Attentato a Brindisi. Intervista a Donato Carrisi

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Cronaca



L’attentato fatto a Brindisi sta svelando scenari nuovi, alcuni dei quali facilmente prevedibili. Innanzitutto è quasi certo che la mano mafiosa non c’entri praticamente nulla, e questo lo si poteva dedurre già dall’inizio, dall’utilizzo del materiale usato o dalla scelta della vittima. E questo non tanto perché la mafia non ammazza gli innocenti, perché lo fa ogni giorno attraverso sistemi diversi, ma perché ammazzare una ragazzina davanti ad una scuola “fa male agli affari”, come scrive Donato Carrisi sul Corriere della Sera di oggi. Ed è proprio il contesto in cui è avvenuto l’attentato a sporcare la prospettiva e far distorcere gli avvenimenti: la Carovana antimafia, la scuola intitolata a Falcone e alla moglie. Immediatamente l’opinione pubblica, “la gente” è andata a cercare nella criminalità organizzata i colpevoli, e chi ha sollevato dubbi, lo ha fatto timidamente perché è difficile dire che la mafia non c’entra quando c’è un delitto di sangue. E se lo si dice lo si deve pur giustificare e giustificando si ammanta di romanticismo boss e picciotti, mezziuomini. Quindi vada per la mafia e tutti a Brindisi a sentire Vendola e Don Ciotti, a stringersi intorno ad una città colpita dov’era più sensibile.

Secondo gli sviluppi di ieri ed oggi la mafia non c’entra ma potrebbe essere il gesto di una persona o un gruppo isolato. Lo dicono le immagini della videocamera del chiosco di panini che apre solo la sera, proprio di fronte alla scuola, lo dice il materiale usato, lo dicono molti fattori che sarebbero immediatamente stati evidenti se non si fosse stati distratti dai nomi e dalle coincidenze. La bomba è un gesto di qualcuno che ha voluto davvero colpire a morte ma non appartiene, apparentemente, a nessuna organizzazione. Per questo motivo abbiamo pensato di sentire Donato Carrisi, chi meglio di lui avrebbe potuto darci un parere?

Leggiamo l’articolo pubblicato stamattina dal Corsera e ci rendiamo immediatamente conto che Carrisi è andato in una direzione che condividiamo. Innanzitutto chi ha fatto la bomba non deve essere considerato pazzo, ma ha agito con fredda logica. E la logica è la cosa che terrorizza di più, perché logicamente ognuno potrebbe uccidere qualcuno in qualsiasi momento, in qualsiasi posto. Carrisi ha tentato di mettersi nella mente dell’assassino, del serial bomber, come dice lui, trovando una giustificazione: “Hanno iniziato loro, io ho solo reagito”.

L’ha fatto per la visibilità” ci dice Carrisi al telefono, “il suo gesto è stato premeditato, studiato, e l’ha fatto per attirare l’attenzione su di sé, perchè ha deciso di colpirci dritti al cuore”.

Per farsi prendere, come si dice dei serial killer?

I serial killer non vogliono farsi prendere, sono fesserie che si scrivono nei romanzi e che io non ho mai scritto. Ai serial killer piace quello che fanno e non vorrebbero smettere mai. Secondo te, perché hanno diffuso la foto ma non il volto?

Non so…

Perché immaginano che potesse colpire di nuovo, che avesse qualche cosa in mente. I serial bomber colpiscono più volte, quindi hanno lanciato il messaggio che sono sulle sue tracce”.

Il fatto che sia una persona comune probabilmente, non dovrebbe farceli temere di più?

Non è un pazzo, innanzitutto, ma una persona che ha saputo pianificare. E per quanto riguarda la paura, dobbiamo considerare che potrebbe essere benissimo uno di noi”.

Perché si è parlato di mafia, allora, secondo te?

In primo luogo per una questione di riverbero collettivo causato dal nome della scuola e dalla giornata particolare. Probabilmente chi ha messo la bomba ha scelto proprio quel posto perché voleva provocare questa reazione. Poi perché pensare alla mafia, categorizzare così il delitto in qualche maniera ci tranquillizza, e poi perché anche l’antimafia è un business…

Paradosso: la mafia la conosciamo così tanto che ci fa paura ma non tanto quanto ne farebbe qualcosa di più sconosciuto.


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