La figlia del diavolo e il diritto all'oblio

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Cultura


Un delitto avvenuto cinquant’anni fa. Una storia conclusa, i cui colpevoli sono stati assicurati alla giustizia e che con essa hanno già pagato il debito. Una storia nata nel meridione patriarcale, in cui ci si sposava a quindici anni e in cui si era cosa del marito, o del padre.

Un libro dovrebbe avere il compito di infilare le mani nella Storia e tirarne fuori il marcio, con la sicurezza del tempo che è passato e la lucidità dell’indagine, dovrebbe restituire dignità a chi è stato protagonista suo malgrado di una vicenda chiusa e conclusa, che ha causato molti più danni a chi è rimasto e non a chi è andato, che ha influenzato le infanzie dei figli e dei nipoti, rendendo loro difficile la già non facile adolescenza martinese (o meridionale in genere).

Ecco “La figlia del diavolo“, il romanzo di Anna Grazia Semeraro, un romanzo che prende spunto da un fatto di cronaca avvenuto davvero in città 53 anni fa ma che è stato ambientato poco fuori, e per la tutela dei nomi non si è fatto sforzo alcuno. Il diritto all’oblio, appunto, il diritto di chi ha sbagliato e ha già pagato di essere dimenticato, di non divenire carne da macello per una semplice operazione commerciale.

Ma non diciamo che questa lo sia, anche perchè la presentazione ieri è stata fatta alla Fondazione Paolo Grassi patrocinata dalla Regione Puglia e dai Presidi del Libro e anche dall’assessore alle attività culturali Antonio Scialpi. La caratura di questi non dovrebbe farci venire nessun dubbio riguardo il lavoro della Semeraro, eppure una piccola obiezione la esprimiamo.

Il diritto all’oblio, appunto. Il diritto di chi ha pagato e ora è fuori e fa un’altra vita. In particolare per chi ha usato violenza per combattere una violenza più grossa, per chi ha ucciso una volta per vendicarsi delle mille morti che avvengono ogni minuto. Una ragazza che ammazza e che viene giudicata in una società, da una società, maschilista, in cui il ruolo della donna è madre e moglie e poco altro viene tollerato. La Semeraro, a nostro avviso, avrebbe potuto approfondire di più gli aspetti sociali e storici in cui il delitto è maturato, considerando che il fatto di cronaca avrebbe potuto squarciare un velo anche su quanto accade ora nelle nostre case, ma ha preferito, probabilmente per esigenze narrative, puntare più sulla narrazione dell’evento, lasciando al lettore, poi, i suoi giudizi.

Con la Storia non si scherza, soprattutto quando è fatta di storie personali, soprattutto quando il tempo passato non è ancora sufficiente, quando il racconto di vicende andate riapre ferite appena cicatrizzate.


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