Riceviamo e Pubblichiamo
Nel corso dell’assemblea internazionale dell’AIFO, nella quale hanno partecipato alcuni membri dell’associazione Ostuni Città Nuova. Di seguito l’intervento del dott. Franco Colizzi.
VITE LIBERATE
1.Nata con la nebbia.
Tra i campi mezzo coltivati dell’area di Kadem, in Kenya, resiste una vecchia capanna a cui la missione delle Suore d’Ivrea ha rifatto il tetto di lamiera. Lì vive in solitudine una anziana donna che chiamano Massimiliana, ma il cui nome alla nascita, secondo le usanze dell’etnìa Luo, era “nata con la nebbia”. Non sa dire quanti anni ha, forse 50 o 60, ma sa di essere vedova di un uomo, di cui lei era la seconda moglie, deceduto oltre quindici anni fa. Ricorda, con uno sguardo assente, di aver perso anche un figlio poco dopo la nascita, mentre una figlia è sposata ma vive lontano da lì. Quando era più giovane, appena sposata, frequentava feste di villaggio, si lanciava nei balli, assisteva agli incontri di comunità. Era forte allora e lavorava nei campi, essendo analfabeta. Tutto cambiò con l’arrivo della lebbra, contratta nonostante non ci fossero ammalati nella cerchia dei suoi familiari. La mancanza di cure la rese preda di gravi disabilità e così la sua vita precipitò nella mera sopravvivenza. Massimiliana infatti è poverissima e a volte patisce la fame. La sua casa è spoglia: qualche utensile, delle canne, un vaso di terracotta sbreccato per raccogliere l’acqua piovana, un giaciglio di paglia dove dorme con le galline, i pulcini e le pulci. Si muove carponi, strisciando con monconi di arti insensibili al dolore e al calore, sicchè si punge, si taglia, si brucia nel cucinare, si procura nuove ferite, nuove piaghe. Subisce lo stigma sociale, molti hanno paura della sua malattia, in realtà ormai curata e guarita, non accettano nemmeno un mestolo della polenta che lei stessa cucina. Sembra incredibile, eppure riesce a fare un po’ di pulizie, zappetta perfino il terreno attorno alla casa e coltiva del miglio e del granoturco. E poi a volte c’è qualcuno che le fa compagnia, c’è qualche vicino che l’aiuta, c’è un ragazzino che le porta del cibo e anche il figlio della prima moglie del marito si cura di lei. Poiché è stata stata battezzata, il parroco di Macalder le porta periodicamente i sacramenti e talora viene qui vicino a dire messa. Afferma mestamente di “essere già morta”, ma è convinta che andrà in cielo, dove spera di incontrare i suoi cari defunti. In mezzo a tante sofferenze, sostiene che il Signore verrà quando vorrà e che intanto la vita va ancora vissuta. “Anche così”, dice, “sono contenta”. Una condizione terribile, quella di Massimiliana, certo non una vita liberata. Eppure, almeno non è dimenticata. Qualcuno accetta la sua polenta, alla fin fine. Qualcuno le tiene compagnia. Qualcuno controlla il suo stato di salute. Una vita che continua “con la nebbia”, ma che resta aperta alla liberazione. Una storia di resistenza dell’umano che arriva fino a noi dal cuore dell’Africa. La prima lezione da imparare, dunque, è che anche una vita ancora oppressa o solo parzialmente libera può custodire l’apertura alla liberazione. Purchè qualcuno sappia ascoltare il lamento della vittima e voglia riscattare la vita offesa, anche a costo di personali, inevitabili ferite.
2.Il risveglio degli umiliati.
In una lettera del giugno 1862, rimproverando la società che ammette la miseria, la religione che ammette l’inferno, l’umanità che ammette la guerra, Victor Hugo definisce “I miserabili” nient’altro che “un libro avente al fondo la fraternità e il progresso in cima”. Il romanzo più popolare dell’Ottocento europeo, ambientato nella metropoli parigina, centro della modernità progressiva del tempo, tratteggia un intreccio di vite variamente imprigionate, vite da liberare. Hugo spreme il cuore nero della civiltà borghese e avanza la sua proposta affinchè le vite dei miserabili, dei disgraziati, dei disprezzati come Jean Valjean, Fantine, Gavroche e Thénardier, diventino vite liberate. Uno Hugo dei nostri tempi potrebbe realizzare un affresco ancora più grande, adeguato al villaggio globale, dove per miliardi di persone la condizione è la stessa denunciata appassionatamente dal grande romanziere francese. Ma è sufficiente leggere “La Città della Gioia”, seguire le potenti vicende umane che nel tumulto o nel silenzio si svolgono nella città dei lebbrosi, dei derelitti, degli ultimi. Narrando l’epopea di Anand Nagar, uno slum di Calcutta, un conterraneo di Hugo, Dominique Lapierre, è riuscito a trasmetterci un appello altrettanto vibrante e commovente ad affiancare gli ultimi, a camminare assieme a loro non solo nella libertà, ma verso la liberazione.
Tuttavia, a questo appello pressante fa da contraltare la voce cruda del realismo. Di fronte al diffuso male del mondo, all’ingiustizia spudorata e all’oppressione senza veli, chi pratica la caritas/compassione è un illuso, chi cerca la fratellanza/sorellanza è solo un romantico. Non sono forse le tenebre a regnare, magari sotto mentite spoglie scintillanti? Un grande psicoanalista, Carl Gustav Jung, ha osservato saggiamente che impotenza e debolezza sono l’eterna esperienza dell’umanità, che però conduce anche ad una eterna risposta, altrimenti l’uomo sarebbe da tempo perito. E Gandhi, ben conscio dell’enorme difficoltà di fare, come lui li chiamava, “esperimenti con la verità”, ha dato una netta risposta all’interrogativo. “E’ la legge dell’amore che governa il mondo. Se l’avesse governato la violenza, ovvero l’odio, sarebbe sparito da un bel pezzo”. Così scriveva la “grande anima” dell’India, nell’aprile del 1940, proprio mentre la crescente furia della seconda guerra mondiale sembrava smentirlo clamorosamente. E’ la storia stessa di Gandhi, invece, a illustrare il suo asserto. Un timido ometto, fragile e sorridente, che a 30 anni era incapace di parlare in pubblico, “un fachiro mezzo nudo” secondo la sprezzante definizione di Churchill, è riuscito a riunire milioni di persone fino a conquistare l’indipendenza del subcontinente indiano. Come è potuto accadere? Secondo Jacques Attali, la vita di Gandhi “è una risposta a un’umiliazione. Innanzitutto quella subita dagli indiani del Sudafrica da parte di inglesi e boeri, poi quella degli intoccabili da parte degli altri hindu e infine quella degli indiani da parte degli inglesi”. Tantissime vite, attraverso Gandhi, hanno incontrato la libertà e seguito un cammino, anche se incompleto, di liberazione. Quella di Gandhi, prosegue Attali, è “la storia favolosa di un uomo il cui incredibile destino rivela il motore fondamentale della storia umana. Non il profitto, né la lotta di classe, ma appunto il risveglio degli umiliati”. Una dinamica simile ha alimentato la vicenda di Nelson Mandela in Sudafrica fino alla nascita di una nuova nazione senza apartheid e in cui la popolazione nera è finalmente libera. Scrive Madiba nella sua autobiografia “Lungo cammino verso la libertà” : ”…la mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente. E il desiderio di riscatto della mia gente – perché potesse vivere la propria vita con dignità e rispetto di sé – ha sempre animato la mia vita, ha trasformato un ragazzo impaurito in un uomo coraggioso, un avvocato rispettoso delle leggi in un ricercato, un marito devoto alla famiglia in un uomo senza casa, una persona amante della vita in un eremita”.
3.Contrastare l’avanzata del Nulla.
Quando Michael Ende, ne “La storia infinita”, descrive la malattia mortale che ha colpito Fantàsia, l’avanzata spaventosa del Nulla assoluto, insopportabile allo sguardo e indolore come le prime macchie della lebbra, sembra stia parlando di quel processo di progressiva corruzione che getta gli esseri umani fuori della Storia e della civiltà umana. “La distruzione si va estendendo, cresce, cresce e dilaga sempre più, se mai si potesse dire che il Nulla cresce (…) non si sente niente. E’ soltanto che ti manca un pezzo. E una volta che si è colpiti, ogni giorno ti manca qualcosa di più. Presto non esisteremo più del tutto”. Il maggior delitto umano, che attraversa la storia profonda dell’umanità, è stato e resta proprio quello di annientare o respingere nel Nulla altri esseri viventi. E’ quanto è accaduto alla stragrande maggioranza delle vite dei circa 100 miliardi di esseri umani sinora comparsi sulla Terra, vite respinte nell’anonimato, nell’esclusione, nell’emarginazione, nel Nulla storico. Troppe vite sono state vite intrappolate in una realtà insufficiente, vite oppresse, vite in schiavitù. La fame, le malattie, la violenza e le sopraffazioni, le ingiustizie hanno congelato la dignità e contratto il valore di tanti esseri umani, negando loro l’accesso anche a percorsi minimi di liberazione sociale e interiore. Ancora oggi, secondo le complesse stime riportate da Kevin Bales, presidente della Ong Free the Slaves, vi sono nel mondo tra 25 e 30 milioni di schiavi, uomini, donne e bambini rapiti, venduti, torturati, violentati, prostituiti, costretti a lavori bestiali e spesso uccisi. E’ trascorso un secolo dalla pubblicazione del racconto di Kafka “La metamorfosi”, ma il suo inquietante messaggio è sempre attuale. A tanti, nel mondo, può capitare di svegliarsi al mattino e di ritrovarsi trasformato in uno scarafaggio, in una non persona assoggettabile al male assoluto. No,non si tratta solo di fantasie letterarie. E’ proprio nel cuore dell’avanzata civiltà europea che, agli inizi del Novecento, ha lavorato il tarlo del dubbio sul valore della vita umana, su quali vite siano degne di essere vissute e su chi abbia il potere di decidere su questo. Pochissimi anni dopo il racconto di Kafka, l’incubo si materializza in una ideologia dell’eugenetica che intende contrastare la degenerazione umana su base ereditaria. In Germania uno psichiatra e un giurista compilano il libriccino “ Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute”, vite di scarto, vite senza valore, di deboli, mangiatori inutili, parassiti del popolo. Negli anni Trenta, in Germania, approvata la legge sulla sterilizzazione obbligatoria delle persone geneticamente inaccettabili, oltre quattrocentomila persone vengono sterilizzate. Il passo successivo è l’ausmerzen, lo sterminio di massa conosciuto come Aktion T4, raccontato da Marco Paolini con uno spettacolo ed un libro. Negli anni precedenti al funzionamento dei campi di concentramento, vennero uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani, portatori di malformazioni o di patologie gravi. Poi, venne Auschwitz.
Nell’opera “La tregua”, Primo Levi racconta la storia di un bambino che “era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome”. Furono gli internati a dargli il curioso nome di Hurbinek, interpretando i suoni inarticolati che a volte il piccolo emetteva. Levi ci dice cosa gli accadde poco dopo la liberazione del lager. “Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole”. Ed ecco, nelle parole di un altro sopravvissuto ad Auschwitz e voce senza indulgenze verso le nostre zone grigie, Elie Wiesel, il compito primario dell’uomo, di ogni uomo: “Di fronte alla sofferenza, nessuno ha il diritto di voltare la faccia e di non vedere. Di fronte all’ingiustizia, non si può guardare altrove. Quando qualcuno soffre, non sei tu che vieni al primo posto, ma è quella persona. La sua sofferenza gli dà la priorità”. Wiesel arriva perfino ad affermare che “vegliare su una persona che è nel dolore è un dovere più urgente che pensare a Dio”. Anche se è proprio in quelle situazioni, dice Jean Vanier, il fondatore dell’Arca, che si fa sentire l’anelito divino. “La nostra separazione dai poveri, dai menomati e da coloro che soffrono non è forse uno dei problemi della vita religiosa di oggi? Abbiamo troppo tempo per discutere e costruire teorie, e abbiamo perduto la sete di Dio che si fa sentire quando siamo alle prese con la sofferenza”. L’avanzata del Nulla ghermisce spesso gli esseri umani in maniera duplice, ad esempio attraverso una malattia (come la lebbra o la psicosi) e attraverso la persecutoria risposta di istituzioni di controllo prodotte dall’uomo (i lebbrosari, i manicomi). La nostra lotta, come ci ricorda Follereau, deve essere anch’essa duplice, per la libertà dalla malattia e per la liberazione della persona. “A che giova curare un malato di lebbra se, nel nostro cuore, egli continua a rimanere ‘un lebbroso’, se per ignoranza, egoismo, vigliaccheria, gli neghiamo il posto al quale ha diritto, il rispetto, l’amicizia ai quali ha diritto? (…) Questo ammalato, non basta curarlo per salvarlo”.
4.Gli specchi di Rosita.
L’ultimo abuso per Rosita fu di non potersi più vedere allo specchio. Non era bastato quello per cui era rimasta incinta. Non era bastato quello per cui dopo il parto le era stato sottratto il figlio, mai più rivisto. Non era bastata la diagnosi di follia. Né era bastato l’ingresso in manicomio. Ma si sa, gli specchi sono fatti di vetri che, infranti, possono diventare uno strumento per farsi del male. E così Rosita tornò indietro, a prima della fase dello specchio di cui ha parlato Lacan, tanto studiato in Argentina. Quel giubilo provato nella primissima infanzia guardandosi allo specchio era stato spento, trasformato in silenzio, e lo specchio si era rotto, restituendo un’immagine interiore deformata, frantumata, psicotica. “Antes ero un mostro…” ricorda con sguardo opaco Rosita. Il manicomio, come ha dimostrato cinquanta anni fa Goffman, è una istituzione totale. Un posto dove tutta la tua vita è organizzata esclusivamente secondo le sue regole e i suoi ritmi interni. Un posto senza specchi e, dunque, senza identità personale. Quello in cui venne reclusa la poco più che adolescente Rosita era, ed è, un grande manicomio progettato per oltre mille donne, con padiglioni che raggruppano ognuno cento “ospiti”, una centuria di dolore disabitato. Un posto dove, a soffermarsi a dialogare con i folli, si può finire assieme a loro, come nella novella cecoviana “Reparto n.6”. Eppure, dopo anni e anni di disperata e violenta reclusione, di “terapie” e di farmaci che l’hanno resa obesa, un donnone buono a fare la sorvegliante delle agitate assieme alle infermiere, qualcuno ha dialogato con lei. Altre donne, psichiatre che non si sono arrese allo scacco manicomiale, che hanno creduto alla necessità terapeutica della deistituzionalizzazione. Il manicomio non solo non cura, fa di peggio. Trasforma le persone in non persone, sviluppa sindromi, queste sì patologiche, abolisce la storia di ognuno e rende incomprensibile ogni suo racconto, ogni sua richiesta di aiuto, ogni suo residuo desiderio. Queste psichiatre sono tornate ad Ippocrate: primum non nocere. Condividono con Basaglia la semplice tesi che la libertà in sé stessa è terapeutica. Ecco perché non si sono fermate alle attività di intrattenimento nei laboratori ma hanno spinto affinchè Rosita, e le altre, potessero tornare “là fuori”, almeno per un po’, affinchè la riabilitazione riguardasse tutta la vita e non miseri scampoli di essa. Queste uscite, incontri, feste, scampagnate, hanno progressivamente restituito a Rosita la sua dignità. In un Paese che ancora oggi piange e lotta per migliaia di giovani desaparecidos di cui, dopo oltre trentanni, non si sa nulla, gli internati nei manicomi argentini sono anch’essi dei desaparecidos sociali.
Eccola allora fuori, Rosita. La sua è davvero una “apariciòn con vida”. Precorrendo ciò che una nuova legge, ispirata alla 180 italiana, potrà adesso consentire a tutti, le psichiatre e tutti gli altri operatori sociali che hanno dato vita al Centro Diurno Libremente hanno sancito i diritti umani di Rosita e le hanno restituito lo specchio. Certo, all’inizio non è stato uno giubilo. Chi era ormai quella donna riflessa nello specchio? Una sconosciuta che doveva rimettere assieme i pezzi dello specchio infranto per potersi davvero vedere e riconoscere. Con molti meno farmaci e con tanto lavoro di ricostruzione delle relazioni, della fiducia in sé, della autonomia, Rosita ha acquisito una nuova coscienza di sé. Ora, da qualche anno, frequenta il Centro ma non ritorna più in manicomio. Torna a casa. Un alloggio che condivide con due amiche, anch’esse dalla storia ferita. Una delle strutture che ormai accolgono circa settanta persone strappate al gorgo manicomiale. Una casa da cui muoversi nel brulicante mondo sociale dentro e fuori Buenos Aires, con una rinnovata identità, con la sua differenza di genere, il bisogno di godere dell’intimità e di manifestare la sua genitorialità. “Antes ero un mostro, ahora soy yo”. Il 25 novembre 2010, il Senato argentino ha approvato la nuova legge sui diritti umani delle persone che soffrono di disturbi mentali. Migliaia di persone attendono di uscire dai manicomi. Alcune di loro attendono da venti o trentanni. Alcune di loro non sanno più nemmeno chi sono e come si chiamano. Fuori dalle mura del manicomio il cammino sarà molto difficile. Ma ad attenderle ci saranno Rosita e le altre.
5.Nessuno escluso.
Alcuni anni fa, nell’intervallo tra alcune riunioni all’OMS, ho visitato l’Ariana, l’elegante Museo della ceramica di Ginevra. Quella volta c’era una bella mostra estemporanea di sculture in ceramica di Carmen Dionyse, intitolata “Figure del silenzio”. Si trattava di corpi confusi con la terra, come fossero un suo semplice prolungamento, e poi di visi levigati, quasi maschere funebri, o disfatti, realtà decomposte cotte dal loro stesso fuoco. Pensai, allora, che quell’uomo, fatto di terra, dell’impasto di silicati e alluminio che chiamiamo argilla, fosse il grido della Terra, il suo anelito verso un altrove, verso ciò che chiamiamo spirituale, prima di tornare ad essere polvere silente, secondo il biblico memento. Queste concrete metamorfosi umane, alberi d’argilla, tronchi escavati e scorticati dal dolore, perchè si protendono dalla superficie di Gaia, il pianeta vivente? Non possono certo staccarsi del tutto dalla terra che li ha generati e di cui sono parte, ma gli uomini cercano libertà e liberazione da una realtà che, in quanto segnata dal dolore, dal male e dalla morte, avvertono come condizionata e sentono insufficiente. Ma allora, non è possibile andare verso una realtà liberata, in cui le vite umane siano vite liberate? Non lo è, se ci rinchiudiamo in una dimensione individualistica, orientata verso il piacere, la vita, lo sviluppo del nostro essere biologico, pur arricchito da richieste e soddisfazioni affettive, culturali e sociali più complesse, ma preda del rimorso o della paura per il possesso di una gioia e di una fruizione dei beni del mondo che sia per noi soli. Per il combattente Mandela, conquistare la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi, è solo il primo passo di un nuovo, lungo cammino, “perché la libertà non è soltanto spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri”. E’ così anche per Aldo Capitini, limpido filosofo della nonviolenza: assicurarci pace e libertà in una realtà condizionata da forti limiti può restare un fatto individualistico, che ci chiude in quella stessa realtà. Ma ecco come, secondo Capitini, posso rivolgermi verso una realtà liberata dai limiti. “Vedo un essere vivente, che ha espressioni di vita, spesso anche un volto (quanto ci vuole perché si formi un volto!), morire, o per un colpo che riceve, o per un male (è lo stesso): è un essere da cui la vita si allontana infedele, ed è un essere qualsiasi, un crocifisso, un anonimo, e può essere una persona, un animale, insomma un’unità prima vivente. In questo punto stabilisco una solidarietà con lui, la quale è ribellione al fatto che in questo momento è avvenuto, contro la realtà che fa questo, e nel silenzio tragico abbozzo quasi con la bocca un tu verso quell’essere, e trovo un’unità paterno-fraterna con lui”. In questo tu che diciamo, nella nostra sincera e profonda apertura a ogni essere, in vita o già morto, si intravede l’inizio della realtà liberata. Chiarisce infine Capitini:”Così il termine ‘apertura’ acquista un valore più profondo di quello moderno e laico di tolleranza e di dialogo. Significa nel dissenso col mondo e nell’intravedere la liberazione, portare tutti alla realtà liberata. Tutti è la grande realtà da tenere presente. E’ più che la riunione di coloro che credono in un determinato Dio o in una determinata salvazione, di coloro che fruiscono di certi sacramenti,o agiscono in un certo modo, e perciò sono salvati e separati da altri. Tutti comprende veramente tutti gli esseri, nessuno escluso e per nessuna ragione”.
6.Vita di Iqbal.
1. “Ho appena lottato, Il tempo è finito, ma non mi sono accorto quando il tempo è scaduto. Questa, è la tua vita.”
Con questi versi inizia una delle poesie scritte da Iqbal Gofur, la prima persona ad essere ospitata nell’ashram di padre Torriani, Swarga Dwar, che significa ‘La porta del cielo’, a Mumbai. Padre Torriani aveva da poco acquisito il terreno per realizzare l’ashram, a Taloja, un’area popolata da persone musulmane, quando, nel 1986, arrivò un padre disperato. Portava in braccio il suo figlio dodicenne, Iqbal, con una gangrena al piede destro e le stimmate della lebbra. Fu necessario amputare presto quel piede e il piccolo disabile fece il suo ingresso definitivo nella nascente comunità delle pietre scartate dai costruttori, ma pietra angolare del Regno di Dio.
2. “Il vento ha sconvolto la vita, un ciclone mi ha sorpreso. Benchè zoppicando, mi son trascinato avanti. Questa, è la tua vita.”
Aveva solo qualche anno, Iqbal, quando la sua vita venne sconvolta dalla morte della madre. E non ebbe neppure il tempo di riprendersi dal lutto. La signora con la falce tornò presto, con la sua predilezione per i più poveri, a prendersi in pochissimo tempo le due sorelle e i due fratelli. La solitudine e il silenzio avvolsero Iqbal e suo padre, che non faceva ormai altro che fumare e tossire. Iqbal ci prova lo stesso, a crescere, ma intanto crescono pure delle macchie indolori sul corpo, si artigliano le mani, si riassorbono le falangi delle mani e dei piedi: la lebbra è entrata come un ciclone nella sua vita. Portato a Swarga Dwar, e amputato del piede destro, Iqbal non può andare a scuola perché tutti hanno paura del contagio. E intanto la malattia continua a corroderlo. Diventa necessario amputare l’arto inferiore destro fino al ginocchio. Mentre lo prepara per l’anestesia, l’infermiere è malinconico, ma si sforza di rassicurarlo. E allora è proprio Iqbal, ormai sereno, a parlare, a tirar fuori la sua nuova forza interiore: “Ehi, sorridi!”. Più tardi, Iqbal ne farà una poesia, “Devi sorridere”. Pochi anni dopo, morirà anche il padre, per un cancro alla gola:”Ho pensato, con terrore, sono solo, non ho più nessuno. Ero veramente triste. Finchè non ho capito che era una prova di Dio”. Pian piano Iqbal diventa una presenza importante nell’ashram.
3. “Talvolta ho vinto battaglie difficili, talvolta ho perso scaramucce.
Con mille ferite sul mio corpo, ogni impegno ho preso con passione.
Questa è la tua vita.”
Guarito dalla malattia, anche se gravemente disabile, non si è arreso, si è messo a studiare. Certo, non è stato facile:”Sui vecchi libri spesso si rapprendevano delle macchie di sangue”. In pochi anni di studio, impara la lingua dei musulmani del posto, l’urdu, e poi anche l’hindi, il marathi e l’inglese. Iqbal diventa il custode dell’ashram e all’ingresso, davanti al cancello, gestisce il servizio di telefonìa, fino all’arrivo dei cellulari. Iqbal condivide le tante attività quotidiane, le preghiere universali che si recitano e i bajan che si cantano nella cappella interreligiosa (ogni giorno una preghiera diversa, cristiana, buddhista, induista, musulmana, laica…). Continua a scrivere poesie, che i visitatori da tutto il mondo apprezzano. Nel 2008 ho trascorso tre giorni nell’ashram assieme a un fotoreporter e Iqbal, pur schermendosi un po’, si è fatto fotografare anche nella sua intimità, mentre, dismessi gli arti artificiali, restava con i monconi di gambe e con le mani mutile. Era quasi orgoglioso di mostrare come portava avanti la battaglia per l’autonomia, per non dipendere in tutto dagli altri, per inventare modi di mangiare, di pulire, di lavarsi, di espletare i bisogni fisiologici. Era saggio, Iqbal, non si aspettava niente, ma sperava ugualmente: “Una compagna? E’ difficile, con queste disabilità, ma forse, se trovassi una donna con difficoltà analoghe… chissà, lasciamo fare alla provvidenza, altri si sono sposati e hanno perfino avuto figli”.
4. “Sia tra fiori sia tra spine, sempre ho detto la verità, in cuori estranei sono entrato, da cuori amici sono uscito. Questa, è la tua vita.”
Iqbal è poi riuscito a pubblicare una sua raccolta di poesie. Ma nel frattempo rivestiva i panni dell’operatore sociale, organizzava iniziative, parlava alla radio locale, animava le feste e pochi facevano ormai caso alle protesi, alle stampelle o alla sua sedia a rotelle. Due anni fa, Iqbal è morto. Una vita dura, la sua, un’infanzia tremenda tra lutti e malattia, una condizione permanente di disabilità grave. Che genere di vita è stata, quella di Iqbal? Derubata, umiliata, offesa, mutilata, piena di dolore, certo. Ma è riuscita anche a restare degna di essere vissuta, a fare un cammino di liberazione, incompleto come quello di tutti noi, ma in unità con tante persone.
7.Non preoccupiamoci delle ferite.
Le città invisibili di Italo Calvino si chiudono con una riflessione di Marco Polo sull’Inferno dei viventi. Esso non è qualcosa che sarà, ma è formato da noi stando insieme. Per non soffrirne, lo si può accettare e diventarne parte fino a non vederlo più. Oppure, attraverso un continuo impegno di libertà responsabile, possiamo “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Ogni vita umana contiene in sé un progetto di liberazione dall’inferno, ma se e come tale processo si svolgerà, quale forma troverà compimento, dipende da non pochi fattori. Possiamo intravedere vite liberate laddove vi sono vite capaci di durare nella libertà , nella ricerca del proprio compimento e nella fedeltà alla duplice promessa fatta un tempo da Albert Camus, alla bellezza e agli oppressi. In questo cammino, da fare con e per gli altri, sarà inevitabile attraversare il dolore, ferire, ferirsi, essere feriti. Ma non dobbiamo preoccuparci delle ferite, come ci aiuta a capire Lucy Winkett, un soprano che ha vissuto nella comunità L’Arche ed è poi diventata ministro del culto nella cattedrale di San Paolo a Londra, dove si occupa anche di musica e liturgia. Grazie alla sua particolare sensibilità, ha scritto un libro bellissimo sull’ascolto contemplativo del nostro rumoroso mondo, “Il nostro suono è la nostra ferita”. Ella enfatizza il significato in sé del fatto che Gesù sulla croce abbia parlato, dopo aver mantenuto il silenzio a lungo. Gesù ferito e morente leva il suo lamento di vittima, che perdona, certo, ma invita gli oppressi a levare anch’essi la propria voce e a lottare, incuranti delle ferite. Per questo, al termine della sua riflessione, mentre l’eco del lamento degli ultimi ci raggiunge crudele, l’autrice cita un passaggio cruciale di un romanzo americano che vi lascio come commiato: “Non preoccupiamoci delle ferite. Quando arriverò lassù dov’è mia intenzione andare, il gran giudice mi chiederà: ‘Dove sono le tue ferite?’. E se risponderò di non averne alcuna, egli replicherà : ‘Non c’era nulla, laggiù, per cui combattere?’ “.

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