Uno dei racconti che in qualche modo hanno segnato nell’immaginario la figura del giornalista è Bel Ami di Guy de Maupassant, pubblicato nel 1885, un feuilleton che racconta di un mondo che ora non c’è più. Un tempo, come viene narrato nel romanzo, gli scrittori si mantenevano facendo i giornalisti, ora, invece è esattamente il contrario.
La storia del Bel Ami è quella di un arrivista che sfrutta conoscenze e professione per arrivare ai suoi obiettivi e un po’ il giornalista, vedi Bisignani, mantiene quell’area da sciacallo.
Eppure, a parte questa introduzione letteraria, il giornalismo è una professione molto poco conosciuta per una questione di definizione: essendo il mestiere del racconto, della narrazione dei fatti, non parla di sè ma degli altri. E si parla così tanto degli altri che ci si dimentica di parlare di sè. O di sè non si può parlare, che è diverso.
La professione vive una profonda crisi perchè il modello economico su cui si sosteneva subisce sempre più i contraccolpi di un sistema incapace di sostenersi. I giornali classici si sostenevano su tre pilastri: vendite, abbonamenti, pubblicità. Con l’avvento del web e dei giornali online, che hanno significato l’accesso a contenuti gratuiti, i primi due pilastri sono venuti meno e il terzo è in continua recessione (http://www.lsdi.it/2012/quotidiani-una-geometria-in-crisi/). Sempre meno entrate significa meno giornalisti o giornalisti mal pagati.
Questa crisi, legata al modello economico, incontra un’altra crisi, più profonda, più pericolosa, che è culturale. Nel tempo, in Italia soprattutto, si è diffuso e si è affermato il giornale di partito, non solo politico, come unica forma di editore. Gli editori puri si possono cercare col lanternino ma non troverete traccia. Basti citare gli esempi di Berlusconi, o di Angelucci, un potente imprenditore della sanità che possiede, solo in Puglia, Antenna Sud e la Gazzetta del Mezzogiorno, oltre ad essere l’editore di Libero. In base a questa mutazione (non per nulla le dittature non ammettono libertà di stampa), i giornali hanno assunto sempre più la forma di house organ aziendali o di partito e chi scrive di solito è costretto a subire censure preventive o autocensure. E così con i freepress, tanto diffusi fino a poco tempo fa, ma adesso pure destinati, quasi tutti, al macero (http://www.linkiesta.it/city-chiude), hanno la necessità di mantenersi cauti nei racconti per il timore di perdere inserzionisti.
Così, per questa congiuntura tra crisi del sistema giornale e crisi dei contenuti, si ha una categoria professionale sempre più allo sbando, incapace, spesso, di fare davvero i propri interessi. Ci sono tantissimi disoccupati, sottoccupati, sottopagati, precari e pochi privilegiati, che si palleggiano direzioni e redazioni, top player del giornalismo. Il resto del mondo giornalistico invece viene pagato pochi euro ad articolo e nemmeno tutti i mesi.
Se l’editore non paga, non pagano nemmeno i lettori, la maggior parte dei quali vuole tutto e gratis, pretendendo obiettività e confondendo i punti di vista con la faziosità, i commenti con le notizie, il proprio ombelico con il centro del mondo. Il compito del giornalista non è essere obiettivo ma rendere esplicito la prospettiva da cui guarda il fatto e racconta la notizia. Ma il lettore vuole la botte piena e la moglie ubriaca.
Quanti di voi sarebbero disposti a pagare per avere una migliore informazione?
E quindi, presumendo (presuntuosamente) la risposta, ecco l’altra domanda:
Vale la pena rischiare per pochi spiccioli?
La stessa domanda che si fa ai poliziotti o agli insegnanti, solo che il loro lavoro è socialmente apprezzato e riconosciuto, mentre quello del giornalista non sempre, quasi mai, soprattutto perchè la categoria è delegittimata (Minzolini docet).
Ma tutto questo non limita le nostre responsabilità, il pressapochismo, la poca cura dei contenuti, la faziosità, la superficialità. Limiti acuiti dal sistema in cui ci muoviamo, come già spiegato prima. Si accede ai piani alti della professione per cooptazione, difficilmente per merito. Quasi che venga premiato, paradossalmente, il giornalista che si fa meno domande.
Se i giornalisti fossero davvero consapevoli del loro ruolo, non solo si organizzerebbero meglio (perchè non pensare ad un’associazione di giornalisti locali che tuteli e faccia ricerca?) ma avrebbero maggiori possibilità di uscire dalla crisi della professione che è dentro la crisi economica che è dentro la crisi sistemica. Non si può sperare di riuscire ad uscirne da soli, questo è ovvio e così come devono fare rete gli imprenditori, così tocca anche ai professionisti dell’informazione.
I giornalisti, incapaci di fare riflessione sul proprio lavoro, si indeboliscono e da essere il quarto potere, i cani da guardia della democrazia, diventano i pretoriani dei potenti perchè dal potere dipendono. E se un tempo essi erano in grado di influire sull’agenda politica, adesso ne subiscono le conseguenze, non riconoscendo nemmeno i contratti (vedi: http://www.elezionimartina.it/voglio-andare-a-insegnare-alla-marconi/).
Qualcuno (molto in vista, che stimiamo, ma di cui non faremo il nome) ci ha fatto notare che tutti pubblicano comunicati stampa e nessuno fa inchiesta: “Dov’è il giornalismo d’inchiesta?“. E la risposta è semplice: chi scrive lo fa per talento, per aspirazione, per fare un servizio alla città. Il mancato riconoscimento, anche e soprattutto economico rende difficile l’inchiesta: maggior impegno, maggiori rischi, stessa paga. Un servizio si paga, così come si paga il dentista, così come si paga il meccanico, così come si paga il sindaco, il giornalista merita di essere trattato allo stesso modo.
Basta non dare nulla per scontato, basta considerare che se, domani, smettessimo di scrivere, sareste tutti un po’ meno liberi.
Serve una riflessione, anche a partire da qui, considerando che Martina Franca è stata molto prolifica per la professione: l’ex caporedattore centrale di Repubblica è nostro concittadino e in città ce ne sono, secondo l’Annuario 2012, quarantasette in giro. Tra cui Mario Desiati e Don Diego Semeraro.

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