Aiuta a fare la spesa, ma poi si tiene il portafoglio. Un racconto di un nostro lettore

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Cronaca



Riceviamo e pubblichiamo un contributo che ci è stato inviato da un nostro lettore che è testimone di un fatto di cronaca. Noi lo pubblichiamo così come ci viene inviato, per dare modo a tutti coloro che lo leggeranno di farsi un’idea propria della vicenda. 

Buona lettura.

La redazione

Gentile Direttore,

la sensibilità della redazione di MN per alcuni temi sociali, e in particolar modo per quelli legati alla vita della nostra città, mi spinge a prendere carta e penna, per portarle a conoscenza di una notizia. In realtà si tratta di una “non-notizia”, almeno (presumo) secondo i tradizionali canoni del giornalismo. Ma quella che sottopongo alla sua attenzione è una non-notizia che può offrire qualche spunto di riflessione sul modo in cui la nostra società sta affrontando questo momento di crisi economico-sociale.

Un cittadino extracomunitario (che chiamerò per comodità A.L.), sta facendo la spesa in un noto supermercato di Martina Franca, di fronte alla chiesetta “Regina Mundi”. L’uomo procede con calma e aria apparentemente disorientata fra gli scaffali. Un mese di lavoro sotto il sole cocente si fa sentire nelle gambe e negli avambracci, ma la soddisfazione di portare a casa il compenso, per quel mese e passa di fatica, rende tutto più sopportabile. A.L. si trova ora alla cassa e una signora di mezza età gli sorride e lo aiuta a mettere i prodotti sul banco. A.L., d’altronde, ha lo sguardo rassicurante, di quelli che ispirano fiducia. La signora ha un viso materno. In realtà potrebbe essere tranquillamente una delle nostre madri, una di quelle che cominciano a cucinare al mattino presto, con il tg come colonna sonora, o che espongono la coperta più bella, al balcone illuminato a giorno, quando passa la processione della Madonna della Sanità.  A.L. ringrazia la donna, con quella erre un po’ moscia tipica degli albanesi, e il viso di chi si sente in debito anche quando non dovrebbe.

Poi accade qualcosa.

La mano ruvida nel giubbotto. Il viso che si contrae e si perde nel vuoto.

Il portafogli non c’è più. Svanito. Non c’è più il compenso di più di un mese di lavoro al sole cocente dei muretti a secco. Non c’è più il permesso di soggiorno, suo e della moglie. Non ci sono più i documenti, le tessere, i certificati sanitari. Per un italiano sono nient’altro che documenti. Per un extracomunitario sono un pezzo della propria vita. A.L. si rivolge alla vicina stazione di Polizia che subito acquisisce il video delle telecamere di sorveglianza.

E qui la sorpresa.

Con la crudezza tipica dell’obbiettivo, la telecamera di sorveglianza immortala una donna di mezza età mentre si guarda intorno. Mentre si piega veloce. Mentre infine intasca il portafogli.

E la signora che aveva aiutato l’extracomunitario a mettere la merce sul bancone, nel frattempo dov’era? Quella dal viso dispiaciuto per lo sventurato extracomunitario, che magari si è lasciata andare al più classico dei “cià pècchèt”?

No. Non può essere la stessa persona, si ripeterà anche lei, direttore! Magari una, due, tre volte, come per convincersi che sia così.

Il resto, anche se l’episodio è di qualche giorno fa (di qui la non-notizia), è cronaca. A.L. che si rivolge al suo legale (ossia chi le scrive). L’avvocato che deposita una denuncia-querela contro ignoti per il reato di appropriazione di cose smarrite. La Polizia che sulla base del video si mette sulle tracce della signora.

Si ma dov’è la notizia, o meglio la non-notizia (a questo punto, la prego, scelga lei)?

Come dov’è la notizia? La donna che ha preso il portafogli è nostra madre!

Ora, appropriarsi del contante non può che essere stigmatizzato, soprattutto quando ci si rende conto che questo appartiene ad una persona che presumibilmente (passi l’involontaria ironia) il denaro non lo trova per terra. Si dirà la crisi. Si dirà l’incapacità di arrivare alla fine del mese. Si dirà la disperazione. Ma c’è un aspetto più sottile ed inquietante della vicenda. La signora affabile e dal viso materno non si è mai premurata di far arrivare i fondamentali documenti di cui si è appropriata al sig. A.L., neppure in forma anonima (sarebbe bastato inserire il tutto in una buca delle lettere).

Cosa vuol dire questo, direttore? Forse vuol dire che la crisi non sta cambiando soltanto il nostro modo di atteggiarci nel quotidiano, il modo di programmare gli acquisti, di ripensare alle vacanze, di rinunciare al superfluo? Forse vuol dire che la crisi ci sta pian piano incattivendo, facendoci perdere di vista quei principi di solidarietà e accoglienza che hanno permeato la cultura mediterranea? Che forse quello che ci sta al nostro fianco, in fila ad una cassa, è diventato un concorrente in una lotta per sopravvivere (o per vivere meglio) piuttosto che una persona nei cui occhi possiamo ritrovare nostro padre, nostro fratello, nostro figlio? Ovviamente non le chiedo di darmi una risposta. D’altronde MN si occupa (e bene) delle notizie, e questa, come dicevo prima, è una non-notizia.

Martina Franca, lì 22.06.2012

Giuseppe Serio

Un commento però vorrei lasciarlo, alla fine di questo articolo. Anzi due. Il primo riguarda la differenza tra notizia e non-notizia. Ci sono i fatti e quando questi fatti vengono raccontanti dalla stampa diventano notizie. Più o meno. Il racconto di Giuseppe Serio è una notizia. Sotto tanti punti di vista. Il secondo commento riguarda invece il fatto in sè: non credo sia possibile ora come la crisi ci ha mutati antropologicamente, ma è possibile ora dire con certezza che dopo più di quindici anni di berlusconismo (sia di destra che di sinistra, ovviamente) siamo molto meno “comunità” e molto più individui. Ovvero, per dirla in termini politici, tentiamo di rispondere alle avversità non più facendo squadra ma combattendo battaglie solitarie, che ci destinanano, ovviamente, a sconfitte clamorose. Una battaglia solitaria è tenersi un portafoglio, una battaglia solitaria è mettersi a completa disposizione del potente di turno sperando che qualche briciola cada dalla sua tavola. L’ultima cosa, e chiudo, è che dobbiamo impegnarci a non generalizzare: solo così possiamo riuscire a mantenere uno sguardo sereno su quanto accade.

Massimiliano Martucci


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