MARTINA FRANCA – Nella notte tra il 26 e il 27 febbraio l’ovile della signorina Stefania Martino è stato assaltato dai cani randagi. Quindici pecore e quattro agnelli il bilancio delle vittime, a cui si sono aggiunti altri quattro capi inizialmente solo feriti.
A indennizzare la signorina Martino sarà la Regione, che in base al rapporto del servizio sanitario quantificherà l’entità del danno sulla scorta dei bollettini Ismea, una specie di tariffario che indica il valore di ogni capo a seconda di alcuni indicatori: razza, età, eccetera. Ma a dispetto di quanto si crede, non sono esorbitanti le cifre spese per coprire i danni causati dai cani randagi. Il problema però c’è ed è potenzialmente grave.
Come detto, per i danni al patrimonio zootecnico vi sono dei fondi regionali a disposizione. L’indennizzo non va confuso col rimborso. Il primo è fisso e si riferisce ai valori standard di ogni capo. Il secondo dipende dalla produttività dell’animale: cioè quanto altro latte avrebbe potuto produrre, quanta carne, quanti agnelli eccetera. Se per gli indennizzi è sufficiente che il Comune istruisca la pratica per attingere ai fondi regionali, per ottenere il rimborso i privati danneggiati dovrebbero fare causa al Comune stesso, a cui spetta la tutela del territorio.
Ma ottenere il rimborso non è automatico come ottenere l’indennizzo. La ragione è nella difficoltà di dimostrare che a provocare il danno siano effettivamente stati dei cani randagi. Per farlo è necessario controllare il microchip del cane, ma a meno che questi non resti vittima dell’accaduto, è difficile per la Asl individuarlo e catturarlo, e appurare a chi appartenga.
Nelle cause sotto i 5000 euro è il giudice di pace a decidere caso per caso. Rispetto a qualche tempo fa l’orientamento si fa sempre più stringente; per riconoscere che il danno sia stato provocato da un cane randagio non basta più, ad esempio, che sia stato visto sporco o insieme ad altri cani: è necessario il rilevamento del microchip.
Fin qui i danni agli animali.
Discorso diverso per quelli a cose o persone. Qui non vi sono bollettini Ismea in base ai quali indennizzare i soggetti colpiti. Ogni caso necessita la sentenza del giudice, ordinario o di pace che sia. Oltre a stabilire se di cani randagi trattasi, negli ultimi tempi il lavoro dei giudici si è complicato a causa della discesa dei lupi nel nostro territorio. La distinzione tra cane e lupo è possibile solo grazie all’esame del dna. La differenza non è trascurabile dal momento che nel caso dei lupi la responsabilità non è del Comune, in quanto appartenenti alla categoria “fauna selvatica”.
Il Comune di Martina per il 2012 ha 8 cause in attesa di sentenza. Di queste, 5 sotto i 5000 euro: 4 per danni a cose o persone, 1 per danni al patrimonio zootecnico. In tutte e otto le cause Comune e Asl sono solidali, ovvero dividerebbero l’eventuale colpa al 50%.
Come noto, da un paio di mesi, l’amministrazione comunale ha imboccato la strada della sterilizzazione: la Asl ha l’obbligo di accalappiare i cani randagi, sterilizzarli e microchipparli. Dopo dieci giorni gli stessi vengono re-immessi nel territorio, ma un’assicurazione del Comune copre i loro eventuali danni.
E’ una strategia che nel lungo periodo ambisce ad eliminare il problema del randagismo. Nel breve invece la giunta Ancona vorrebbe intervenire sul canile comunale, trasformandolo da lager per cani a luogo di frequentazione che possa accogliere anche il pubblico.
Nel nuovo concetto di canile che si vorrebbe realizzare vi sono delle aree di stabulazione: grandi aree recintate all’aperto dove i cani possono stanziare liberamente. A breve l’assessore Coletta risponderà ad bando regionale che mette a disposizione degli enti locali 400 mila euro; cifra che andrà comunque divisa tra tutti gli enti partecipanti al bando, sempre che abbiano i requisiti richiesti. Accanto a ciò vi è naturalmente l’attività di sensibilizzazione contro l’abbandono, ma per gli ignoranti purtroppo non esistono ancora aree di stabulazione.

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