Il nuovo che disavanza

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Politica


Copyright Pietro VanessiSuccede purtroppo spesso che in periodo di campagna elettorale la sensazione che si percepisce sia di “confusione”. Nel nostro caso, viste le vicissitudini, questo stato confusionale non appartiene solo ed esclusivamente ai cittadini. Le idee chiare sono piante difficili da far fiorire. Per questo è necessario che vengano coltivate da chi possiede terra fertile, in modo che il raccolto finale sia ricco e produttivo. La non chiarezza dei messaggi fa da padrone e crea nel cittadino votante una sorta di confusione che può essere generata da due motivi:

  • Il suo scarso o non interesse nell’argomento
  • La scarsa capacità del candidato di creare interesse

Nel primo caso vige la diffidenza nei confronti della politica locale. L’elettore (o ex-) è colpito da uno stato di rassegnazione che si è consolidato nel tempo, a causa delle innumerevoli insoddisfazioni accumulate nelle vecchie amministrazioni. Un disinteresse che lo rende non predisposto nemmeno all’informazione. Un atteggiamento assolutamente errato, che se esteso, non fa altro che lasciare immobile una situazione che invece meriterebbe una forte scossa e che ha come unico effetto il lasciare le decisioni nelle mani dei soliti, bloccando così il cambiamento che tutti desiderano. Nel secondo caso, invece, la palla passa nell’incapacità del candidato di creare interesse nel cittadino elettore e di renderlo parte attiva dei suoi obiettivi. Quest’incapacità ha le sue fondamenta in un concetto di base, che può essere sintetizzato in due parole: creazione della fiducia. Cos’è la fiducia? Il dizionario della lingua italiana definisce così il termine:

La fiducia è la sensazione di sicurezza basata sulla speranza o sulla stima riposta in qualcuno o qualcosa” (ndr)

Il tema della fiducia appare oggi come il tema centrale del rapporto fra cittadini, istituzioni e mediazione politica. Chi decide di candidarsi deve saper attivare la partecipazione e i meccanismi della democrazia. È su questo che il candidato in campagna elettorale (e non solo) deve puntare: trasmettere all’elettore una sensazione di sicurezza. Come farlo è certamente cosa difficile ma non impossibile. Fortunato, nonché capace, è colui che ha ben saputo sfruttare l’irrecuperabile fattore “tempo” che, insieme alla coerenza tra idee e azioni, gli hanno permesso di crearsi un nome. Abbastanza complicato ad oggi capire chi, nel nostro caso, abbia portato avanti questo atteggiamento. Fatto sta che se non si è riusciti a sfruttarlo per bene, la strada per ottenere l’ambita fiducia (semmai la si ambisca) diventa più ripida. C’è da dire però che entrambi i casi richiedono la presenza di 3 elementi chiave, tra loro consequenziali, su cui il candidato deve saper lavorare: il linguaggio, la creazione di un’identità che convinca e di una partecipazione efficace. Prima però, è necessario che disponga di un programma in cui riporti le sue visioni e le sue prospettive. La propria identità viene così costruita sul linguaggio utilizzato, che permette di comunicare le proprie idee e i propri obiettivi consentendo al cittadino, che in quella identità si rispecchia, di essere co-partecipatore dell’attività politica.

Questo è, in linea molto generale, quello che dovrebbe essere.

Diverso invece  è quello che sta accadendo. Semmai gli aspiranti candidati sindaco avessero preso in considerazione questo tipo di approccio culturale fondato sulla creazione della fiducia, probabilmente non saremmo nella situazione in cui ci troviamo oggi: cittadini disincantati e apatici, buona parte della cittadinanza inattiva e disinformata, solo una minima frazione della popolazione disposta a partecipare, rappresentata da militanti, da cittadini coinvolti in specifiche reti di amicizia, da politiche associative, da habituè della partecipazione. Risultato? Una disomogeneità del coinvolgimento. Scaduto, nonché sprecato, il fattore tempo, attualmente l’obiettivo dei candidati non è tentare di creare fiducia nei cittadini per ottenere un voto, ma semplicemente ottenerlo. Saltando così un passaggio fondamentale. “Cosa è stato fatto finora dagli attuali candidati sindaco per indurre il cittadino a diventare un aspirante o un concreto elettore?” Nulla. O poco. O comunque molto meno rispetto a quello che si poteva fare. Manca un mese alle elezioni amministrative e l’unica cosa certa è che bisogna essere pronti. E voi?

Siete pronti a ricevere inviti a feste e festicciole?

A svuotare la cassetta della posta che troverete ogni giorno colma di volantini o santini?

Pronti a camminare su immagini di simboli di partito e mezzi busti in posa per le vie del paese?

Pronti a sfogliare giornali con faccioni in vista e a ricevere telefonate inaspettate?

E ad ascoltare le richieste di chi vi chiede di coinvolgere le conoscenze personali, per votare un determinato nome, siete pronti? Si, perché in questo caso è solo un nome che vi chiederebbero di votare. Non una persona. Non un programma. Non un partito.

Ecco. Questa è l’idea di partecipazione attiva che ci si può aspettare dai nostri candidati. La classica partecipazione che rispecchia proprio il suo principio: quello in cui i soggetti sociali coinvolti hanno modo di esprimersi, di informarsi e soprattutto di contare qualcosa.


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