Consumare e produrre meno, verso l’economia del bastevole. Parola di Paolo Cacciari

Due minuti di applausi ha ricevuto la relazione di Paolo Cacciari, durante la quale il giornalista e scrittore ha raccontato di come sia necessario introdurre il concetto di “economia bastevole”, come battezzata da Tim Jackson: « La rarefazione delle risorse naturali ci obbliga a fare i conti con una limitatezza delle risorse a disposizione, dobbiamo imparare a soddisfare le nostre esigenze con quello che abbiamo a disposizione; non possiamo più andare in giro in ogni angolo del mondo per depredarlo di carbone, petrolio e terre rare per soddisfare il consumo compulsivo che caratterizza la nostra società. Dobbiamo entrare in una logica di sufficienza, nell’economia del “bastevole”. La globalizzazione è l’imposizione di un pensiero unico, l’omogeneizzazione non solo degli stili di vita, ma anche delle modalità produttive. La regola unica del mercato, della massimizzazione delle rese, del ritorno economico della rendita dei capitali investiti. Dobbiamo lavorare per una biodiversità culturale e economica, creare relazioni di scambi economici che siano aderenti alle peculiarità dei luoghi. È assurdo che ci sia un solo modello economico da imporre a tutti gli scambi». Il discorso sulla sostenibilità non avrebbe però senso senza un’attenzione alle ricadute sociali. La sostenibilità, quindi, sarà un concetto da sposare fino in fondo, sia che riguardi l’impronta ecologica che l’effetto delle proprie scelte sulla comunità.

«La globalizzazione – ha aggiunto Cacciari – è in realtà l’imposizione di un pensiero unico, una omogeneizzazione non solo degli stili di vita ma anche delle modalità produttive volte alla massimizzazione delle rese e del profitto senza tener conto delle specificità dei territori; dobbiamo, al contrario, favorire una biodiversità culturale ed economica in cui le relazioni di scambio siano aderenti alle peculiarità dei luoghi e anche alla tipologia dei beni e servizi da produrre. Non si può pensare a un modello unico economico e a modelli uniformi di fare impresa ».

Iniziare il cambiamento, iniziarlo da noi stessi. È questo il messaggio con cui si chiude la seconda edizione dei Colloqui di Martina Franca. A piccoli passi, divenire tutti agenti di quel cambiamento verso la sostenibilità di cui è necessario tener conto, qui e ora, se vogliamo evitare di andare a sbattere a duecento all’ora contro un muro. Vito Albino, coordinatore scientifico dei Colloqui, lascia questa dichiarazione in conclusione dell’evento: «Non c’è conclusione a questa seconda edizione, ma ci siamo lasciati con una domanda: “Perché non vogliamo morire domani”. Ci sono due risposte, a cui dobbiamo trovare una sintesi nella prossima edizione dei Colloqui di Martina Franca. La prima riguarda i problemi che abbiamo davanti, le crisi a cui dobbiamo far fronte, per non morire domani. L’altra è legata alla tensione dell’individuo che porta alla sopravvivenza, e riguarda il progredire, possibilmente sprecando meno risorse».

Alla fine dell’iniziativa, durante la tavola rotonda con tutti i relatori dei Colloqui, le domande degli studenti che hanno avuto accesso all’evento grazie all’iscrizione Robin Hood, chiedevano più concretezza, esempi reali, cosa fare. La proposta arriva da Alexander Rossner, esperto di private equity, che ha lanciato l’idea di provare a costruire, insieme, un piano di azione per lo sviluppo della Puglia, una specie di rivoluzione che potrebbe partire proprio da Martina Franca. Su questo, commenta Vito Albino: «Tutti gli strumenti sono utili. Le ipotesi di lavoro emerse sono tutte percorribili e saranno prese in considerazione, sia da parte del comitato scientifico che da parte del consorzio. Le indicazioni pratiche più importanti riguardano però l’impegno degli individui, convincere le istituzioni che devono indicare delle direzioni e quindi continuare a lottare per formare la nostra consapevolezza che viviamo in mondo difficile e dobbiamo sempre essere più bravi per sopravvivere».

 

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