Talento e sperimentazione a Itria Valley Jazz Festival: intervista a Mattia Cigalini

E’ partita ieri a Martina Franca la 1^ edizione dell’Itria Valley Jazz Festival, una manifestazione nata col preciso scopo di promuovere un territorio ricco e denso di storia e attrattività attraverso il linguaggio del jazz. E ieri sul sagrato di San Martino si è esibito un duo di assoluto rilievo ed interesse sia italiano che internazionale: quello formato da Mattia Cigalini (sax) e Enrico Zanisi (pianoforte), due giovanissimi jazzisti richiestissimi e di sicuro avvenire. “Un’accoppiata perfetta: due musicisti con esperienze affascinanti nella loro diversità, impegnati nella creazione di un suono estremamente completo”, ha dichiarato Brian Morton, giornalista e scrittore scozzese.

Abbiamo incontrato Mattia Cigalini pochi minuti prima del concerto, per scambiare qualche battuta nella libertà più assoluta e senza alcun copione prestabilito. Alla maniera del free jazz, insomma.

Ciao Mattia, benvenuto a Martina Franca. Mentre inizia ad arrivare il pubblico in piazza, apro con una domanda a tema: avendo suonato spesso all’estero, immagino che tu abbia un quadro ben definito di quelle che sono le differenze tra il panorama italiano e quello estero. Ce le descrivi?

La prima cosa che mi viene in mente parlando del pubblico estero è che c’è tanta passione, competenza in materia e voglia di sentire qualcosa di nuovo e stimolante. Qua da noi il piattume e la standardizzazione la fanno invece da padrone, mentre all’estero ci sono direttori artistici e organizzatori che rischiano e che hanno interesse nel dare visibilità a quanto di buono emerge al momento, tutto il contrario dell’Italia”.

Parlando invece di te, faccio una domanda con una piccola premessa: ho diversi amici che hanno avuto a che fare col jazz in tenera età, e ricordo benissimo che venivano visti come “strani” dai coetanei, per il loro approcciarsi a strumenti diversi dalle solite chitarre e ad una musica vista come adulta. Ci racconti qualcosa della tua infanzia/adolescenza da musicista?

Io ho iniziato a 7 anni in una banda di paese ad Agazzano (Piacenza) e poco dopo, grazie alla spinta del mio maestro di musica, mi sono iscritto e diplomato in classica al conservatorio. Dopo i primi ingaggi e le prime esperienze ho preferito il jazz alla classica, che comunque amo. Io coi miei coetanei ero obbligato a dividere in due la mia vita: da una parte giochi e svaghi da ragazzino, dall’altra lo studio e l’esercizio da musicista, che facevo quasi di nascosto. Io questo scarto e questa differenza l’ho sempre avvertita fino a poco tempo fa, e precisamente fino a quando non ho iniziato ad avere un po’ di visibilità su giornali e media.

Però non è un po’ brutto sapere di avere tanta gente attorno per il semplice fatto di “essere famosi” o quantomeno di avere una visibilità che non tutti hanno?

Certo, ma il segreto è fregarsene… Proprio per questo la carriera del musicista di professione si distingue da quella dell’hobbista, perché bisogna andare dritti col paraocchi fregandosene delle etichette, delle false amicizie, delle illusioni e delle delusioni. Uno si immagina la vita del musicista come dedicata solo al suonare, ma non è così. Tra adempienze fiscali e contrattuali, viaggi e routine quotidiana il lato esecutivo copre solo il 5-10% della nostra vita. Oggi sono qui a Martina Franca dopo 9 ore di viaggio, e dopo il concerto e una dormita domani sono pronto a rifare la stessa cosa, e così per ogni ingaggio. Insomma, la vita da musicista on the road è difficile, a meno che non si abbia un jet privato e uno staff corposissimo, ma non è certo il mio caso!

Parlando quindi di lavoro e futuro, dove ti vedi fra 10 anni? Ti immagini meglio in Italia o all’estero?

Guarda, io sono un caso particolare: ho avuto spesso la possibilità di poter stare a Parigi o a New York lavorando con ingaggi di tutto rispetto, ma non cambierei mai il mio postaccio nel piacentino con nulla… Fra 10 anni mi vedo quindi ancora in Italia, anche perché fra pochi mesi divento padre e quindi tante cose della mia vita sono destinate a cambiare.

Mattia non si dedica alla musica solo dal punto di vista esecutivo e compositivo, ma anche dal lato tecnico, visto che durante l’intervista apre la sua custodia per mostrarci il prototipo di un’ancia innovativa:

Ho messo su un gruppo di ricerca di ingegneri neolaureati che sta per mettere sul mercato un’imboccatura sperimentale realizzata in una lega innovativa chiamata “BlackTech”. Questo è un progetto al quale tengo tantissimo e che mi sta dando una marcia in più anche da punto di vista esecutivo. A Martina Franca uso questo prototipo per la prima volta e durante il soundcheck ho già avuto i complimenti da parte di Enrico Zanisi, che dopo qualche minuto mi ha detto “Mattia, stasera hai davvero messo il turbo!”. Se tutto va bene il progetto ci consentirà di poter usare questa lega anche per altri strumenti musicali, tra i quali il pianoforte.

La mia ultima domanda prima di lasciarti al concerto: noi in Italia abbiamo un background musicale notevole, una storia densissima di avvenimenti e interpreti, una tradizione studiata e invidiata in tutto il mondo, ma la formazione nostrana a che punto è?

Io ho una formazione sia classica che jazzistica, e posso dire che siamo messi male. I programmi sono penosi ed è impensabile che la patria di Paganini e Verdi sia popolata di insegnanti che non suonano mai e che hanno preso la cattedra non si sa come. Nonostante la formazione scarsa, in Italia abbiamo invece tanti strumentisti di personalità, e che andrebbero quindi valorizzati e lasciati liberi di esprimersi. Non ci resta che sperare nel futuro!

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