Un tornado come quelli americani

Ci si chiede in queste ore se il tornado classificato “F2” che ha colpito il tarantino ieri mattina, e che avrebbe potuto creare conseguenze potenzialmente catastrofiche qualora si fosse abbattuto più direttamente anche sulla Raffineria dell’Eni, possa in qualche misura compararsi con i maestosi uragani che in genere colpiscono in primavera e autunno gli stati costieri del Nord America.

Probabilmente sarebbe azzardato farlo se non altro per il fatto che, per la conformazione del nostro territorio, eventi di eguale portata sono del tutto impossibili da noi. Eventi del genere hanno necessariamente bisogno degli oceani e di alcuni giorni di transito su di essi per formarsi. Ciò è necessario agli uragani per acquisire sempre maggiore energia. Non solo i media italiani ma anche internazionali, in questo caso americani, hanno posto l’attenzione sull’eccezionale fenomeno di ieri, al punto che meteorologi d’oltreoceano come Chris Dolce hanno trovato delle interessanti analogie tra il multi vortex tornado abbattutosi a Tuscaloosa (Alabama) il 27 aprile 2011 e quello di ieri a Taranto.

Qualora il mar Ionio non fosse stato più caldo di 3 gradi rispetto alla norma è probabile che i fatti di ieri non si sarebbero presentati.

Resta l’incognita sui cambiamenti climatici. Come detto nel precedente articolo, tali fenomeni dalle nostre parti pongono interrogativi e inquietudine, ma prima di parlare di cambiamenti climatici occorre cautela. Una cautela che parta da precisi e concreti dati empirici che stabiliscano, con rigore e metodo scientifico, oltre ad una indiscussa e sempre maggiore frequenza di questi fenomeni, una chiara correlazione fra questi e il tanto declamato surriscaldamento globale.

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