Vincenzo Barnaba, immunologo della Sapienza: “L’Italia investe poco nella ricerca, i talenti fuggono all’estero”

Intervista a Vincenzo Barnaba, professore emerito onorario presso l’università “La Sapienza di Roma”, aderente al Forum della Ricerca di Martina Franca

Dove ha compiuto i suoi studi?

 Dopo la maturità conseguita presso il Liceo ‘Tito Livio’, presso  la Facoltà di Medicina e Chirurgia la ‘Sapienza’ Università di Roma

Come si è sviluppata la passione per la ricerca?

Mentre mi occupavo della mia tesi sperimentale sulla immunopatogenesi delle epatiti croniche, nell’Istituto di I Clinica Medica del Policlinico Umberto I, agli inizi degli anni ’70.

In quale campo ha concentrato la sua ricerca?

L’ Immunologia da sempre.

Ci può descrivere alcuni dei risultati ottenuti?

Ho svolto l’attività di ricerca scientifica principalmente presso l’Istituto Pasteur, Fondazione Cenci Bolognetti – Dipartimento di Medicina Interna e Specialità Medica, Sapienza Università di Roma. Da  45 anni impegnato nel campo dell’immunologia, ho affrontato insieme al mio gruppo di ricerca  i seguenti argomenti in particolare:

1. Il “sistema di interrogazione delle cellule T” per l’identificazione di antigeni tumorali immunogenici (indotti dalla chemioterapia) mediante una combinazione di proteomica basata sulla spettrometria di massa (MS) di cellule tumorali e risposte delle cellule T della memoria (di pazienti oncologici) che riconoscono selettivamente i tumor-associated antigens (TAA) più immunogenici (Int J Cancer 2014, 134: 1823-34; Front Immunol. 2014 Jan 6;4:503. E Collection 2014 Jan 6; Commun Biol. 2020 Feb. 25;3(1):85).

2. Cross-Presentazione di antigeni esogeni alle cellule T CD8 (J. Immunol. 143; 2650, 1989; Nature 345; 258, 1990; J. Exp. Med: 175; 1195, 1992; J. Exp. Med. 181; 2253, 1995; Nat Med. 7:807-813, 2001; J. Exp. Med. 202:817-828, 2005; Nat. Med. 13:1431-9, 2007 ecc.). Particolarmente rilevante nel campo oncologico o infettivo, è la prima dimostrazione che un’efficace presentazione idi antigeni associati alle cellule (inclusi gli antigeni tumorali) richiede la protezione degli antigeni dall’acidificazione endocitica all’interno dei fagosomi delle cellule presentanti l’antigene (APC) (J. Exp. Med. 202:817-828, 2005). Inoltre, questi nostri studi sono stati i primi a identificare la scissione mediata dalle caspasi di proteine ​​cellulari a lunga emivita (incluse quelle associate ai tumori) come meccanismo di cross-priming delle cellule T CD8 specifiche per antigeni associati alle cellule apoptotiche (Nat Med. 7:807-813, 2001; Nat. Med. 13: 1431-9, 2007), compresi i tumori (Int J Cancer 2014, 134: 1823-34).

4. Nel contesto del nostro principale interesse per lo studio delle cellule T regolatorie (Tregs) e dei meccanismi di regolazione immunitaria nei tumori (Hepatology 2014;60:1494-507. 10.1002/hep.27188; Oncoimmunology 2016;5:e1175800. 10.1080/2162402X.2016.1175800), abbiamo anche fornito la prima prova sul ruolo dell’espressione di PD-1 sui Tregs umani, dimostrando che PD-L1 regola negativamente l’espansione e la funzione soppressiva dei Tregs controllando la fosforilazione di STAT-5, nel sito di infiammazione o tumore (J Clin Invest 2009; 119: 551–564; Eur J Immunol 2013 Feb;43(2):318-22. doi: 10.1002/eji./201243265), al fine di modulare una funzione soppressiva eccessiva.

5. Eventi molecolari che regolano i linfociti T effettori nei tumori, e contro-regolano le Tregs nelle malattie autoimmuni (Cell Mol Immunol. 2025 Jul;22(7):806-808. doi: 10.1038/s41423-025-01302; Int J Mol Sci. 2021 Jul 28;22(15):8068. doi: 10.3390/ijms22158068; Int J Cancer. 2020 Nov 1;147(9):2597-2610. doi: 10.1002/ijc.33131. Epub 2020 Jul 8; Oncoimmunology. 2016 Apr 25;5(7):e1175800. doi: 10.1080/2162402X.2016.1175800; Clin Transl Immunology. 2020 Dec 23;9(12):e1221. doi: 10.1002/cti2.1221. e Collection 2020; J Autoimmun. 2019 May;99:81-97. doi: 10.1016/j.jaut.2019.02.001. Epub 2019 Feb 16; Eur J Immunol. https://doi.org/10.1002/eji.70062; Hepatology. 2014 Nov;60(5):1494-507. doi: 10.1002/hep.27188. Epub 2014 Jun 26; etc.)6. Analisi proteomica del secretoma tumorale, attraverso cui abbiamo identificato nuovi immune checkpoints solubili che risultano target per la neutralizzazione da parte di specifici anticorpi monoclonali atti a potenziare le risposte anti-tumorali (Cancer Immunol Res. 2018 Aug;6(8):941-952; Cancer Immunol Res. 2018 Aug;6(8):953-964; Rosado MM et al, J for immunotherapy of Cancer 2026). Abbiamo studiato i segnali attraverso cui il microambiente tumorale causa la disfunzione immunitaria, mediante un’analisi sistematica del secretoma dei tumori e delle malattie infiammatorie croniche ed individuato un vasto repertorio di proteine ​​immunomodulatorie. Questo ha permesso di sviluppare nuove soluzioni terapeutiche, scegliendo la strategia più appropriata in base al bersaglio e alla malattia per ripristinare, al fine di regolare la risposta immunitaria (con anticorpi monoclonali, peptidi, piccole molecole o altro).

7. Analisi NGS e trascrittomica dei geni associati linfociti T regolatori allo scopo di individuare nuove molecole che permettono l’omeostasi del sistema immunitario.

Quali potranno essere i benefici della sua ricerca?

1. La nostra osservazione pionieristica ha dimostrato che il trattamento delle cellule APC in vitro e in vivo con inibitori della fusione lisosomiale, potenzia la presentazione antigenica, fornendo così una base molecolare per il promettente ruolo di tali composti come adiuvanti nelle terapie antitumorale, come recentemente rivelato da diversi studi clinici.

2. Sviluppare nuove soluzioni terapeutiche contro nuovi bersagli, scegliendo la strategia più appropriata in base al bersaglio e alla malattia per ripristinare o regolare la risposta immunitaria (anticorpi monoclonali, peptidi, piccole molecole o altro).

Quali sono i suoi interessi negli ultimi tempi?

Il nostro interesse oggi è quello di individuare ulteriori nuovi bersagli terapeutici nei tumori, tramite la identificazione di immune checkpoints immunosoppressivi secreti nel microambiente tumorale, allo scopo di neutralizzarli con specifici anticorpi neutralizzanti e quindi ripristinare le risposte immunitarie antitumorali e distruggere il tumore.

 Come vede la situazione italiana relativa alla ricerca?

Disarmante purtroppo. L’Italia spende poco più dell’1 per cento del Pil nella ricerca, un dato che ci pone al dodicesimo posto tra i 28 Paesi dell’Unione europea, mentre gli investimenti pubblici destinati alla ricerca e allo sviluppo in Gran Bretagna, Germania, Francia, Olanda, o Paesi Scandinavi (i Paesi con cui dobbiamo confrontarci) sono cresciuti, anche in tempo di crisi economica, a livelli pari al 2-3 per cento del Pil, a seconda del Paese: non c’è dubbio che questo sia il parametro più oggettivo per misurare il grado di civiltà di uno Stato. In questi Paesi, nostri vicini, le scelte politiche hanno innescato un processo virtuoso che premia e seleziona le università e tutte le istituzioni di ricerca pubbliche e private con alto grado di produzione scientifica: più ricerca porta innovazione, più investimenti, più cultura, più posti di lavoro in diversi campi (università, istituti pubblici e privati, medie e grandi industrie, centri culturali, ecc.). Credo che non ci voglia tanta intelligenza per capire questo teorema, che viene perennemente disatteso nel nostro Paese. Comunque, i finanziamenti pubblici sono oggi insufficienti in tutto il mondo per portare avanti progetti di ricerca molto costosi e complessi. Gli scienziati biomedici, inclusi gli italiani, possono avvalersi di fondi privati provenienti da charities come l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro o Telethon, o di fondi provenienti dalla Comunità europea (CE) (vedi i Grants Horizon). Entrambi i finanziamenti sono in buona parte devoluti alla ricerca applicata, in quanto destinati a ricerche selettivamente indirizzate, per esempio alla cura dei tumori o delle malattie rare, da parte di benefattori privati che ovviamente pretendono un riscontro scientifico oggettivo, o addirittura, come gli Horizon, uno sviluppo con più o meno immediate applicazioni cliniche. Gli unici finanziamenti consistenti della CE concessi a singoli e selezionatissimi scienziati che possono decidere a quale scopo scientifico usarli, sono quelli forniti dall’European Research Council (ERC). Naturalmente anche questi progetti vengono valutati dalle Commissioni ERC perché siano consoni e rispondano a domande contestualmente fondamentali e necessarie. Inoltre, è ormai una consuetudine che si generino, direi spontaneamente, centinaia di startup e biotech private nel contesto delle istituzioni scientifiche in paesi come GB, Germania, Olanda, Svizzera, ecc, mentre in Italia sono una rarità allarmante: tali iniziative pubblico-private sono un volano virtuoso per finanziamenti nella ricerca e per reclutare scienziati. Infine, nei Paesi più civili (inclusi Francia, Gran Bretagna, Germania), la ricerca scientifica è finanziata da apposite Agenzie Nazionali (in cui i finanziamenti sono gestiti soltanto da commissioni di scienziati scelti a far parte delle Agenzie stesse su criteri scientificamente oggettivi), le quali permettono che la ricerca sia svincolata, il più possibile, da ingerenze politiche. In Italia, abbiamo soltanto un’analoga Agenzia per la Fisica, sin dai tempi di Enrico Fermi, che non è estesa per le altre discipline scientifiche. Questo è un ulteriore segno della poca attenzione (soprattutto a livello politico-governativo) per la ricerca nel nostro Paese, a dispetto degli innumerevoli scienziati che in Italia producono risultati di altissimo livello: recenti dati della CE dimostrano che il rapporto più elevato tra produzione scientifica (espressa in termini di pubblicazioni sulle riviste più prestigiose del mondo) e quantità di finanziamenti ottenuti si registra in Italia, il che significa che gli scienziati italiani fanno grandissima ricerca ,nonostante i pochi finanziamenti ricevuti dallo Stato. Da qui ne consegue la sempre più crescente fuga dei cervelli di giovani che giustamente emigrano in paesi europei più illuminati come quelli descritti sopra.

Oggi purtroppo assistiamo a derive allarmanti da parte di un ipercapitalismo planetario che vorrebbe asservire la ricerca a scopi sempre più economici-finanziari, compromettendo pesantemente la vera ricerca scientifica di base, creativa. La speranza che tutto questo si fermi è necessaria per la sopravvivenza dell’umanità.

Ad un giovane che voglia intraprendere l’attività di ricerca, cosa consiglierebbe?

Se questa domanda mi fosse stata posta 40 anni fa, sarei stato ottimista e avrei consigliato, soprattutto a quelli che soggiornavano in istituti scientifici prestigiosi fuori dell’Italia, di ritornare e trasferire il know-how acquisito nei nostri istituti. Erano altri tempi sicuramente: eravamo entusiasti perché il nostro futuro era più “roseo” e con posti di lavoro più o meno accessibili, anche se a lungo andare molte speranze sono state disilluse per le ragioni descritte sopra. Comunque, quel clima ha permesso a molti di noi di “crescere” e creare centri di eccellenza, anche se rari e “a macchia di leopardo”: insomma il “sistema ricerca” non si è mai creato per i motivi politici ed economici descritti sopra. Oggi le cose sono molto peggiorate per i giovani ricercatori: i bravi scappano perché non vedono alcun futuro e vengono subito reclutati all’estero per la loro eccellenza. Quindi, è paradossale ma il consiglio oggi è molto difficile darlo: chi vuole fare ricerca deve stare nei posti “giusti”, e l’emorragia di fuga di cervelli ne è la conseguenza. La speranza, sempre accesa anche in un “vecchio” come me, è che le “mutazioni” permettano che il nostro “Bel Paese” diventi anche un “Bravo Paese”!

Continua ad avere rapporti col nostro territorio?

Certamente, tornare a Martina Franca e in Puglia in generale è un enorme piacere. Adoro le stupende terre delle Murge che sono le mie preferite: paesi incantati, campagne e boschi magici, mari straordinari, gente seria e cordiale, cucina eccezionale. Cosa chiedere di più?

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