Giornalisti e giornalismi. A Martina Franca sono 47, tra cui Mario Desiati e un prete

Uno dei racconti che in qualche modo hanno segnato nell’immaginario la figura del giornalista è Bel Ami di Guy de Maupassant, pubblicato nel 1885, un feuilleton che racconta di un mondo che ora non c’è più. Un tempo, come viene narrato nel romanzo, gli scrittori si mantenevano facendo i giornalisti, ora, invece è esattamente il contrario.

La storia del Bel Ami è quella di un arrivista che sfrutta conoscenze e professione per arrivare ai suoi obiettivi e un po’ il giornalista, vedi Bisignani, mantiene quell’area da sciacallo.

Eppure, a parte questa introduzione letteraria, il giornalismo è una professione molto poco conosciuta per una questione di definizione: essendo il mestiere del racconto, della narrazione dei fatti, non parla di sè ma degli altri. E si parla così tanto degli altri che ci si dimentica di parlare di sè. O di sè non si può parlare, che è diverso.

La professione vive una profonda crisi perchè il modello economico su cui si sosteneva subisce sempre più i contraccolpi di un sistema incapace di sostenersi. I giornali classici si sostenevano su tre pilastri: vendite, abbonamenti, pubblicità. Con l’avvento del web e dei giornali online, che hanno significato l’accesso a contenuti gratuiti, i primi due pilastri sono venuti meno e il terzo è in continua recessione (http://www.lsdi.it/2012/quotidiani-una-geometria-in-crisi/). Sempre meno entrate significa meno giornalisti o giornalisti mal pagati.

Questa crisi, legata al modello economico, incontra un’altra crisi, più profonda, più pericolosa, che è culturale. Nel tempo, in Italia soprattutto, si è diffuso e si è affermato il giornale di partito, non solo politico, come unica forma di editore. Gli editori puri si possono cercare col lanternino ma non troverete traccia. Basti citare gli esempi di Berlusconi, o di Angelucci, un potente imprenditore della sanità che possiede, solo in Puglia, Antenna Sud e la Gazzetta del Mezzogiorno, oltre ad essere l’editore di Libero. In base a questa mutazione (non per nulla le dittature non ammettono libertà di stampa), i giornali hanno assunto sempre più la forma di house organ aziendali o di partito e chi scrive di solito è costretto a subire censure preventive o autocensure. E così con i freepress, tanto diffusi fino a poco tempo fa, ma adesso pure destinati, quasi tutti, al macero (http://www.linkiesta.it/city-chiude), hanno la necessità di mantenersi cauti nei racconti per il timore di perdere inserzionisti.

Così, per questa congiuntura tra crisi del sistema giornale e crisi dei contenuti, si ha una categoria professionale sempre più allo sbando, incapace, spesso, di fare davvero i propri interessi. Ci sono tantissimi disoccupati, sottoccupati, sottopagati, precari e pochi privilegiati, che si palleggiano direzioni e redazioni, top player del giornalismo. Il resto del mondo giornalistico invece viene pagato pochi euro ad articolo e nemmeno tutti i mesi.

Se l’editore non paga, non pagano nemmeno i lettori, la maggior parte dei quali vuole tutto e gratis, pretendendo obiettività e confondendo i punti di vista con la faziosità, i commenti con le notizie, il proprio ombelico con il centro del mondo. Il compito del giornalista non è essere obiettivo ma rendere esplicito la prospettiva da cui guarda il fatto e racconta la notizia. Ma il lettore vuole la botte piena e la moglie ubriaca.

Quanti di voi sarebbero disposti a pagare per avere una migliore informazione? 

E quindi, presumendo (presuntuosamente) la risposta, ecco l’altra domanda:

Vale la pena rischiare per pochi spiccioli?

La stessa domanda che si fa ai poliziotti o agli insegnanti, solo che il loro lavoro è socialmente apprezzato e riconosciuto, mentre quello del giornalista non sempre, quasi mai, soprattutto perchè la categoria è delegittimata (Minzolini docet).

Ma tutto questo non limita le nostre responsabilità, il pressapochismo, la poca cura dei contenuti, la faziosità, la superficialità. Limiti acuiti dal sistema in cui ci muoviamo, come già spiegato prima. Si accede ai piani alti della professione per cooptazione, difficilmente per merito. Quasi che venga premiato, paradossalmente, il giornalista che si fa meno domande.

Se i giornalisti fossero davvero consapevoli del loro ruolo, non solo si organizzerebbero meglio (perchè non pensare ad un’associazione di giornalisti locali che tuteli e faccia ricerca?) ma avrebbero maggiori possibilità di uscire dalla crisi della professione che è dentro la crisi economica che è dentro la crisi sistemica. Non si può sperare di riuscire ad uscirne da soli, questo è ovvio e così come devono fare rete gli imprenditori, così tocca anche ai professionisti dell’informazione.

I giornalisti, incapaci di fare riflessione sul proprio lavoro, si indeboliscono e da essere il quarto potere, i cani da guardia della democrazia, diventano i pretoriani dei potenti perchè dal potere dipendono. E se un tempo essi erano in grado di influire sull’agenda politica, adesso ne subiscono le conseguenze, non riconoscendo nemmeno i contratti (vedi: http://www.elezionimartina.it/voglio-andare-a-insegnare-alla-marconi/).

Qualcuno (molto in vista, che stimiamo, ma di cui non faremo il nome) ci ha fatto notare che tutti pubblicano comunicati stampa e nessuno fa inchiesta: “Dov’è il giornalismo d’inchiesta?“. E la risposta è semplice: chi scrive lo fa per talento, per aspirazione, per fare un servizio alla città. Il mancato riconoscimento, anche e soprattutto economico rende difficile l’inchiesta: maggior impegno, maggiori rischi, stessa paga. Un servizio si paga, così come si paga il dentista, così come si paga il meccanico, così come si paga il sindaco, il giornalista merita di essere trattato allo stesso modo.

Basta non dare nulla per scontato, basta considerare che se, domani, smettessimo di scrivere, sareste tutti un po’ meno liberi.

Serve una riflessione, anche a partire da qui, considerando che Martina Franca è stata molto prolifica per la professione: l’ex caporedattore centrale di Repubblica è nostro concittadino e in città ce ne sono, secondo l’Annuario 2012, quarantasette in giro. Tra cui  Mario Desiati e Don Diego Semeraro.

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Commenti

5 risposte a “Giornalisti e giornalismi. A Martina Franca sono 47, tra cui Mario Desiati e un prete”

  1. Avatar Agostino Quero
    Agostino Quero

    Caro Massimiliano, quello che dici è condivisibile in pieno. E grazie per avere citato quanto pubblicato da noi. Una riflessione sulle inchieste: non so chi ti abbia detto questa storia della carenza di inchieste, ma cerchiamo anche di sottolineare che se, per esempio, oggi si fa un consiglio comunale monotematico sulla sanità, è perché ci siamo accorti noi che qualcosa non andava bene e l’istituzione locale ha dovuto fare fronte. Se ci sono convocazioni sbagliate del consiglio comunale, che è necessario rifare, è perché noi ce ne siamo accorti. Se ci sono problemi perfino nell’intepretazione della legge elettorale, è perché noi siamo andati a spulciare. Quando dico noi parlo dei giornalisti. Certo, si può fare di più. Però dire che viviamo solo di comunicati è una affermazione gratuita, ancora più grave se detta da un collega. Io non mi sento di vivere di comunicati né farò dei comunicati l’essenza del lavoro della redazione di elezionimartina.it. So per certo, neanche tu né la tua redazione. Quelli ci sono. Ma, diciamo per fortuna prima che per bravura, andiamo a cercarci soprattutto le notizie. Poi in privato mi dici chi è questo collega un po’disattento.

  2. Avatar Aldo Leggieri
    Aldo Leggieri

    Un consiglio comunale monotematico sulla sanità è una scelta dell’ amministrazione comunale, un atto politico dovuto. In specie alla luce degli ultimi fatti che potrebbero riguardare i cittadini del nostro territorio. Non ci vuole certo un suggerimento da parte di qualche operatore dell’informazione. Sarebbe imbarazzante…Massimiliano, complimenti per la tua riflessione, ricordo il dibattito di tempo fa sui “giornalismi” vari. In ogni caso, il tema è assai interessante. Per dirla alla Jacques Derridà “il giornalismo, certe volte, non informa sui fatti, o dei fatti, ma informa i fatti. Nel senso che può dare un’interpretazione del fatto da parte di chi scrive, secondo la propria opinione. Gli inglesi la definiscono wishful thinking, se si volesse persuadere l’opinione pubblica in modo ottimistico o meno. Si potrebbero organizzare dei momenti d’incontro pubblici per alimentare la questione anche da noi. E se l’idea è gradita, potrei farmi personalmente promotore di organizzare qualcosa di partecipativo con i vostri interventi ed invitando qualche nota penna da altre parti d’Italia e non solo. Per quanto riguarda le inchieste sulle vicende locali, bisogna riconoscere che non stiamo messi bene. Prima come cittadino che come rappresentante dei cittadini, presi e ho preso atto che se in questi anni devastanti di immobilismo politico-amministrativo, civico e morale, si fosse avviata qualche inchiesta seria in più, (non dico un reportage alla Sigfrido Ranucci o alla Fabrizio Gatti, ma insomma un lavoro fatto con gli attributi) probabilmente le cose da noi sarebbero cambiate prima. Certo è, che in tutti i mestieri bisogna lavorare e studiare, approfondendo le questioni. E’ fondamentale. Onde evitare di dire o scrivere panzane..In ogni caso complimenti per il servizio che dedicate alla comunità. E complimenti ai responsabili delle redazioni di Martinanews ed Elezionimartina.it per averci fatto conoscere due giovani rivelazioni come Emanuele Copertino e Angela Centrone. Buona giornata a tutti.

  3. Avatar Agostino Quero
    Agostino Quero

    Aldo, infatti è imbarazzante. Non “sarebbe”. Ti riporto sinteticamente le risposte a quanto paventavamo noi sulla storia dell’ospedale della valle d’Itria: boutade, gossip politico. Dette da esponenti istituzionali alti, i maggiori attualmente, direi. Dopo qualche settimana ecco fatta la necessità di un consiglio comunale monotematico su quella specifica vicenda, prima tacciata di essere gossip politico e boutade. Purtroppo è imbarazzante. Molto imbarazzante. Hai ragione.

  4. Avatar Isabella Massafra
    Isabella Massafra

    Ritengo che il modo più congruo per dimostrare l’effettivo attaccamento al sistema democratico sia della societa civile e le sue organizzazioni sia del ceto politico con le istituzioni che concorre a formare, sia l’adesione totale al ruolo fondamentale che la stampa autonoma esercita nella cura della formazione della coscienza critica della cittadinanza, a guardia dell’esercizio del potere dei diversi livelli istituzionali.
    Certamente le condizioni di precarietà degli operatori dell’informazione non agevolano l’esercizio di questa rilevante funzione e sarebbe necessario che questa consapevolezza si diffondesse a tutti i livelli per trovare forme in grado di superare questa situazione, facilitando
    il grande lavoro, a cui molti giovani si dedicano con passione, fenomeno che non caratterizza solo la nostra realtà.

  5. Avatar Massimiliano Martucci
    Massimiliano Martucci

    Un racconto che mi fa riflettere è quello di chi cura le vertenze lavorative al Ministero del Lavoro. Organizzano incontri, fanno riunioni, stendono verbali decisivi per salvare o meno lavoro e lavoratori, come l’Alcoa, la Miroglio. Eppure queste persone, strategiche per la tenuta democratica del nostro Paese sono assunti con contratti a termine. Chi si occupa di lavoro è precario. Il paradosso è simile ai giornalisti: parliamo del marcio (se siamo bravi) che è intorno a noi e non di quello che è dentro di noi. Un po’ per comodità (ogni quanto tempo viene pagato un corrispondente locale?) un po’ per mancanza di consapevolezza.Siamo davanti ad una scelta: si può fare di più, ma a che prezzo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.