L'identità di Martina Franca: che non sia solo scenografia

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Cultura


Il dibattito di sabato in piazza Immacolata tra Desiati, Semerari e Lenoci, moderati da Antonio Scialpi, organizzato nell’ambito della Notte Angioina con la collaborazione di Spiagge d’Autore,  è stato molto interessante. Non solo per le parole che sono state espresse nei confronti di Martina Franca, che è stato il tema, ma soprattutto per gli spunti che gli interventi hanno favorito.

Se il tema è la città, o meglio, il discorso sulla città, l’esigenza di trovare un orizzonte culturale entro cui dare senso alle azioni politiche e civiche di Martina Franca, è bene dibattere in piazza, all’inizio, per stimolare la riflessione, ma soprattutto per individuare nuovi interlocutori. Un nuovo discorso su Martina Franca è necessario, perchè senza di esso non è possibile definire un obiettivo e senza obiettivo non si potrà mai dire, per esempio, che l’amministrazione abbia o meno fallito. Un nuovo obiettivo è necessario non solo dal punto di vista culturale, ma anche esistenziale e quindi economico. Se non si ha una direzione, l’entropia generata dalle singole azioni non produce che dispendio inutile di energia.

Quindi Desiati, Semerari e Lenoci si passano la palla su Martina Franca. Da punti di vista diversi. Il rischio, che ieri si è sfiorato abbondantemente, è la chiusura a riccio a difesa del passato che non ci consente di guardare con serenità al futuro. Se sono le nostre radici l’oggetto della ricerca, dobbiamo riconoscere che gli strumenti che utilizziamo influenzano buona parte del risultato. E in questo caso gli strumenti sono le riflessioni di tre illustri concittadini che a Martina Franca non vivono da tempo. Franco Ancona l’ha detto nel suo intervento finale, asserendo che lo sguardo da lontano permette di vedere oltre il polverone della mischia, ma è vero che solo chi c’è nella mischia sa se una mano in movimento è per una carezza o uno schiaffo. Ma questa è una riflessione che probabilmente non appartiene a chi si occupa di cronaca.

Ai cronisti invece interessa la questione sollevata, seppur fugacemente, da Antonio Semerari alla fine, concludendo il suo intervento. Il medico/scrittore tenta di porre l’attenzione sul rischio che Martina Franca, se si adopera per diventare città turistica tout court, diventi mera scenografia di una città che non c’è più, che ha scelto di languire alla ricerca di cultura e bellezza, sacrificando il motore vero che ha permesso alla nostra città di divenire la perla della Valle d’Itria: l’apparato produttivo. La cultura, anche quella della bellezza, deve avere sempre una controparte economica con cui possa confrontarsi e attraverso la quale definire i propri successi e i propri fallimenti.

Altrimenti il rischio che si corre è quello di vivere in una Las Vegas fatta a forma di trullo col portale rococò.

A concludere, l’immancabile spunto polemico. Sabato abbiamo festeggiato il compleanno di Martina Franca, non della sua fondazione, ma della scelta del Principe di Taranto di riconoscerci in quanto comunità. Non solo: secondo quanto affermato sul palco, l’inizio della riflessione sulla città, ovvero, l’inizio del processo di autoconsapevolezza, inizia con l’arrivo di Cesare Brandi a Martina Franca, un critico e storico dell’arte senese che della città si è innamorato. Sia Filippo che Brandi praticano un riconoscimento dall’esterno della comunità martinese, che sia la città o la sua cultura, investendo attraverso un processo dall’alto verso il basso. Sarebbe bello, invece, per dimostrare un salto di qualità anche culturale, iniziare a non considerare i riconoscimenti esterni come misura del successo, ma la capacità di generare in maniera autopoietica valore condiviso e riconosciuto. Innanzitutto dai nostri stessi concittadini.

 

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