Quell’omelia da zero a zero.

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Cronaca, Editoriali, Società



Una partita da 0-0, di quelle in cui si bada a scendere in campo per non farsi male le caviglie. Un punto a testa e tutti a casa felici e contenti. Per descrivere le parole recitate da don Luigi De Giorgio durante i funerali di Alessandro Morricella utilizziamo delle metafore calcistiche, le stesse usate dal Vicario Foraneo di Martina Franca durante la sua omelia.

Un’omelia sottotono, carica di luoghi comuni un po’ stiracchiati, di frasi fatte, di concetti triti e ritriti. Unica eccezione: l’uso di qualche metafora presa in prestito dal mondo del pallone. Alessandro era un appassionato di calcio e un calcettista di talento, e don Luigi durante il suo discorso ricorre spesso al vocabolario calcistico, con quelle espressioni ormai familiari a chiunque ami quel mondo. “La vita è breve, non dobbiamo perdere tempo nelle cose di poco conto. Dobbiamo amare i nostri cari, la nostra famiglia, il prossimo. E perchè no, anche il calcio”, “Nella società moderna dobbiamo giocare di squadra e non da soli. Dobbiamo sostituire l’«io» col «noi»”, “La felicità è tornare a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi ma soddisfatti di quanto fatto. Insomma, quando a fine giornata la maglietta è sudata, non c’è nulla da rimproverarsi”.

Per carità, concetti condivisibili, ma forse troppo scontati. Troppo banali per l’ennesima morte in un mattatoio legalizzato e accettato a tutti i livelli, politico in primis. Troppo facile ricorrere al buonismo, alla melina a centrocampo senza affondare un colpo in attacco. La possibilità c’era, visto che nei seggiolini del Palawojtyla sedeva la politica a tutti i livelli, da quella locale a quella nazionale, passando per quella regionale, con un Michele Emiliano arrivato a Martina Franca con tanto di auto addobbata di slogan elettorali, senza dimenticare anche i dirigenti Ilva, scortatissimi, presenti in tribuna.

Bastava un tiro da fuori, calciato con precisione verso il sette e con un obiettivo chiaro: l’Ilva, la famiglia Riva, la politica (e non solo) che sin dai ruggenti anni del boom economico ha elargito migliaia di posti di lavoro e un sogno (quello del tutto lecito di mettere su famiglia e avere un futuro) in cambio della salute di una provincia intera. E invece no, don Luigi abbraccia la filosofia del tiki-taka sterile e delle frasi utilizzate chissà quante volte in simili situazioni, senza nominare mai (e sottilineamo, mai) i veri responsabili dell’ennesima tragedia annunciata. Ci dispiace, perchè ieri l’occasione per segnare un gol – quello della denuncia senza se e senza ma – il buon don Luigi l’ha avuta. Ma in questi casi è meglio vedere il bicchiere mezzo pieno, visto che una squadra è fatta da 11 (o 5) uomini, e se un giocatore non rende al massimo è compito dei compagni porre rimedio. L’ha detto anche don Luigi: dobbiamo giocare di squadra e non da soli, e se uno non è in giornata, tocca a noi provare a portare a casa la posta in palio. La somma è sempre migliore dei singoli.

E ieri dove non è arrivato il Vicario Foraneo sono arrivati gli amici di Alessandro, quelli che lo conoscevano davvero e non attraverso il sentito dire, quelli che hanno condiviso con lui tutto, da un calcio a un pallone a cose ben più importanti, come la famiglia. Alessandro è andato a lavoro e non è più tornato a casa, i responsabili hanno nome, cognome e un volto, e pazienza se la denuncia non è arrivata da chi ci aspettavamo. Contava il risultato, e ieri è arrivato. Ma attenzione, il campionato è lungo e fra una partita e l’altra – abbandonato il terreno verde – è facile dimenticarsi di tutto, di una famiglia che si è vista privata di un figlio, di un marito e di un padre, di necessità che bisognerà soddisfare, di una situazione che continuerà a pendere sulle spalle di tanti altri lavoratori.

Perchè siamo una squadra che gioca sullo stesso campo, e sotto lo stesso cielo. Una comunità che deve avere uno schema condiviso, e un risultato da ottenere: quello di non morire più di lavoro.


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