Il 1980 è per molti versi un anno da ricordare, uno vero e proprio spartiacque della recente storia nazionale ed internazionale. E così capita che, mentre viene rilasciato uno dei giochi più importanti della storia videoludica (Pac-Man), i Led Zeppelin si sciolgono (ancora storditi dalla morte del batterista, John Bonham), in USA nasce la CNN e John Lennon viene ucciso, mentre l’Italia a novembre viene scossa dal terremoto in Irpinia, una ferita aperta ancora oggi. E a proposito di ferite, capita che nell’estate di quell’anno, mentre radio e jukebox a gettoni diffondono sulle spiagge “Kobra” di Donatella Rettore, l’Italia e gli italiani riscoprono l’odore delle esplosioni, i morti, i depistaggi e gli interrogativi insoluti. Alle 10:25 del 2 agosto 1980, una bomba esplode infatti nella stazione di Bologna, provocando 85 morti e 218 feriti: la più grande strage avvenuta in territorio italiano dalla fine della seconda guerra mondiale. Il modus operandi è molto simile a quello utilizzato 11 anni prima a Piazza Fontana a Milano: una valigia abbandonata in una sala d’aspetto.
Accanto a questa strage, qualche settimana prima, il 27 giugno del 1980, un DC9 della compagnia aerea Itavia, partito (ironia della sorte) da Bologna e diretto a Palermo, scompare dagli schermi al fosforo verde dei radar del controllo aereo di tutta Italia, all’altezza dell’isola di Ustica. In primis si parla di cedimento strutturale, poi si vira sulla bomba a bordo, in seguito si fa strada l’ipotesi più attendibile: abbattimento con un missile. Ottantuno le vittime, di cui tredici bambini. Un giallo internazionale, una sequela di “non ricordo” e omissis. La solita storia italiana.
Ma questa è una testata che parla di Martina Franca, quindi la domanda è ovvia: cosa c’entra la nostra città? Martina Franca c’entra eccome, perché è proprio qui che il 3° ROC (Regional Operation Centre) aveva al suo interno una struttura, il SOC (Sector Operation Centre) che ordinava al CRC (Centro di Riporto e Controllo) il decollo su allarme dei velivoli intercettori (il cosiddetto “Scramble”) in caso di allarme aereo.
(ecco un documentario recentemente scovato su Internet e risalente agli anni ’90, dove si mostra il funzionamento del controllo aereo del 3° ROC di Martina Franca)
In quella sera del 27 giugno, a partire dalle ore 19:25 zulu (21:25 locali) il ROC di Martina Franca ed il SOC in esso operante assunsero la direzione delle operazioni di ricerca del relitto del DC9, così come confermato in questa comunicazione di servizio, avvenuta dopo la perdita di contatto radar del velivolo, dove, accanto alle congetture, prende subito piede l’idea che quella sera il DC9 non fosse solo:
- “Chi le ha detto che è caduto?”
- “Guardi l’aereo doveva essere già atterrato a Palermo”
- “Si lo sappiamo, ma chi le ha detto che è caduto?”
- “Io penso che sia caduto, stiamo parlando di cose serie”
- “Pure io lo penso, ma uno spera sempre che non sia così… ma lei mi dice che è caduto”
- “L’ultimo contatto è delle 20:56, poi non abbiamo più dati. Quindi se non è caduto, è successo qualcosa”
- “Si ma io devo fare un sacco di chiamate, se non siamo sicuri…”
- “Un’altra cosa, un ufficiale di Roma mi ha detto che c’era traffico americano militare, tipo una portaerei… Se è così chiediamo l’intervento degli americani”
- “Se c’è una portaerei in zona devi sentire Martina Franca”
- “Ma Martina Franca non sa nulla, e nemmeno a Roma sanno nulla. Voi sapete niente?”
- “No, non sappiamo nulla”
Nello specifico quella portaerei (USS Saratoga) era attraccata a Napoli, e gli americani hanno sempre sostenuto di aver spento le apparecchiature di bordo in quella serata, per evitare sovrapposizioni ed interferenze coi segnali televisivi civili (ipotesi francamente poco probabile). Si abbandona presto la pista del cedimento strutturale o dell’incidente, e l’idea che ci sia stato un abbattimento con un missile prende quota. Nel 1982 sui resti vengono infatti ritrovate tracce di esplosivo, mentre tra il 1987 e il 1991 il 96% dell’aereo è stato recuperato e ricomposto a Pratica di Mare, dove emergono chiari segni di impatto dall’esterno.
Tralasciando l’intero iter (approfondimento qui), è da segnalare la recentissima apertura della Francia ad una collaborazione con l’Italia, per chiarire chi fosse in gioco in quel 27 giugno. A questo punto giova infatti fare un piccolo passo indietro: la Francia ha sempre dichiarato di avere avuto i suoi aerei a terra in quella serata, in quanto la base più vicina, quella di Solenzara in Corsica, avrebbe visto il rientro dei propri velivoli alle 17:00, versione invece contestata dagli inquirenti italiani, nonché dal generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo (si, proprio lui, il braccio destro di Dalla Chiesa nella lotta alle Br) che quel giorno si trovava in vacanza proprio a Solenzara, e che sostiene di aver visto un intenso traffico militare sino a notte inoltrata.
Appare quindi uno scenario forse più plausibile: quello di una complessa manovra militare in acque italiane, che vedeva diversi attori: americani, egiziani, francesi. E, secondo alcune ricostruzioni, potrebbero essere stati proprio i francesi ad aver abbattuto il DC9 per sbaglio, in quanto l’obiettivo originale sarebbe dovuto essere Gheddafi (che in quelle ore volava sopra il territorio italiano, lungo l’aerovia Ambra 13) così come teorizzato dal presidente Cossiga nel 2007. Secondo “La Repubblica”, a Parigi sarebbero anche disposti ad aprire gli archivi della Difesa per ricostruire i movimenti aerei e navali in quelle calde ore. Già nel 2011 i francesi hanno ammesso che due unità della propria flotta erano nel Mediterraneo in quel periodo, seppure in giorni diversi da quello della strage.
Tornando a Martina Franca, ecco un documento che sconfessa la versione secondo la quale non vi fossero movimenti militari in quella sera. Di seguito il dialogo della chiamata delle 22:22 fra il maresciallo Marzulli, all’epoca impiegato presso l’Ufficio Operazione del soccorso aereo di Martina Franca, e il parigrado Bruschina, impiegato al soccorso di Ciampino, dove si parla chiaramente di una presunta attività militare nella sera del 27 giugno. Questa, occorre precisarlo, è una comunicazione che è rimasta nascosta per molti anni.
- B: “pronto, qui è il soccorso di Ciampino”
- M: “sono Marzulli”,
- B: “sono Bruschina”
- M: “ciao Bruschina”
- B: “sempre cose tristi che ci accomunano… senti un po’”
- M: “dimmi”
- B: “è venuto qui un Ufficiale del…”
- M: “Itavia”
- Bruschina precisa: “dell’A.C.C., del controllo e ha detto che se volete lui può metterci in contatto tramite l’Ambasciata Americana… siccome c’era traffico americano in zona molto intenso e può attingere notizie attraverso quella fonte, quella via”
- M: “e come, nella zona dove stava il DC9?”
- B: “sì”
- M: “ho capito, un attimo… ma quale portaerei?”,
- B:”e questo non me l’ha detto… però si suppone, no?”
- M: “ho capito, vabbè, adesso parliamo con Smelzo, vediamo cosa dice lui”
- Bruschina dice: “caso mai chiamate”
- M: “vabbè, ti chiamiamo noi subito”
Insomma, quello che era sembrato un incidente, assume sempre più i connotati di una vera e propria azione di guerra in tempo di pace (apparente). Gli anni sono passati, ma le dinamiche restano sempre le stesse, col loro carico di distorsioni e segreti.
Ecco quindi che la metafora usata da Marco Risi per il suo film del 1991 su Ustica mantiene intatto tutto il suo significato: sì, quello su Ustica per 34 anni è stato un vero e proprio Muro di Gomma. Speriamo in una lacerazione, seppur tardiva.
Vi lasciamo con una video-ricostruzione tratta dal Corriere:

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