Parliamoci chiaro: è dal 1348 che gli italiani hanno contezza che le grandi città sono luoghi di contagio, sono zone di rischio nelle quali si confondono i contatti desiderati e indesiderati, chi abitava quei posti aveva capito che le ricchezze e le infezioni viaggiano insieme.
“Dico adunque – scrive Boccaccio nell’introduzione al Decamerone– che già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nell’egregia città di Firenze, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza”.
Da quel momento l’Italia diventa uno spazio sperimentale nel quale viene testata l’unità e la differenza tra gli aspetti “fruttiferi” e “mortiferi”.
I fiorentini di Boccaccio sono i primi a fare la conoscenza delle regole della globalizzazione: una società che fa di tutto per importare merci da luoghi lontani facilita anche gli spostamenti di passeggeri indesiderati che, diversi secoli dopo, saranno chiamati, virus. Da quel momento la distinzione tra importazioni desiderate e indesiderate appartiene ai compiti più importanti di una civiltà.
Dimostra tutta l’intelligenza delle città italiane il fatto che esse risposero alla scoperta dell’alleanza rischiosa tra peste e merci con l’istituzione di stazioni di quarantena di fronte ai porti commerciali. Se i marinai non morivano durante questi quaranta giorni allora si facevano scendere. Da qui nasce l’espressione quarantena. Basti pensare a Venezia e al suo Lazzaretto Vecchio.
Ma il Decamerone c’insegna un’altra cosa importantissima, gli scampati riescono a sopravvivere anche perché cominciano a nutrirsi di un nuovo alimento: il novellare, il racconto.
L’insegnamento che ci giunge dal Decamerone e credo anche dal discorso di qualche giorno fa del Papa, è uno: anche quando Dio sembra non esserci più, anche quando la medicina sembra non rispondere alle domande che i malati fanno, la vita è bella.
La vita resta sempre bella e quel gruppo di ragazzi sopravvissuti nella campagna fiorentina lo racconta e lo testimonia.
Le storie venendo raccontate e riraccontate, cioè raccontate due volte, formano una corrente alternativa che rianima le persone.
E quella corrente noi abbiamo imparato a chiamarla “speranza”, meglio volontà di cultura che si esprime a sua volta in una fiducia razionale, che rinuncia alle prove dell’esistenza di Dio, anzi va oltre. Ci racconta che gli esseri umani, se spronati nel modo giusto, sono capaci di credere in un futuro prossimo.
Ogni storia raccontata con questo spirito costituisce un vero e proprio vangelo in miniatura una buona novella, dove gli uomini continuano a desiderare la felicità con intelligenza, furbizia e presenza di spirito. Ciò che è necessario dopo e durante la peste non sono tanto le vecchie e ridondati formule e riti cristiani con i quali si seppelliscono i morti ma i piccoli, lieti messaggi che raccontano dei successi discreti di chi cerca la felicità. Sono proprio micro vangeli che aiutano i sopravvissuti a fissare il loro sguardo sull’orizzonte terreno e a ricordare i morti che, scusate il gioco di parole, non sono morti invano.
Queste storie, il ricordare chi erano, il loro essere presenti a se stessi, si oppongono allo scoramento che è sempre già più di metà della sconfitta. Il Rinascimento oggi come allora resta il sabotaggio alla rassegnazione e non è un caso che il Rinascimento come lo abbiamo studiato tra i banchi di scuola è da sempre la civilizzazione dopo la peste. Il suo obiettivo è la rigenerazione in generale. Il sapere contro il disorientamento. Il suo obiettivo dichiarato è danneggiare la stupidità e tagliare le gambe alla disperazione. Fare guerrilla culturale sabotando l’eterna stupidità.
Il messaggio del papa doveva restare impresso nella nostra mente, invece è rimasta solo l’immagine di una piazza vuota e di un vecchietto che sotto la pioggia battente, in piena tempesta, cammina claudicante. Ma Francesco I ci ha ricordato che la chiave per salvarci è nell’insegnamento di Cristoforo Colombo, nella navigazione. È li che siamo, in alto mare. E solo lo spirito adatto all’alto mare può tenere il passo alle esigenze del nuovo tempo. Quindi saliamo tutti a bordo e cominciamo ad aggiustare le vele.
Ma c’è un ultimo insegnamento che ci ha lasciato il Rinascimento è che non bisogna guardare solo al Figlio, alla sofferenza presente e passata ma anche al Padre. E chi guarda al Padre osserva un creatore al lavoro e ciò dovrebbe bastarci per comprendere che la creazione non è finita e che tocca a noi darci da fare, compartecipare alla creazione. Inventare.
Signore e signori, non so se vene siete accorti, ma noi viviamo nella seconda settimana della creazione, la prima si è conclusa domenica con il riposo di dio, il lunedì successivo è toccato, a noi all’uomo cominciare a creare a progettare.
L’uomo non è ne padrone né servo, non è né onnipotente né inerme, oscilla continuamente tra le forze che lo curano e quelle che lo danneggiano è sempre la terza parte delle parti del destino. L’uomo trova il suo posto nel mondo solo quando gioca con ciò che gioca con lui.
Quel che resta tocca farlo al Governo, come fece Lorenzo il Magnifico, offrire un campo da gioco alla cultura, alla speranza, sul quale i migliori potessero giocare con ciò che gioca con loro e… riuscimmo a riveder le stelle.

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