Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un nostro lettore:
Sabato sera, come di consueto negli ultimi tempi, con tante manifestazioni a fare da attrattiva alla nostra città. Tanta gente in giro e qualche lampo in cielo che minaccia burrasca, ma che poi si risolverà con quattro gocce (quattro) che hanno l’unico effetto di impiastricciare le auto (come la mia), ancora ricoperte della terra rossa prelevata dai parcheggi della litoranea adriatica.
L’aria rimane calda nonostante la minaccia di pioggia, ma l’atmosfera brulicante invita anche due martinesi come me e mia moglie (l’una autoctona, l’altro “naturalizzato” ormai da lungo tempo) a fare i turisti a casa propria. E’ facile che situazioni piacevoli di questo tipo, in cui hai contezza di come la tua città si stia svegliando grazie ad un’Amministrazione Comunale il cui “colore” hai sempre desiderato, possano sfociare (o “degenerare” può pensare qualcuno) in romanticismo. Ed allora, cosa c’è di meglio che il desiderio di voler guardarsi un poco indietro ed andare alla sera del matrimonio? Magari visitando la Sala Arcadia del Palazzo Ducale e le altre Sale che arricchiscono l’architettura della nostra città, bisbigliando alle orecchie dei visitatori parole di bellezza e di cultura.
Le scale portano di fonte alla Sala Consilare e, alla sua destra, si aprono le meravilgiose stanze del Palazzo. Nella prima, fa bella mostra un leggìo con un registro pronto a raccogliere le firme dei visitatori e le rispettive residenze. I visitatori sono pochi: oltre noi, due piccoli gruppi di persone; uno dei due, sapremo poi, di martinesi come noi. Guardare dalla porta d’ingresso la sequenza delle stanze fa uno strano effetto. Effetto treno in galleria, direi. Alcune stanze sono illuminate, altre (tre o quattro almeno) completamente buie.
Addentrandoci scopriamo che solo qualche stanza è visitabile perché visibile, le altre… buio assoluto. Si intravede, in una, una cappelletta, nelle altre splendidi pavimenti ed affreschi murari, che danno il senso di quanto possano essere belle, ma il buio assoluto non permette di confermare questa impressione. L’altro gruppo di martinesi esce dall’ultima stanza ironizzando sul “palazzo buio”. Proviamo ad immaginare (ed a sperare) che l’oscurità faccia parte di una precisa regìa e di una accattivante sceneggiatura che vogliono mettere in evidenza i bisbigli nelle stanze di Aurelia ed allora, incuriositi dalla percezione di tanta creatività, chiediamo alla signorina che accoglie i visitatori ( e che poco prima ci aveva chiesto di dove fossimo) il perché del buio.
Si sono fulminate le lampadine… purtroppo. Questa è la risposta.
SI SONO FULMINATE LE LAMPADINEEEEEE?
Il Palazzo Ducale ammicca alla gente che passa vicina, la invita a visitare le sue stanze, ad “ascoltare” i bisbigli delle sue stanze e…SI SONO FULMINATE LE LAMPADINE!
Io e mia moglie siamo scesi dalle scale del Palazzo ben più tristi del giorno del matrimonio.
Non si tratta di essere polemici a tutti i costi come pure, qualche volta, siamo tentati di fare. Ma esibire una bellezza al buio, che senso ha? Non volendo arrivare ad immaginare che, in un impeto di furia organizzativa, si potessero persino cambiare le lampadine (operazione senza dubbio complicata, ma che una volta riuscita dà un’enorme soddisfazione), non sarebbe forse stato meglio tenere chiuse quelle stanze, per evitare di far ridere (o piangere, a seconda della località di provenienza) i visitatori?
Ho pensato, meno male che la pioggia ci ha risparmiati. Sai quanti avrebbero dirottato la loro passeggiata al chiuso delle stanze del Palazzo Ducale?
Si possono avere anche idee geniali ma, se tra l’intuizione e la realizzazione non ci fai esistere un po’ di normalità, l’effetto è disastroso.

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