Lucya Passiatore, antropologa di Martina Franca a Tallinn: «La ricerca non è un dono per pochi eletti»

Intervista a Lucya Passiatore, aderente al Forum della Ricerca, antropologa e ricercatrice presso l’Università di Tallinn (Estonia), membro del consiglio direttivo dell’associazione estone di antropologia, co-fondatrice dell’Accademia Estone della Lingua e Cultura Italiana.

Dove ha compiuto i suoi studi?

Ho intrapreso il mio percorso formativo presso l’Istituto Tecnico Leonardo da Vinci, nell’indirizzo amministrazione, finanza e marketing, esperienza che mi ha permesso di capire, in realtà, che quel settore non corrispondeva alle mie aspirazioni. Ho quindi scelto di riorientarmi, iscrivendomi alla triennale in Lingue e Culture Moderne presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari. Qui mi sono laureata in russo, lingua che avevo già iniziato a studiare durante le superiori attraverso corsi pomeridiani e scambi familiari, inglese e francese. Per approfondire la conoscenza del russo e viverne il contesto, mi sono trasferita a Nižnij Novgorod, in Russia, dove ho svolto attività di volontariato. La svolta decisiva è arrivata con il master in antropologia sociale e culturale all’Università di Tallinn, concluso con cum laude: è lì che mi sono innamorata della disciplina. Ho proseguito con un dottorato in antropologia ambientale, ambito in cui oggi svolgo attività di ricerca e di insegnamento.

Come si è sviluppata la passione per la ricerca?

La curiosità per il mondo, sia quello vicino a me che quello lontano, mi ha sempre animata. Ancor prima di scoprire l’antropologia come disciplina, ho trascorso diversi anni viaggiando, facendo volontariato e lavorando come giornalista freelance in paesi come Russia, Svezia, Bosnia, Estonia e Norvegia. Inconsapevolmente, praticavo già un approccio antropologico, cercando di decifrare la complessità e le dinamiche sociali delle culture che incontravo. È stato però l’acquisizione di strumenti teorici e metodologici all’università a trasformare quella curiosità in una missione di ricerca precisa: mostrare le relazioni, le dinamiche di potere e le interconnessioni nascoste tra fenomeni spesso considerati separati, cercando di affrontare queste questioni con una prospettiva olistica.

In quale campo ha concentrato la sua ricerca?

La mia prima ricerca sul campo, nel 2022, è stata condotta nella comunità degli African Hebrew Israelites of Jerusalem nel deserto del Negev, in Israele. Ho analizzato come i cambiamenti climatici di origine antropica influenzassero le dinamiche socio-culturali di questa comunità transnazionale di circa 300-400 persone, insediata nel cosiddetto “Villaggio della Pace”. Attualmente, invece, sto conducendo una ricerca nel basso Salento, in collaborazione con il climatologo prof. Piero Lionello dell’Università del Salento. Il progetto esamina gli effetti e le percezioni locali dei cambiamenti climatici antropici e ambientali (quali la Xylella Fastidiosa), con l’obiettivo di connettere la macroanalisi scientifica con le microesperienze delle comunità.

Ci può descrivere alcuni dei risultati ottenuti?

Essendo la ricerca salentina ancora in corso, è prematuro condividerne i risultati.

Per quanto riguarda invece il lavoro nel Negev, un dato emerso con forza è il ruolo culturale vitale del suono all’interno della comunità. I paesaggi sonori, intesi come musica, uso di un linguaggio decolonizzato, e l’intero tessuto di dialoghi e socializzazione (specialmente tra residenti e bambini), rappresentano un simbolo di resistenza e appartenenza allo spazio. Questa comunità rappresenta un caso emblematico di diaspora. Partita dagli Stati Uniti nel 1967 per sfuggire al razzismo e alla violenza, e giunta in Israele nel 1969 dopo un passaggio in Liberia, è stata infine insediata in un’area desertica marginale. Nell’adesso chiamato “Villaggio della Pace”, la reinvenzione sonora e linguistica è diventata uno strumento fondamentale per preservare l’identità e tenere unito il gruppo. Ora, con l’inasprirsi delle temperature nel deserto, anche questi paesaggi sonori stanno mutando: il caldo estremo limita le interazioni diurne. Nonostante ciò, la comunità adatta le sue pratiche, ad esempio usando musica ad alto volume per comunicare tra le dimore e affermare una presenza collettiva nello spazio. Il suono rimane così un potente collante sociale, anche di fronte alla crisi climatica.

Quali potranno essere i benefici della sua ricerca?

Il mio obiettivo è contribuire a un ripensamento degli impatti delle alterazioni climatiche e ambientali. Spesso l’attenzione si concentra sugli eventi fisici immediati, trascurando le conseguenze a lungo termine sul tessuto socio-culturale e sugli strati più profondi della vita comunitaria.

Con la ricerca in Salento, in collaborazione con il prof. Lionello, miriamo a costruire un ponte tra la dimensione fisica (i dati climatici) e quella culturale (le percezioni e i vissuti). Solo un’analisi integrata di questo tipo può portare a politiche di gestione del territorio più efficaci e inclusive. Inoltre, al cuore della mia metodologia c’è il coinvolgimento diretto e paritario delle comunità locali. L’obiettivo è far emergere e rafforzare la loro agency, ovvero la capacità di essere autori ed autrici consapevoli della propria storia. Soprattutto tra le classi sociali più vulnerabili e le minoranze, voglio contribuire a trasformare la percezione di sé: da soggetti passivi, destinatari di politiche calate dall’alto, a protagonisti/e attivi e informati, in grado di partecipare in modo sostanziale alla costruzione del proprio futuro e di quello delle generazioni che verranno.

Quali sono i suoi interessi negli ultimi tempi?

Oltre alla ricerca principale, da alcuni anni sto lavorando ad un libro accademico scritto a quattro mani con il prof. Dario Martinelli dell’Università di Tecnologia di Kaunas. Il volume analizza, da una prospettiva semiotica e antropologica, il fenomeno della “vegafobia”, ovvero le discriminazioni sociali verso chi adotta stili di vita vegetariani o vegani, ed includerà diversi casi di studio insieme a una solida base teorica.

Un altro mio grande interesse è l’organizzazione di eventi, concepiti non solo come momenti di divulgazione, ma come veri e propri strumenti per costruire comunità e stimolare un dialogo pubblico informato e inclusivo.

All’Università di Tallinn, ho ideato e curato diversi cicli di seminari che hanno coinvolto studiosi e professionisti di calibro nazionale e internazionale. Tra questi, il ciclo “L’Antropologia dell’Italia”, pensato per portare una prospettiva italiana contemporanea nel panorama accademico estone con interventi di figure Fabio Dei, Stefano Montes, Simone Pisano, Lia Giancristofaro, Luca Tagliaretti dell’Accademia Italiana della Cucina e l’ex ambasciatore Daniele Rampazzo. Parallelamente, ho diretto il convegno interdisciplinare “Breaking the Silence: An Interdisciplinary Exploration into the Complexities of Violence”, che ha unito le voci della psicologa Helve Kase, dell’antropologa Giovanna Parmigiani, del filosofo del diritto Gary Francione e della sociologa Kadri Aavik. Dirigo inoltre la serie di seminari mensili “Inimkond: Current Issues in Anthropology and Beyond”, un forum permanente per affrontare temi di stringente attualità.

Questa vocazione a creare ponti culturali si estende oltre l’accademia. Per la comunità italofona in Estonia, ho organizzato corsi di lingua e cultura per bambini italo-estoni e altri eventi che rafforzano il tessuto sociale della comunità italofona in Estonia.

Come vede la situazione italiana relativa alla ricerca?

Per quanto provi a vederla con positività, devo ammettere che sono molto preoccupata. Purtroppo, stiamo assistendo ad una progressiva diminuzione dei fondi e, mi sembra, anche dell’interesse e della percezione di rilevanza che l’opinione pubblica attribuisce a questo settore. L’Italia potrebbe fare molto di più, ma manca la consapevolezza di questa urgenza. Nei contatti con colleghi che lavorano in Italia, percepisco un clima di forte insoddisfazione e precarietà, che spinge molte menti brillanti a cercare opportunità all’estero. È un circolo vizioso che, invece di far progredire il paese, ne rallenta lo sviluppo.

Ad un giovane che voglia intraprendere l’attività di ricerca, cosa consiglierebbe?

Vorrei prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco: la ricerca non è un “dono” per pochi eletti con i voti più alti, ma un processo aperto a chiunque abbia curiosità, disciplina e determinazione. Il mio consiglio è di esplorare: viaggiare, leggere, relazionarsi con persone e mondi diversi dal proprio. Solo attraverso un’esplorazione personale si può trovare il campo a cui appassionarsi davvero. In questo percorso, è fondamentale accettare che l’errore e il non sapere non sono fallimenti, ma tappe necessarie della crescita. Un buon ricercatore o una buona ricercatrice è chi, mosso/a da passione, sa mettere in discussione prima di tutto se stesso/a, e proprio per questo è in grado di produrre conoscenza innovativa e solida.

Continua ad avere rapporti col nostro territorio?

Assolutamente sì. Pur non essendo attiva nello specifico territorio di Martina Franca, mantengo stretti rapporti con la Puglia e con l’Italia in generale, partecipando a conferenze e incontri. In particolare, sono molto coinvolta nel Salento, dove sto conducendo la mia ricerca. Per l’estate 2026 sto organizzando workshop comunitari con l’obiettivo di raccogliere, attraverso i disegni dei residenti, le loro percezioni personali degli impatti climatici e ambientali. Questi materiali saranno poi esposti in mostre in Italia, Estonia ed altri paesi. Parallelamente, organizzerò seminari per divulgare i risultati della ricerca, favorendo un dialogo continuo tra il mondo accademico e le comunità locali.

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