Ilva. No al dissequestro. Ferrante: "con quei soldi potremmo pagare gli stipendi e iniziare la bonifica"

Solo ieri il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, nel corso di un incontro con i sindacati, aveva ribadito che senza il dissequestro del prodotto finito l’impianto rischia la chiusura: “Se la magistratura deciderà di dissequestrare i prodotti finiti e semilavorati giacenti sulle banchine del porto, i soldi incassati dalla vendita della merce saranno destinati ad adempiere alle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale, a pagare gli stipendi e a quant’altro necessario per la sopravvivenza dell’azienda“.

Stiamo lavorando in perdita – ha dichiarato Ferrante – con 17mila tonnellate al giorno di produzione di acciaio e tre soli altiforni in marcia, ma soprattutto senza la possibilità di fatturare quanto abbiamo già prodotto nei mesi scorsi, non c’è futuro per l’azienda, lo sblocco delle merci sarebbe un atto importante”.

Ma i prodotti dell’Ilva restano sotto sequestro. Il gip Patrizia Todisco oggi ha sospeso il giudizio in merito all’istanza di dissequestro presentata dagli avvocati dell’azienda e rinviato alla Corte Costituzionale la legge 231 dello scorso dicembre che autorizza lo sblocco dei prodotti oltreché la prosecuzione dell’attività della fabbrica. La situazione quindi rimane immutata, il gip si è uniformata a quanto, nei giorni scorso, avevano deciso i giudici del Tribunale d’appello, ovvero sospensione del giudizio e legge impugnata alla Consulta per incostituzionalità.

Ma la decisione di oggi da parte del presidente dell’Ilva potrebbe far cambiare lo scenario, oggi infatti Ferrante ha annunciato di aver presentato un’istanza alla Procura della Repubblica di Tarantocon la quale chiede la revoca del provvedimento di sequestro preventivo disposto in data 22 novembre 2012, con l’impegno di destinare le somme ricavate dalla commercializzazione del prodotto sequestrato (circa un milione di euro) alle opere di ambientalizzazione previste dall’Aia, alla remunerazione delle maestranze e a quanto altro necessario per la sopravvivenza dell’azienda. Il garante nominato dal governo per l’attuazione dell’Aia – conclude Ferrante – avrà a disposizione i più ampi poteri per verificare il rispetto degli impegni da parte dell’azienda”, seguendo quanto suggerito nei giorni scorsi dal presidente Vendola che chiedeva di vincolare il ricavato delle merci dissequestrate alla bonifica.

Niente da fare, dunque, per il dissequestro dei prodotti dell’azienda, ma la partita sembra tutt’altro che conclusa. Certo la crisi dell’acciaio in tutta Europa non fa ben sperare, in ogni caso, sulla solidità economica dell’azienda, paura questa che si legge dalle parole del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini che dubita sulla volontà e sulla credibilità dei Riva: “‘l’occupazione per tutto l’indotto va garantita con strumenti straordinari, servono 4 miliardi di investimenti e per ora la famiglia non li ha tirati fuori quindi c’e’ un problema di credibilità“.

Ferrante definisce “drammatica” la situazione di Taranto, ribadendo che l’azienda farà di tutto per pagare gli stipendi di febbraio (poco più di 70 milioni di euro per tutti gli stabilimenti Ilva in Italia): “l’azienda è sana, robusta e ha sempre risposto ai suoi impegni“. Ma fondamentale per il futuro dell’azienda, secondo Ferrante, è lo sblocco della merce sequestrata: “non si può – dichiara il presidente Ferrante – con un tratto di penna chiudere un’azienda o mandare a casa dei lavoratori“.

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