Guerra in Iran. Meloni: “Costretti a scegliere tra cattive opzioni”

La premier Giorgia Meloni ha appena finito di relazionare in Senato in merito, tra le altre cose, alla guerra scatenata dagli USA e da Israele contro l’Iran, le cui conseguenze si iniziano già a sentire nella vita quotidiana. In sintesi il Governo italiano si trova in una situazione scivolosa e prova a mantenere un equilibrio, spiegando che comunque non ci sarà un intervento diretto, che intende fornire supporto umanitario e qualora dovessero servire le basi militari, si farà fede all’accordo che risale al 1954.

Ecco la trascrizione ragionata del suo intervento, realizzata con gli strumenti forniti dai LLM.

Non partecipazione diretta

Il punto più netto riguarda il non coinvolgimento dell’Italia nell’operazione militare:

«Un intervento a cui, lo dico subito a scanso di ogni equivoco, l’Italia non prende parte e non intende prendere parte.»

Il diritto internazionale: una collocazione ambigua

Meloni esprime un giudizio implicito ma formulato con estrema cautela retorica:

«È in questo contesto di crisi attuale del sistema internazionale nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano.»

Il contesto: il programma nucleare iraniano come minaccia

Meloni inquadra l’intervento militare in un contesto di fallimento diplomatico, attribuendo responsabilità all’Iran:

«Se da una parte la leadership iraniana ha sempre negato di volersi dotare di un’arma nucleare, dall’altra la Repubblica Islamica, come riferito dal direttore dell’Agenzia Atomica delle Nazioni Unite, Rafael Grossi, procede ad arricchire l’uranio fino a una purezza del 60%, un livello che qualsiasi esperto della materia riconosce essere molto più alto di quello necessario per gli usi civili del nucleare e molto vicino a quello necessario a fabbricare una bomba atomica.»

E aggiunge il rischio diretto per l’Europa:

«Non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare, unita peraltro a una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l’Italia e l’Europa.»

La logica delle “cattive opzioni”

Meloni non giustifica l’attacco, ma lo inserisce in una valutazione di male minore:

«Il punto è che noi viviamo purtroppo in un mondo che ci costringe a scegliere tra cattive opzioni. Quindi da una parte consideriamo drammatico l’avvio di un altro conflitto e non sottovalutiamo gli impatti diretti, soprattutto di carattere economico, che quel conflitto può generare per l’Italia. Ma dall’altra parte sappiamo che si tratta di conseguenze che non sono neanche paragonabili ai rischi che correremmo se facessimo finta di nulla di fronte allo scenario di un regime fondamentalista che massacra i suoi oppositori, colpisce i paesi del Golfo e si dota di missili a lungo raggio e testate atomiche.»

La diplomazia italiana precedente

Il governo rivendica di aver tentato la via negoziale:

«Ricordo che per due volte abbiamo ospitato a Roma i negoziati sul nucleare che dall’inizio abbiamo sostenuto ogni sforzo di facilitazione che veniva condotto. A lungo abbiamo anche tenuto aperto un canale di comunicazione con Teheran sottolineando l’urgenza di un accordo che assicurasse il carattere esclusivamente civile del programma nucleare iraniano.»

La tutela dei civili e la strage di Minab

Pur non condannando l’intervento militare, Meloni chiede il rispetto delle vite civili:

«Intendiamo far sentire la nostra voce affinché nel perdurare delle azioni militari di Stati Uniti e Israele volte a neutralizzare la capacità bellica iraniana venga preservata l’incolumità dei civili a partire dai bambini. Per questo, a nome del governo esprimo ferma condanna per la strage delle bambine avvenuta nella scuola di Minab, nel sud dell’Iran, la solidarietà ai familiari delle giovanissime vittime e la richiesta che si accertino rapidamente le responsabilità di questa tragedia.»

La questione delle basi militari

Su uno dei temi più dibattuti, Meloni chiarisce che l’Italia rispetta gli accordi bilaterali del 1954 senza estenderli:

«Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe sempre in virtù di quegli accordi al governo. Ma su questo punto ribadisco con chiarezza la posizione che il governo ha già espresso. La decisione in quel caso per noi spetterebbe al Parlamento e allo stesso modo e a scanso di equivoci chiarisco che ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso, così come ribadisco che noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra.»

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