Intervista a Marco Bellocchio: "Il teatro dovrebbe essere un gioco sia per gli attori che per il pubblico"

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Cultura


” Un braccio che si stacca dalla spalla dell’ Europa e si allunga verso il Mediterraneo. La Puglia sono quattro dita unite e la Calabria un pollice divaricato. La Sicilia un fazzoletto al vento che saluta.” (Erri De Luca)

Sono tantissimi quelli che, nel corso della storia, hanno deciso, per un motivo o per un altro, di andar via. Quanti cervelli e quante braccia ci hanno salutato? Il Sud, che ha pagato un prezzo più alto rispetto al resto d’Italia, non è stato ancora risarcito. Per questo abbiamo deciso di raccontare la vita di un martinese che, come tanti altri, ha deciso di andare via per formarsi e costruirsi un futuro ma che conserva in sé la voglia di poter tornare qui ad esercitare la sua professione. Crediamo che l’unico vero risarcimento per il sud sia quello di veder tornare a casa tutti i suoi figli.

Di seguito l’intervista a Marco Bellocchio.

Parlaci un pò di te, cosa fai, dove vivi, perchè hai deciso di andar via, insomma chi è Marco Bellocchio?

Sono nato Martina Franca nel 1982. Ora vivo a Monza Attualmente sono un attore e drammaturgo. Ho studiato alla Civica Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe” di Udine per tre anni, diplomandomi nel 2011. Insegno recitazione in due scuole di Teatro del territorio, una di Milano ed una di Monza. Collaboro con alcune compagnie italiane, e lavoro in spettacoli dal vivo in gran parte del nord Italia. Lavoro anche con i bambini, come educatore nei campus estivi.

Sono andato via da Martina che avevo 21 anni. Mi sono trasferito a Roma cominciando la mia esperienza lavorativa. Diplomato Perito Informatico, ho cominciato a lavorare per un’azienda di consulenza informatica. Dopo circa due anni, ho deciso di ritornare a Martina, cercando di trovare un lavoro. Ci sono riuscito e guadagnavo anche bene. Ma tutto avveniva a nero, senza contratto, e senza soprattutto prospettive di crescita professionale. Così sono emigrato nuovamente dopo neanche 5 mesi, trasferendomi a Milano, dove ho cominciato a lavorare per delle multinazionali. Nel 2007 ho conosciuto Massimo Sabet, uno dei miei attuali mentori, il quale mi ha avvicinato al teatro. Il 2008 è stato l’anno della “crisi”, in cui il mio lato artistico è esploso prepotentemente. Ho quindi cominciato a fare spettacoli, girare cortometraggi ed appassionarmi sempre di più alla settima arte. Nel novembre 2008 ho partecipato alle audizioni per l’accademia. Dopo aver ricevuto la notizia di essere stato ammesso al corso professionale, mi sono licenziato dal lavoro (dove percepivo oramai uno stipendio invidiabile) ritornando studente a Udine.

Come vivi la lontananza?

è sempre dura stare lontano dal proprio paese. La famiglia, gli amici, la terra. Soprattutto d’estate, la mancanza di Martina si fa sentire, non solo per la vicinanza delle bellissime zone di mare, ma proprio per l’aria che si respira, la tranquillità che si vive. I tempi dilatati dei pranzi e delle cene, le specialità culinarie e poi qui in Lombardia è difficile trovare qualcuno che parli il dialetto martinese, quindi quando vengo giù mi sfogo… Per fortuna vivo con un martinese, che vedo poco, ma quando posso mi faccio delle chiacchierate con lui. Diciamo che ormai, essendo quasi 10 anni che sono via, ci ho fatto l’abitudine, ma tutte le volte che vengo giù in vacanza (le vacanze per ora rigorosamente in puglia) è sempre difficile dover ripartire

Quindi sei passato dall’informatica al teatro, non avevi mai pensato prima di fare l’attore?

Il teatro è stato amore a prima vista. Come ho detto prima, l’incontro con uno dei miei attuali più grandi amici, nonché uno dei miei maestri, Massimo Sabet, mi ha aperto un mondo tutto nuovo. Ho cominciato a fare teatro per gioco, per curiosità. Un corso di teatro di 4 ore a settimana ed ora mi ritrovo a farlo a tempo pieno (quando c’è lavoro).

Nell’interpretare un personaggio c’è sempre un pò il rischio di non riuscire più a distinguere la realtà dalla fantasia, quando finisce Marco e quando inizia il personaggio?

Il mio lavoro è scevro da punti di riferimento. Il mio punto di riferimento sono io stesso, ma tendo sempre a perdermi per dare spazio alla mia creatività, per non escludere nulla che possa aprire delle porte verso qualcosa che non conosco. Tendo ad andare sempre verso il buio. È lì che si scoprono le cose migliori. Di questo ne ho fatto uno stile di vita, anche se a volte questo mi porta verso momenti di grande difficoltà e perdizione… ma per fortuna tendo sempre a risalire, e quando si risale dopo aver toccato il fondo, si è molto ma molto più arricchiti…

Oltre al tuo maestro e amico, Massimo Sabet, ti ispiri a qualcun altro? Ci sono film o scene di film che avresti voluto fare?

Non ho attori preferiti, né film preferiti. Ci sono personaggi preferiti e scene di film preferite… amo molto il personaggio di Jimmy Porter di “Ricorda con Rabbia” di John Osborne… è un malato d’epoca, una persona che sarebbe dovuta nascere in un altro momento della storia, ed io mi ci immedesimo molto. Mi piace moltissimo la scena di apertura del Padrino parte I, dove il monologo di “Buonasera” ed il successivo dialogo con Don Corleone sono esattamente il riflesso di una condizione perenne che l’Italia ha vissuto, vive e vivrà ancora per molto ma molto tempo.

Non solo attore ma anche scrittore di drammaturgie.

La drammaturgia è un altro aspetto che sto coltivando da quando ho cominciato a fare Teatro. Scrivere è molto difficile, soprattutto in Italia dove la tradizione letteraria non ha paragoni e dove opere, magari di 3 o 4 secoli fa, denunciano problematiche sociali aperte ancora oggi. Quindi è una bella responsabilità. Ma penso che ogni momento storico abbia bisogno di nuove forme e di opere nuove, che parlino del presente ma in maniera diversa. Ho scritto una trilogia intitolata “La piccola trilogia dell’Orrore ingenuo”, ispirandomi al testo “Morte malinconica del bambino ostrica”, di Tim Burton. Il primo capitolo di questa trilogia, intitolato “Come al solito”, un monologo, ha partecipato al Concorso “Sipari di carta”, organizzato dall’associazione Plasmabile di Torino, classificandosi al 3° posto.
Per scrivere, oltre ad avere delle competenze tecniche, ad aver letto tantissimi testi teatrali riconoscendone le strutture e conoscere i segreti che le tengono in vita, è necessario secondo me un altro aspetto, che il più fondamentale: bisogna saper riconoscere il “momento”.

Spiegaci meglio cosa intendi dire

Alcuni la chiamano ispirazione, io preferisco chiamarla “condizione”. Ci sono momenti della nostra vita dove siamo particolarmente predisposti alle attività artistiche. La scrittura, come dice Rilke, deve nascere da “necessità”. Senza quella le opere saranno vuote. Ecco, ho imparato a riconoscere quei momenti, a riconoscere quella particolare condizione fisica e mentale, che mi permetta di essere espressivo. “Come al solito” è stato scritto in una giornata. Ovviamente ci sono state poi delle modifiche, degli aggiustamenti di tiro. Solite limature che in qualsiasi lavoro di precisione vengono fatti. Non è una questione di bravura, piuttosto una questione di urgenza.

Di cosa parla “Come al solito”?

“Come al solito”, così come tutta la trilogia, parla del disagio adolescenziale dei nostri giorni, dei problemi familiari, della discriminazione giovanile, della violenza sui minori. Il tutto in una chiave grottesca. La scrittura di questo testo prevede stili diversi, dal lirismo alla poesia, dal linguaggio comune all’estraniamento, dall’assurdo al classico. E’ un mix di stili, che apre secondo me le porte ad una moltitudine di possibili messe in scena, a seconda del regista. Ho in mente di lavorarci, non so ancora quando. È davvero difficile trovare uno spazio, degli attori e soprattutto dei fondi per finanziare i propri progetti. Ma a poco a poco, ce la farò.

Ultimamente ho anche partecipato al concorso per attori di prosa “Salice d’Oro”, organizzato dal comune di Godiasco (PV). Eravamo in 44 attori e sono riuscito a rientrare tra i primi 7. Alla fine non ho vinto nessun premio, ma già solo essere un finalista ad un concorso di tale portata, mi rende quanto meno orgoglioso di aver fatto un ottimo lavoro.  In giuria c’erano dei direttori artistici di alcuni dei più importanti teatri di Milano, una giornalista di Repubblica Milano ed una sceneggiatrice RAI.

Cos’è il teatro per te?

Il Teatro per me è un luogo dove la gente comunica. È un luogo di scambio, di riflessione, dove le idee della gente possono trasformarsi in realtà. Come? Attraverso la condivisione di queste idee. Il teatro non è solo intrattenimento. Il teatro per gli attori è prima di tutto un gioco. E se lo è per loro lo deve essere anche per il pubblico.  Come i bambini che attraverso il gioco imparano molte più cose che nella scuola. Prendiamo come esempio i gatti. I gatti cacciano. Imparano a cacciare da piccoli, ma da piccoli lo fanno per gioco. E quando giocano da piccoli, non sanno che quello sarà ciò che da grandi gli permetterà di vivere. Con il gioco, imparano a vivere. Se da piccoli gli si impedisse di giocare, da grandi morirebbero letteralmente di fame, perché non saprebbero come procurarsi del cibo. L’uomo non morirebbe di fame se non giocasse, ma morirebbe lentamente la sua “crescita” senza la cultura. Senza divertimento, senza gioco, l’uomo diventerebbe un automa della serietà, vivendo la sua vita in modo vuoto. Non darebbe nessun apporto all’umanità.
Ecco, il Teatro, attraverso il gioco, deve dare stimoli nuovi, rendere le persone non migliori di quello che sono, ma consapevoli che è possibile vivere in un modo migliore.

Pensi che sia difficile fare l’attore in Puglia o a Martina?

Non so se sia difficile o meno. Ho poca conoscenza degli sviluppi culturali martinesi e nell’ultimo periodo sto cercando di riagganciare quella realtà che mi permetta di riavvicinarmi di nuovo al mio paese. Recentemente sono stato a Martina, ed ho realizzato da solo un piccolo sondaggio intervistando un campione di gente. Ho riscontrato che un’alta percentuale conosce poco il teatro per quello che è realmente ad ampio raggio; molti immaginano il teatro non oltre l’opera lirica (che a Martina è ovviamente molto conosciuta grazie al Festival della Valle d’Itria), il che fa presupporre che presentare magari un’opera teatrale contemporanea o di ricerca potrebbe non essere vissuta e goduta appieno dal pubblico del luogo. Credo che, come tante realtà in Italia, Martina, sotto il punto di vista del Teatro, abbia bisogno di essere accompagnata all’interno di un percorso culturale che la “educhi” al teatro in maniera organica; bisogna forse presentare al paese il teatro come non lo hanno mai visto, o forse come non immaginano neanche possa essere. Bisogna valorizzare il momento storico in cui viviamo. Ad esempio, il festival della Valle d’Itria, che è un’operazione importante per il territorio martinese, potrebbe essere affiancato da un “Festival Off” rappresentato magari da realtà teatrali più piccole, che lascino accessibile la cultura anche ad un pubblico meno focalizzato verso l’opera lirica, ma che abbia voglia di godersi qualcosa di meno tradizionale e più fresco. Grazie anche alle numerosissime giovani compagnie che non trovano spazio neanche in Puglia dove il TTP (Teatro Pubblico Pugliese) ha in mano tutta la gestione del circuito teatrale, il che ci riporta un po’ ad avere una situazione per così dire “di regime”, sotto certi aspetti anche un po’ monopolizzata. E dunque, le piccole realtà, fanno sempre un po’ fatica.

Quali progetti ti piacerebbe realizzare, cosa ti spingerebbe a tornare?

Ho vari progetti in mente. Uno, ad esempio, come dicevo prima, sarebbe bello poter affiancare al festival della Valle d’Itria una rassegna teatrale off. Ed oltre ai teatri di Martina, sarebbe interessante sfruttare gli spazi della valle d’itria: i trulli, le vigne, le pinete, ecc. Creare dei luoghi dove le varie compagnie possano esibire il loro lavori. Creare una navetta che accompagna gli spettatori negli spettacoli di interesse. Creare un mese di spettacoli delle più svariate compagnie nazionali ed internazionali. Una sorta di Festival di Avignone. Tutto questo porterebbe al paese numerosissimi vantaggi: turismo, economia, cultura. È un’operazione molto complessa, ma non impossibile. Pian piano sto cercando di chiarire le idee e di capire come possa essere realizzabile tutto questo. Anche qui, come nel teatro, c’è bisogno di condividere le idee, per avere scambio ed arricchire le proposte.
Oltre a questo, mi piacerebbe poter avere uno spazio teatrale, dove creare un luogo di condivisione, anche magari una scuola di teatro per ragazzi ed adulti. Creare uno spazio creativo dove la gente possa sentirsi libera di esprimersi ed imparare attraverso il gioco del teatro. Dando loro la conoscenza che io, in adolescenza, non ho avuto lì. Creare opportunità per chi fin da piccolo sogna di fare questo mestiere. O semplicemente vuole mettersi in gioco.

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