Martina Franca tra pubblico e privato. Un caso da manuale.

Sabato mattina per circa un’ora è stata chiusa al traffico la strada di Corso Messapia. Il motivo sembra essere il matrimonio di due giovani. Chi scrive è stato allertato da diversi cittadini che ci hanno segnalato il caso, inviandoci le fotografie fatte per documentare quanto stava accadendo. Abbiamo deciso di pubblicarne solo una su Facebook per capire un po’ che reazione avrebbe suscitato tra il popolo della rete.

La questione è semplice: è lecito, da un punto di vista etico e sociale utilizzare un pezzo di cosa pubblica per interessi meramente privati?

La risposta da parte della rete è stata univoca: no.

Dobbiamo però premettere che parte in causa di questa vicenda è una famiglia molto in vista in città, di cui non faremo il nome perchè non vogliamo spostare l’attenzione sul chi, ma sul come.  Al popolo della rete ha immediatamente provocato la reazione: lui può, noi no, eppure, perchè riteniamo che l’unico atteggiamento giusto nei confronti di questa vicenda è uno sguardo laico, che guardi oltre i nomi, abbiamo tentato di ricostruire la storia, innanzitutto ponendoci delle domande.

La prima è: si può fare quello che è stato fatto sabato?

La seconda è: se non ci fosse stato il coinvolgimento diretto di questa famiglia, avrebbe provocato una tale indignazione, che poi è stata controbilanciata da una esasperata partigianeria?

Per quanto riguarda la prima, per occupare il suolo pubblico a Martina Franca, la prima cosa da fare è chiedere il permesso alla Polizia Municipale che valuta e poi passa il compito di autorizzare al dirigente, in questo caso il Segretario Generale De Carlo, che firma e rimanda alla Polizia per fare l’ordinanza e disporre gli ordini agli agenti. L’occupazione di suolo pubblico, dicono dal Comando della Polizia Municipale, avviene solo nel momento in cui la manifestazione o l’evento ha interesse pubblico. Non esiste un regolamento, o una norma specifica, ci dicono, ma tutto è fatto a discrezione del dirigente. Quello che è avvenuto sabato non era di interesse pubblico, ovviamente, ma un’iniziativa di interesse squisitamente privato.

Chiedere di occupare un pezzo di strada per un matrimonio, ma anche per un battesimo, per una prima comunione, è lecito, non ci sono motivi validi per impedire di fare una richiesta del genere, se non la consapevolezza che la strada è di tutti e non solo di qualcuno (ovviamente a Martina una certezza del genere non c’è, grazie allo sviluppo urbano dell’era Motolese). Ma presentare una richiesta all’Amministrazione Pubblica non è un fatto scandaloso, anzi.

Il Comune a questo punto, nel momento di valutare la legittimità della richiesta decide in che maniera l’interesse pubblico e l’interesse privato si confrontano, tentando di garantire ad entrambi un equilibrio. In questo caso specifico non c’è stata risposta, nè positiva o negativa, e le nostri fonti al Comune ci dicono che l’ordine di servizio sia stato vergato a penna da un ufficiale. Questa informazione è stata verificata da fonti diverse, quindi la riteniamo vera. L’ordine di servizio è stato fatto sabato mattina, con il dirigente, ovvero il Segretario Generale, assente, il quale, saputo dell’accaduto si è immediatamente fatto mandare una copia e ha convocato per domani un incontro anche con il dirigente della Polizia di Stato. L’ufficiale che ha firmato l’ordine di servizio ha affermato, sentito da MartinaNews, che per un evento di così poco tempo non serve un’ordinanza, e che comunque le persone interessate hanno pagato pure i parcheggi all’azienda che gestisce i posteggi privati. Ma l’azienda non ha confermato.

Niente ordinanza, quindi, niente pubblicazione sull’Albo Pretorio.

La foto pubblicata da chi scrive, su Facebook, ha scatenato una discussione importante, non foss’altro per i numeri: oltre duecento commenti e 43, fino a quando scriviamo, di condivisioni. I commenti sono stati di toni disparati, passando dall’incredulità all’indignazione e alla difesa. La maggiorparte è incredula che ciò possa essere accaduta, altri invece sostengono che proprio ai normali cittadini questo non sarebbe stato concesso, e infine sono intervenuti i partigiani che, hanno utilizzato argomenti come “invidia” e “ignoranza”: secondo alcuni basterebbe andare al Comune per ottenere il permesso, ma abbiamo dimostrato che questo non è possibile. La discussione è stata molto lunga e si anche sviluppata offline. Si sono praticamente formate due parti distinte: da una parte chi accusa, dall’altra chi difende, spesso minacciando. Il nocciolo del discorso si è perso strada facendo: nessuno che parla più dell’utilizzo per motivi ultraprivati di uno spazio pubblico.

Per questo motivo non possiamo non porci la domanda se non fosse stata coinvolta questa importante famiglia, questa cosa avrebbe scatenato un putiferio del genere? Essi, volendo o nolendo, fanno parte dell’immaginario locale e la loro presenza può essere o può non essere ingombrante, anche nei ragionamenti. Se a chiudere la strada fosse stato qualcun altro, forse non avrebbe causato quella reazione, ma sicuramente non avrebbe avuto una schiera nutrita di fan che si affannano a spiegarci che cosa e che cosa non si può fare. In questo caso sosteniamo che il vero responsabile è chi ha firmato l’autorizzazione, non chi l’ha chiesta, nonostante questo atteggiamento non sia assolutamente condivisibile.

Quello che ci dispiace, in questa storia, non è l’atteggiamento di interessata sudditanza di alcuni, nè tanto meno quell’ora chiusa al traffico, ma il comportamento di alcuni impiegati pubblici, siano essi in divisa o meno, che per fare piacere all’amico di turno, piegano la legge e condizionano la vita di un’intera comunità.

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Commenti

6 risposte a “Martina Franca tra pubblico e privato. Un caso da manuale.”

  1. Avatar Andrea Angelini
    Andrea Angelini

    E’ interessante l’accusa di “invidia”. Quella di ignoranza lasciamola da parte essendo stata smentita dai fatti: non basta chiedere il permesso, non è per nulla scontato che esso debba essere accolto.
    Ma quella di “invidia” è un’accusa che si regge su dei presupposti culturali estremamente rilevanti, e in gran parte estremamente preoccupanti.
    In primo luogo perché è vero che tantissimi invidiano la ricchezza, che sia di Cassano o di Berlusconi o del Briatore di turno. In parte è comprensibile: chi affronta quotidianamente difficoltà, fatiche, preoccupazioni, perché mai non dovrebbe volersi affrancato da tali angherie? Ma non c’è solo questo, tanto chi vive in condizioni sfavorevoli quanto chi non naviga economicamente in cattive acque, tendono a vedere nella ricchezza spropositata qualcosa di meraviglioso, attraente, seducente, stimabile, immediatamente appunto “invidiabile”. Qui si tratta di immaginario sociale, di mentalità collettiva. Quale altro scopo per la vita se non quello della ricchezza, quello del potere smisurato di consumo?
    Mettere in dubbio questo sarebbe negare l’evidenza più semplice e trasparente, o essere – secondo la jacquerie più in voga tra i berluscones – degli “sfigati comunisti”. Insomma un determinato modo di vivere, storicamente determinato, e per mille motivi sostenibile solo nella forma di feroce privilegio, viene naturalizzato come forma di vita universalmente desiderabile.
    Lasciamo da parte osservazioni dal sapore di denuncia (potremmo citare, tra gli esempi di famosi comunisti, l’Etica di Spinoza o quella frase di Balzac: «dietro ogni grande fortuna c’è un crimine»), o altre considerazioni su quanto il valore assoluto della ricchezza personale sia il modello da cui questa crisi – fosse la prima – dovrebbe metterci seriamente in guardia.
    Proviamo a fare un discorso più pacifico. Cosa dovrebbero invidiare tutti? La ricchezza. Non deve importare capire come essa sia potuta diventare un valore assoluto, quanto la morale del denaro si imponga a noi che ingenui ce ne crediamo protagonisti. Eppure tanto più formiamo noi stessi nella monocromia del desiderio di ricchezza tanto più ci rendiamo schiavi di un modello che esclude altre possibili forme di vita e di desiderio, ma che non abbiamo voglia né tempo di mettere in discussione. O meglio ci è sistematicamente negato questo tempo, e ciò che vogliamo, credendo di realizzare noi stessi nel profondo, è mediaticamente prodotto in noi; la joie de vivre mercificata è quanto di più impersonale potremmo desiderare, ma per paradosso, o molto più per sottile abilità strategica, viene innestato nelle nostre testoline come la via di espressione di noi stessi: “Vuoi realizzare te stesso? Diventa come questo qui dell’immagine pubblicitaria; quando avrai vestiti, occhiali, automobile come lui, ci sarai riuscito”. Individualizzarsi e conformarsi sono la medesima cosa.
    Non esser nulla, non coltivare attività e interessi se non quelli indotti, sarebbe la via della felicità. Felicità = Ricchezza. Non-ricchezza = Invidia. Oppure bisogna essere poveracci ma abbastanza intelligenti da non invidiare (sempre come gli sfigati comunisti), bensì dedicarsi all’adulazione e al rispetto di chi è più felice (ricco) di noi, magari vivendo delle sue mance, svendendo la propria dignità accettando di sfamarsi delle briciole che lascia cadere dalla sua tavola. Un po’ quello che fanno tanti martinesi, ma non solo, lavorando per le note famiglie, o come diversamente accade per l’ILVA. Non sempre perché abbiano voglia di vivere così, né per invidia, ma perché non hanno scelta.
    Si può benissimo non provare invidia, ma disgusto, o semplicemente disinteresse, per le grandi ricchezze. Si può desiderare tutt’altro per la propria vita, a patto di conquistarsi i propri desideri. A patto di avere la possibilità e i mezzi per inventare la propria vita, per coltivare passioni diverse da quella di essere la brutta copia di modelli televisivi. Quella possibilità e quei mezzi sono ciò che questo sistema non può permettersi di dare perché lo farebbe crollare. Dobbiamo convincerci che non c’è altra possibilità, che non c’è altro modo di vivere, che non c’è altro da desiderare. O ricchi o poveracci che invidiano i ricchi. Questa sarebbe la libertà. Questa sarebbe la libertà?
    Ci si starà chiedendo cosa c’entra tutto questo con l’articolo. Perché tutto è tranne che invidia ciò che alimenta l’indignazione di tanti critici dei “potenti” o dei “ricchi” (solo materialmente). Fossero autonomi i ricchi alla Cassano potrebbero tranquillamente gozzovigliare nel loro lusso e trastullarsi con lo shopping perpetuo; basterebbe, per chi sente diversamente, sussurrare tra sé e sé: «poveri loro». Il problema è che tale autonomia della ricchezza non esiste e non può esistere. Essa condiziona la vita dei molti per il “benessere” di pochi, acquisisce potere politico (anche nella forma clientelare e corruttiva), produce attorno a sé l’appiattimento culturale, il servilismo, la cooptazione delle possibilità produttive.
    Tranquilli, nessuna rivoluzione partirà dalla ridente (mica tanto) Martina Franca. Ma è bene ricordare che la posta in gioco della politica non sono i duelli tra fazioni malamente etichettate (penso a Chiarelli), ma le possibilità di convivenza dei cittadini, i modi di vita degli uomini. Questi dovrebbero poter essere molti, ma purtroppo non è così: siamo presi in dinamiche storiche (sempre più globali) da cui è difficile tirarsi fuori. Vale però sempre la pena di provarci, e tanti ogni giorno ci provano. Chiariamo una cosa però: queste persone possono incazzarsi per la privatizzazione delle funzioni pubbliche e dell’interesse pubblico, ma non si combatte la ricchezza perché in realtà si vorrebbe goderne, ma perché essa crea ingiustizia. C’è tanto altro da desiderare nella vita, tanto potrebbe esserci. La ricchezza non è che una forma, particolarmente misera, di desiderio, che non si preoccupa di togliere ad altri la possibilità di desiderare.

  2. Avatar Andrea Angelini
    Andrea Angelini

    E’ interessante l’accusa di “invidia”. Quella di ignoranza lasciamola da parte essendo stata smentita dai fatti: non basta chiedere il permesso, non è per nulla scontato che esso debba essere accolto.
    Ma quella di “invidia” è un’accusa che si regge su dei presupposti culturali estremamente rilevanti, e in gran parte estremamente preoccupanti.
    In primo luogo perché è vero che tantissimi invidiano la ricchezza, che sia di Cassano o di Berlusconi o del Briatore di turno. In parte è comprensibile: chi affronta quotidianamente difficoltà, fatiche, preoccupazioni, perché mai non dovrebbe volersi affrancato da tali angherie? Ma non c’è solo questo, tanto chi vive in condizioni sfavorevoli quanto chi non naviga economicamente in cattive acque, tendono a vedere nella ricchezza spropositata qualcosa di meraviglioso, attraente, seducente, stimabile, immediatamente appunto “invidiabile”. Qui si tratta di immaginario sociale, di mentalità collettiva. Quale altro scopo per la vita se non quello della ricchezza, quello del potere smisurato di consumo?
    Mettere in dubbio questo sarebbe negare l’evidenza più semplice e trasparente, o essere – secondo la jacquerie più in voga tra i berluscones – degli “sfigati comunisti”. Insomma un determinato modo di vivere, storicamente determinato, e per mille motivi sostenibile solo nella forma di feroce privilegio, viene naturalizzato come forma di vita universalmente desiderabile.
    Lasciamo da parte osservazioni dal sapore di denuncia (potremmo citare, tra gli esempi di famosi comunisti, l’Etica di Spinoza o quella frase di Balzac: «dietro ogni grande fortuna c’è un crimine»), o altre considerazioni su quanto il valore assoluto della ricchezza personale sia il modello da cui questa crisi – fosse la prima – dovrebbe metterci seriamente in guardia.
    Proviamo a fare un discorso più pacifico. Cosa dovrebbero invidiare tutti? La ricchezza. Non deve importare capire come essa sia potuta diventare un valore assoluto, quanto la morale del denaro si imponga a noi che ingenui ce ne crediamo protagonisti. Eppure tanto più formiamo noi stessi nella monocromia del desiderio di ricchezza tanto più ci rendiamo schiavi di un modello che esclude altre possibili forme di vita e di desiderio, ma che non abbiamo voglia né tempo di mettere in discussione. O meglio ci è sistematicamente negato questo tempo, e ciò che vogliamo, credendo di realizzare noi stessi nel profondo, è mediaticamente prodotto in noi; la joie de vivre mercificata è quanto di più impersonale potremmo desiderare, ma per paradosso, o molto più per sottile abilità strategica, viene innestato nelle nostre testoline come la via di espressione di noi stessi: “Vuoi realizzare te stesso? Diventa come questo qui dell’immagine pubblicitaria; quando avrai vestiti, occhiali, automobile come lui, ci sarai riuscito”. Individualizzarsi e conformarsi sono la medesima cosa.
    Non esser nulla, non coltivare attività e interessi se non quelli indotti, sarebbe la via della felicità. Felicità = Ricchezza. Non-ricchezza = Invidia. Oppure bisogna essere poveracci ma abbastanza intelligenti da non invidiare (sempre come gli sfigati comunisti), bensì dedicarsi all’adulazione e al rispetto di chi è più felice (ricco) di noi, magari vivendo delle sue mance, svendendo la propria dignità accettando di sfamarsi delle briciole che lascia cadere dalla sua tavola. Un po’ quello che fanno tanti martinesi, ma non solo, lavorando per le note famiglie, o come diversamente accade per l’ILVA. Non sempre perché abbiano voglia di vivere così, né per invidia, ma perché non hanno scelta.
    Si può benissimo non provare invidia, ma disgusto, o semplicemente disinteresse, per le grandi ricchezze. Si può desiderare tutt’altro per la propria vita, a patto di conquistarsi i propri desideri. A patto di avere la possibilità e i mezzi per inventare la propria vita, per coltivare passioni diverse da quella di essere la brutta copia di modelli televisivi. Quella possibilità e quei mezzi sono ciò che questo sistema non può permettersi di dare perché lo farebbe crollare. Dobbiamo convincerci che non c’è altra possibilità, che non c’è altro modo di vivere, che non c’è altro da desiderare. O ricchi o poveracci che invidiano i ricchi. Questa sarebbe la libertà. Questa sarebbe la libertà?
    Ci si starà chiedendo cosa c’entra tutto questo con l’articolo. Perché tutto è tranne che invidia ciò che alimenta l’indignazione di tanti critici dei “potenti” o dei “ricchi” (solo materialmente). Fossero autonomi i ricchi alla Cassano potrebbero tranquillamente gozzovigliare nel loro lusso e trastullarsi con lo shopping perpetuo; basterebbe, per chi sente diversamente, sussurrare tra sé e sé: «poveri loro». Il problema è che tale autonomia della ricchezza non esiste e non può esistere. Essa condiziona la vita dei molti per il “benessere” di pochi, acquisisce potere politico (anche nella forma clientelare e corruttiva), produce attorno a sé l’appiattimento culturale, il servilismo, la cooptazione delle possibilità produttive.
    Tranquilli, nessuna rivoluzione partirà dalla ridente (mica tanto) Martina Franca. Ma è bene ricordare che la posta in gioco della politica non sono i duelli tra fazioni malamente etichettate (penso a Chiarelli), ma le possibilità di convivenza dei cittadini, i modi di vita degli uomini. Questi dovrebbero poter essere molti, ma purtroppo non è così: siamo presi in dinamiche storiche (sempre più globali) da cui è difficile tirarsi fuori. Vale però sempre la pena di provarci, e tanti ogni giorno ci provano. Chiariamo una cosa però: queste persone possono incazzarsi per la privatizzazione delle funzioni pubbliche e dell’interesse pubblico, ma non si combatte la ricchezza perché in realtà si vorrebbe goderne, ma perché essa crea ingiustizia. C’è tanto altro da desiderare nella vita, tanto potrebbe esserci. La ricchezza non è che una forma, particolarmente misera, di desiderio, che non si preoccupa di togliere ad altri la possibilità di desiderare.

  3. Avatar Massimiliano Martucci
    Massimiliano Martucci

    La disputa, caro Andrea Angelini, è tra “senso comune” e “buon senso”. Non solo: ma tra due “sensi comuni”. Ovvero uno che dà ragione a prescindere ad una parte, e l’altro invece che dà torno. A prescindere. E questo “a prescindere” che annichilisce il pensiero laico che, una volta applicato, renderebbe percorribile la strada del buon senso che impedirebbe a qualcuno di chiedere che la città si fermi per le sue esigenze (ci piace far notare che per le esigenze dei pedoni ci sono i marciapiedi) e a qualche altro di concedere queste autorizzazioni.

  4. Avatar Massimiliano Martucci
    Massimiliano Martucci

    La disputa, caro Andrea Angelini, è tra “senso comune” e “buon senso”. Non solo: ma tra due “sensi comuni”. Ovvero uno che dà ragione a prescindere ad una parte, e l’altro invece che dà torno. A prescindere. E questo “a prescindere” che annichilisce il pensiero laico che, una volta applicato, renderebbe percorribile la strada del buon senso che impedirebbe a qualcuno di chiedere che la città si fermi per le sue esigenze (ci piace far notare che per le esigenze dei pedoni ci sono i marciapiedi) e a qualche altro di concedere queste autorizzazioni.

  5. Avatar Andrea Angelini
    Andrea Angelini

    Certo caro Massiliano Martucci, siamo d’accordo (io, te e Gramsci). Ho cercato di proporre una riflessione a partire dall’accusa di “invidia”, volontariamente andando al di là del caso specifico, che era in partenza (credo anche per te) un’occasione simbolica per una riflessione generale, nel mio caso molto generale. Spero di non esser stato troppo prolisso.

  6. Avatar Andrea Angelini
    Andrea Angelini

    Certo caro Massiliano Martucci, siamo d’accordo (io, te e Gramsci). Ho cercato di proporre una riflessione a partire dall’accusa di “invidia”, volontariamente andando al di là del caso specifico, che era in partenza (credo anche per te) un’occasione simbolica per una riflessione generale, nel mio caso molto generale. Spero di non esser stato troppo prolisso.

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