"Il paese delle spose infelici": una recensione

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Cultura


Pubblichiamo di seguito una recensione sul film di Pippo Mezzapesa tratto dal romanzo di Mario Desiati “Il paese delle spose infelici”. L’autrice di questo testo non è una giornalista, nè tanto meno una critica cinematografica, ma una semplice appassionata di cinema che, secondo noi, è riuscita a cogliere il senso più profondo della storia.

Buona lettura!

Sabato ho visto il film “Il Paese delle Spose Infelici” di Pippo Mezzapesa, tratto dal romanzo omonimo di Mario Desiati. Prima che iniziasse il film, il regista ha presentato la sua opera.

C’erano, oltre al regista Mezzapesa, la sceneggiatrice Antonella Gaeta e l’autore del romanzo Desiati, i giovanissimi attori tutti Tarantini, i quali si sono poi trattenuti per la proiezione in sala del lungometraggio: Nicolas Orzella (Veleno), Luca Schipani (Zazà), Vincenzo Leggieri (Capodiferro), Cosimo Villani (Cimasa) e Gennario Albano (Natuccio).

E’ stato bellissimo ascoltare i racconti della “fidanzatina di Cimasa” nella poltrona vicina, relative alle riprese, del clima e delle relazioni che si sono create in questa loro eccezionale esperienza: una famiglia, ha detto. E’ stato per loro divertente e piacevole, un’esperienza che non sognavano di poter vivere, ma che hanno vissuto con l’affetto, la comprensione e l’attenzione di tutta la troupe. Quando hanno terminato le riprese, ha detto con lo sguardo commosso, abbiamo pianto e ci siamo stretti tutti in un abbraccio! Erano emozionati per la presentazione nella loro città, di fronte agli amici, alle insegnanti, alle fidanzatine, alle famiglie.

Non sono attori professionisti, si tratta di ragazzi comuni provinati dal regista stesso: adorabili, simpatici, ricchi di energia e contraddizioni, di rabbia e amore come solo gli adolescenti di certe città possono essere. Già, perché l’ambientazione delle Spose Infelici non è strettamente legata – a mio parere – alla città di Taranto, ma è il racconto dei tormenti e delle difficoltà che può vivere un qualsiasi adolescente che cresce in una città violentata, ai margini dello sviluppo socio culturale, con un territorio a tratti magnifico ed incontaminato ed a tratti deturpato e sfruttato senza scrupoli. E’ un racconto che parla di integrazione, di come quella incontaminata voglia di vita, tipica dell’adolescenza, rompe le barriere delle differenze economiche e sociali, di come lo sport può diventare elemento di coesione, complicità ed esperienza di crescita e talvolta l’unico sogno concesso.

I ragazzi, tutti, sono stati bravissimi! La sincerità nel rappresentare quei personaggi, che per tanti aspetti appartengono a loro, ad un territorio così contraddittorio, ha reso la loro interpretazione coinvolgente, emozionante e di reale spessore. E non è la loro età ad influenzare il mio giudizio.

Bravi, bravi davvero.

Altri due aspetti che mi hanno sorpresa ed emozionata: la colonna sonora a cura di Catalano e la fotografia di D’Attanasio. Entrambi questi aspetti, fusi tra loro hanno creato l’atmosfera giusta, perfetta per raccontare il dramma e la meraviglia di un territorio “come” quello di Taranto, delle persone che quel territorio lo vivono, subendolo o celebrandolo; la gente è parte attiva del paesaggio ed il paesaggio vizia e contamina anche la vita della gente.

Perché in fondo, la particolarità di vivere in un territorio come quello della mia città è questa: nell’adolescenza, le scelte che ti si presentano non sono divise tra scuola calcio o danza, tra corso di chitarra o sax, tra jeans e velluto. Ti potresti trovare a scegliere di frequentare una coetanea appartenente ad una nota famiglia di “deliquenti organizzati”, con la paura della tua famiglia ad immaginarti coinvolta per caso in qualche ritorsione. Non hai teatri, associazioni culturali i un raggio di trenta kilometri, prendi secchiate d’acqua se fai troppo casino sotto i porticati dei palazzi. Spesso i gesti più banali o anche solo quelle gratuite donazioni della natura al tuo corpo, siano brufoli o tette o orecchi a sventola, ti marchiano a fuoco (mica sono semplici soprannomi). Per sempre. Le professionalità che vedi intorno a te vanno dal “contrabbandiere” all’operaio di fabbrica (e qui pure si apre uno scenario drammatico a seconda della fabbrica), passando attraverso tutta una varietà di sfumature di chi disoccupato da sempre, campa alla giornata, più o meno onestamente percepisce qualche soldo per non rinunciare a tutte le illusioni di benessere. La politica è qualcosa che percepisci essere lontana da te, oltre il casello autostradale. La giustizia è qualcosa che senti dentro, ma fatichi a definirne i contorni, a ritrovarla nel quotidiano. La solidarietà non è un bonifico all’associazione cattolica, ma è cucinare un piatto in più per il tuo dirimpettaio che ha assistito per la notte un degente. L’arte è sfilare la lana ad un maglione ormai stretto e con la stessa fare un gilet!

E l’amore… l’amore è la cura dei tuoi affetti in piccoli o grandi gesti, è rinuncia, è la comprensione, talvolta è un ceffone o una punizione.

Fiorella Marseglia


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1 Commento

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Commenti

  • annaliisa scialpi ha detto:

    Condivido la recensione di Fiorella Marseglia. Nel film è rappresentata non solo la solitudine di adolescenti e la purezza della loro volontà di riscatto in un passato recente, ma la situazione reale e attualissima di un paese che, dietro la bella forma nasconde o cerca di nascondere i suoi scheletri, i contrasti stridenti, i chiaroscuri, velandoli di un’acquiescenza paralizzante nel quale nessuna ragazza o ragazzo può riconoscersi. Credo che il romanzo e il film colgano pienamente nel segno non solo il disagio di una realtà sfruttata e oppressa, ma la frattura generazionale che lascia giovani e vecchi sempre più soli, i primi alla disperata ricerca di una boccata di ossigeno, i secondi nel ghetto della rassegnazione che lascia strascichi di morte nelle strade. E i morti non sono solo quelli dei cimiteri. E’ la morte degli ideali. Dell’indignazione. La morte della speranza. La morte della stessa idea condivisa di giustizia.
    Il film coglie perfettamente nel segno di questa realtà, della quale anche i cosiddetti “educatori” o “intellettuali” non amano parlare. Perchè a pochi piace guardare in faccia i propri scheletri.