Eravamo cappottari. E ora?

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Economia


Quando andavamo in giro per le fiere, se qualcuno di noi forava una ruota, nessuno si fermava ad aiutarlo, ma poi mangiavamo tutti insieme“. Questo ricordo del patron delle confezioni Lerario, ambientato negli anni in cui “si partiva a novembre e si tornava a febbraio”, in cui si batteva l’Italia palmo a palmo per vendere i cappotti prodotti a Martina Franca, delinea in qualche maniera la caratteristica tipica dell’imprenditore martinese: l’incapacità di fare squadra. Una ruota bucata ad una avversario era una fortuna di cui approfittare.

Ovviamente i tempi di allora non sono quelli di oggi, concetti come cooperazione, sinergia, distretto, consorzio, non esistevano: si produceva a testa bassa e si vendeva. Eppure quella mentalità è rimasta, perchè le aziende, tramandate di padre in figlio, hanno mantenuto intatto il dna da cui sono scaturite. E se il padre si fermava a dare una mano al compaesano atterrato, il figlio non ha prestato attenzione al vicino di capannone in piena crisi.

Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, anzi, ci sono esempi di buone pratiche sinergiche tra le aziende martinesi.

Eppure il ricordo di Lerario è emblematico. Il contesto, pure, considerando che la frase è stata pronunciata durante l’inaugurazione del la mostra “We were – eravamo noi” organizzata dall’associazione Pietracalca e dal Comune di Martina Franca, sulla storia dei “cappottari”, da cui, secondo la vulgata, sono discesi i confezionisti. Il titolo della mostra è quanto mai emblematico, per un settore in profonda crisi ma che non accenna a mollare l’osso, e che pretende che si accendano i riflettori sulla sua condizione. Basta ricordare che poche ore fa gli operai Itn hanno incontrato i vertici della Task Force regionale per chiedere al Ministero del Lavoro di rivedere il parere sulla cassa integrazione.

Noi eravamo, quindi, ma lo siamo ancora.

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