
La prima volta che ho incontrato Pierino Chirulli è stato al banchetto per la raccolta firme per il referendum contro il nucleare: era insieme agli altri cittadini a fermare i suoi amici affinchè firmassero. Lui è un imprenditore, vicepresidente di Confindustria Taranto, è stato candidato sindaco molte volte secondo i giornali, soprattutto dopo aver fondato l’associazione Martina 2020, ma lui ha sempre, gentilmente, declinato l’offerta.
Lo incontriamo a Martina Franca, in uno dei suoi uffici. L’argomento è la riforma del lavoro, un argomento urgente, che tocca da vicino tutti i cittadini. Monti e la Fornero pare stiano radendo al suolo ogni piccola certezza rimasta ai lavoratori italiani, sostenuti dalla trimurti Alfano Casini Bersani, applicano alla lettera i diktat di Bruxelles. Obiettivo? Salvare i conti dell’Italia.
Già, ma gli italiani?
Abbiamo pensato di chiedere a Chirulli, un imprenditore, un punto di vista su quanto sta accadendo, perchè il rischio, in questi casi, è scambiare il proprio punto di vista con quello migliore. La prima domanda, ovviamente, è l’abolizione dell’Articolo 18, ovvero la possibilità per gli imprenditori, di licenziare liberamente:
“L’articolo 18 è un falso problema” ci dice Chirulli “il problema sono le assunzioni, non i licenziamenti. Fino a 5 o 6 anni fa c’erano delle norme che favorivano l’assunzione, ma ora non esistono più“.
Quindi questa riforma non è poi tanto positiva.
“Monti finora ha solo messo più tasse. Non ha tagliato nulla di quanto doveva e poteva tagliare. Si sta accanendo sui lavoratori privati senza toccare i privilegi di quelli pubblici. Abbiamo il triplo dei dipendenti delle Regioni che in Germania e il doppio dei poliziotti russi. E la prima ha 81 milioni di abitanti e la seconda 140“.
Bisogna licenziare anche nel pubblico?
“No, ma bisognerebbe applicare le stesse norme che stanno nel privato. Molto spesso l’inefficienza dipende dal fatto che non c’è il rischio di essere licenziati. E invece questo serve a reinventarsi, a mettersi in discussione, essere pronti a cambiare, a migliorarsi. Ma è solo un esempio“.
“Il problema non è la flessibilità lavorativa, ma la mancanza di quella mentale. La rigidità mentale, anche e soprattutto di chi ci governa, è la causa di questa spirale in cui ci troviamo. Bisogna sapersi adattare, cambiare, essere pronti a fare qualcosa di diverso. L’unica flessibilità che manca è quella mentale. Prendiamo i rapporti con la Cina per esempio: fino a 15 anni fa eravamo tutti convinti che avremmo venduto i nostri prodotti ai cinesi. Ora invece siamo noi a dover acquistare. E questo ha creato povertà: basta vedere a Martina e l’occupazione che è sempre in calo“.
“Ma non è la disoccupazione in sè il problema più grave, a mio avviso, ma è la perdita dell’esperienza, della competenza, della professionalità di tutte le maestranze che ora non hanno lavoro. Il danno è incalcolabile“.
Quale scenario si può prevedere?
“Piccolo è bello. Non potendo comprare e gettare e comprare, saremo costretti a scegliere oggetti di qualità, che durino il più a lungo possibile, favorendo, ovviamente, l’economia locale, l’economia di vicinato. Il futuro è nella capacità di sfruttare la crisi per cambiare la propria mentalità“.

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