dei progetti di ricerca. Nel contesto internazionale ho osservato con particolare interesse come gli esiti della ricerca siano spesso considerati qualitativamente più rilevanti quando sono il risultato di un lavoro collettivo, sviluppato a più mani e arricchito da prospettive multidisciplinari. Questo non rappresenta un giudizio assoluto, ma piuttosto un orientamento diffuso, fondato sull’idea che il confronto tra competenze diverse possa rafforzare la qualità complessiva dei risultati.
Al contrario, la mia esperienza in Italia è stata in parte segnata da un’impostazione più individualistica della ricerca, nella quale il singolo ricercatore tende a lavorare in modo autonomo, talvolta in maniera quasi protettiva o gelosa del proprio lavoro. Questo approccio, pur avendo certamente delle motivazioni storiche e strutturali, rischia però di limitare il confronto critico e di ridurre l’apporto di sguardi esterni, che invece possono rappresentare un valore aggiunto significativo.
Non a caso, in diversi contesti accademici esteri, anche nei sistemi di valutazione della ricerca a livello nazionale, le pubblicazioni collettive vengono spesso considerate con maggiore favore rispetto a quelle individuali. Il presupposto, pur sempre relativo, è che un risultato scientifico maturato attraverso il dialogo tra più ricercatori possa raggiungere un livello qualitativo più elevato, proprio perché frutto di un confronto critico più ampio e meno autoreferenziale. Al contrario, una ricerca individuale, pur potendo essere di grande valore, potrebbe non aver beneficiato dello stesso grado di discussione e verifica critica, rischiando quindi una maggiore chiusura su sé stessa.
Ad un giovane che voglia intraprendere l’attività di ricerca, cosa consiglierebbe?
A questa domanda, la risposta che mi sento di offrire è innanzitutto quella di provare a collaborare con un laboratorio o un’unità di ricerca universitaria, così da potersi confrontare concretamente con l’attività comprenderne dinamiche, tempi e modalità. In questo percorso, la partecipazione a un concorso di Dottorato rappresenta senza dubbio un passaggio fondamentale e un’esperienza formativa di grandissima importanza per chi desidera fare della ricerca una parte centrale della propria vita professionale.
Un ulteriore consiglio è quello di non limitarsi a candidarsi a bandi o avvisi di università italiane, ma di guardare anche all’estero. Questo implica, naturalmente, la disponibilità a vivere esperienze fuori dal proprio paese e, di conseguenza, la necessità di possedere una buona conoscenza delle lingue straniere. In questo senso, lo studio serio e continuativo delle lingue più diffuse rappresenta oggi una prerogativa imprescindibile, sia per ampliare le opportunità sia per non precludersi la possibilità di partecipare a concorsi e programmi internazionali. Ritengo inoltre che l’esperienza all’estero sia, in generale, fondamentale per sviluppare un maggiore senso critico, confrontarsi con contesti culturali e accademici diversi e arricchirsi sia dal punto di vista professionale sia umano.
Ciò premesso, però, consentirebbe un’ulteriore riflessione sull’esperienza all’estero che non rappresenta soltanto un valore per il singolo ricercatore, ma può diventare un elemento strategico anche per le istituzioni universitarie coinvolte. Favorire o facilitare, infatti, la mobilità verso l’estero significa infatti anche assumersi l’impegno reciproco ad accogliere giovani collaboratori e ricercatori provenienti da altre sedi, sia nazionali sia internazionali. Questo scambio culturale e scientifico arricchisce tutti gli attori coinvolti, rafforza le reti di collaborazione e contribuisce a rendere le università meno chiuse su sé stesse. Il rischio, in assenza di queste esperienze, è quello di una certa endogamia accademica, per cui neolaureati e giovani ricercatori tendono a riprodurre in modo poco critico e innovativo gli approcci e gli insegnamenti dei propri docenti. Senza un confronto esterno, sia culturale sia scientifico, diventa più difficile rinnovare le proprie posture di ricerca, sviluppare uno spirito critico autonomo e aprirsi a metodologie e prospettive diverse. In questo senso, l’esperienza all’estero rappresenta uno strumento fondamentale per stimolare l’innovazione, il confronto internazionale e una crescita più consapevole, sia a livello individuale sia istituzionale, contribuendo a rendere il sistema universitario più dinamico, aperto e competitivo.
Lei vive e ha rapporti col nostro territorio. La ricerca quale impatto può avere?
Alla domanda su quale impatto possa avere la ricerca nel rapporto con il territorio, ritengo che essa possa avere un ruolo ancora più significativo rispetto a quanto avviene oggi. Probabilmente è necessario fare di più in termini di dialogo, per instaurare una vera e propria sinergia tra università e territorio, coinvolgendo sia gli enti pubblici sia quelli privati.
È chiaro che il nostro territorio può presentare alcune limitazioni, ad esempio nel settore terziario-industriale, e che solo alcuni ambiti disciplinari riescano a dialogare in modo diretto con determinate realtà produttive. Tuttavia, dal punto di vista del dialogo pubblico, cioè tra università ed enti pubblici – amministrazioni comunali, provinciali e locali – questo confronto non solo è possibile, ma è auspicabile e necessario. In questo senso, si potrebbe pensare alla creazione di veri e propri tavoli di confronto permanenti, realmente attivi, nei quali questi attori possano dialogare in modo costruttivo. L’obiettivo sarebbe consentire all’università di creare un osservatorio per intercettare le esigenze del territorio e, con il sostegno delle amministrazioni, sviluppare progetti di ricerca le cui ricadute siano condivise e utili alla cosa pubblica.
Naturalmente, questo processo dipende dalla sensibilità e dalla disponibilità sia delle amministrazioni sia dell’università stessa: è necessario superare confini e barriere per costruire alleanze strategiche che incidano concretamente sulla vita collettiva. Una delle azioni più realistiche e praticabili potrebbe essere, ad esempio, il finanziamento di Dottorati di ricerca da parte delle amministrazioni, attraverso la condivisione dei progetti e dei risultati attesi. Ciò permetterebbe all’università, in un arco temporale definito come quello triennale del dottorato, di sviluppare ricerche i cui esiti possano essere utilizzati direttamente dagli enti finanziatori.
Accanto a questa proposta, possono certamente esistere altre strategie più mirate, basate sull’analisi delle competenze specifiche presenti nei dipartimenti o nelle università e sul confronto con le esigenze concrete delle amministrazioni. Per avviare queste dinamiche virtuose è però indispensabile, come primo passo, instaurare un dialogo conoscitivo per intendere quali competenze l’università possieda, e solo successivamente sarà possibile passare a una fase di riflessione condivisa e di progettazione definitiva.

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