Ilva. I custodi bloccano la produzione e avviano il blocco di alcune aree. Ferrante in Procura

Ieri sera abbiamo riportato una nota dell’agenzia Ansa sulla decisione dei custodi giudiziari di avviare le procedure di spegnimento di parte degli impianti dell’Ilva (http://www.martinanews.it/ilva-stop-allaltoforno-1-inizia-da-qui-il-risanamento). Oggi cercheremo di entrare più nello specifico.

I custodi  Claudio Lofrumento, Barbara Valenzano e Emanuela Laterza, proprio alla vigilia della presentazione alla Procura e ai sindacati del piano di investimenti pari a 400 milioni di euro da parte del presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, hanno notificato all’azienda una direttiva in cui si ordina: la messa a nuovo delle batterie 3,4,5,6,9,10 delle cokerie degli altiforni, lo spegnimento delle torri che vanno dalla 1 alla 7 (eccetto la torre 2), lo spegnimento degli altiforni 1 e 5 a cominciare subito dall’altoforno 1, il fermo all’acciaieria 1, l’adeguamento dell’acciaieria 2 e il rifacimento del reparto Grf (gestione materiali ferrosi).

Voci sindacali sembrerebbero confermare anche una direttiva sul personale in esubero che, in conseguenza della fermata degli impianti, deve essere ricollocato nelle operazioni di bonifica. Nel frattempo cresce l’attesa per la presentazione alla stampa del programma di interventi che l’azienda sta presentando in queste ore in Procura.

I lavori agli impianti sotto sequestro dovrebbero partire dall’altoforno 1 e da alcune delle 10 batterie per coke in funzione. Per l’altoforno 1 si tratta di anticipare di alcuni mesi lo stop per manutenzione programmato per dicembre prossimo. Altri interventi, ancor più significativi, dovrebbero partire dopo l’ottenimento della nuova Autorizzazione integrata ambientale (AIA)

Lo stabilimento ha in totale cinque altoforni, quattro in funzione, ad essi sono associate le cokerie, impianti dediti alla trasformazione del carbon fossile in carbon coke che, insieme al minerale di ferro e al calcare viene introdotto nell’altoforno per produrre ghisa liquida. All’interno dell’altoforno avviene la fusione a temperature elevatissime, intorno ai 2 mila gradi. Il blocco dell’attività produttiva può provocare danni enormi agli impianti se non operato correttamente. Le cokerie, quelle che inquinano di più, sono gli impianti più complicati da arrestare perchè formati, a Taranto, da una serie di circa 200 forni in sequenza. Per spegnerli sembrano dover occorrere almeno 2 mesi con il rischio, non di poco conto, di esplosioni interne. Diverso è il discorso per gli altiforni. Per bloccare e svuotare ciascuno degli altiforni sembrano poter bastare una ventina di giorni, ma anche qui, al minimo errore, si può provocare il cedimento interno di tutto il materiale refrattario. «Anche se non si verificassero guasti – dice Carlo Mapelli, docente di metallurgia al Politecnico di Milano, al sito siderweb.com – il tempo per rimandare a regime l’area a caldo dell’Ilva sarebbe tra i sei e gli otto mesi».

Intanto sull’area di Taranto, in base alla relazione del progetto Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss)nel periodo 2003-2008, in continuità con gli anni precedenti, la mortalità è aumentata di circa il 10% rispetto a quella attesa. Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini sostiene che questi dati partono da “ipotesi che hanno bisogno di verifica; ci sono margini di incertezza sul rapporto causa-effetto della mortalità per tumori della popolazione di Taranto. E’ tutto da dimostrare che i morti siano provocati dalle emissioni dell’Ilva“. In ogni caso, così come confermano i periti del gip, all’azienda si contesta il disastro ambientale e non l’omicidio dei cittadini.

Al momento l’autorità giudiziaria sta procedendo al blocco della produzione e allo spegnimento di alcune aree dell’acciaieria.

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