I conflitti ambientali sorgono quando alle comunità è impedito di partecipare

/ Autore:

Ambiente



Marica Di Pierri è attivista e giornalista, si occupa da anni di tematiche ambientali e sociali. Dirige ed è tra i fondatori del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali di Roma (www.cdca.it) e di A Sud (www.asud.net). Sarà una delle relatrici dei Colloqui di Martina Franca, che iniziano venerdì prossimo. L’abbiamo intervistata sul tema dei conflitti ambientali perché è evidente, dall’Ilva alla xylella, dalla Tap a Tempa Rossa, che questo tipo di conflitti ormai connotano fortemente il nostro territorio.

Cosa sono i conflitti ambientali?

I conflitti ambientali sono un particolare tipo di conflitto sociale in cui comunità territoriali, comitati, organizzazioni sociali e in generale cittadini si mobilitano contro fattori di rischio ambientale conclamati o potenziali. Si tratta di una dinamica che ha vissuto un aumento esponenziale in termini di diffusione negli ultimi decenni. Discariche, miniere, poli estrattivi o produttivi, infrastrutture ad alto impatto, cementificazione sono tra i fattori che scatenano oggi giorno accesi conflitti in cui le comunità locali si organizzano per rivendicare i propri diritti: ad un ambientale salubre, alla salute, alla partecipazione nei processi decisionali che riguardano il proprio territorio e, dunque, la propria vita. Il CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, nato nel 2007 da un progetto dell’associazione A Sud, si occupa da oltre 10 anni di studiarli e divulgarli, oltre a costruire strumenti di incidenza che possano aiutare le comunità esposte a vedere accolte le proprie istanze di protezione. Tra gli strumenti di informazione costruiti in questi anni ci sono gli Atlanti dei Conflitti. Uno, l’EJAtlas, raccoglie circa 2800 casi di conflitto in corso a livello globale. L’altro, l’Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali, raccoglie e racconta le vertenze italiane ed è stato costruito dall’equipe di ricerca in collaborazione con gli attivisti attivi sui diversi territori del paese. Entrambe le piattaforme sono consultabili gratuitamente sul sito www.cdca.it.

Ogni territorio ha il proprio piccolo / grande conflitto. è possibile secondo te trovare degli elementi comuni?

Ovunque si sviluppino e qualunque ne sia la causa specifica, i conflitti ambientali hanno in comune alcuni fattori. Tra essi, spicca il fatto che essi nascano invariabilmente da una richiesta di partecipazione inevasa. Nei conflitti, le comunità cercano strumenti e spazi per poter far ascoltare le proprie ragioni a chi impone decisioni di fatto non condivise. Si può dire, in sintesi, che l’insufficienza degli strumenti di partecipazione diretta messi a disposizione della cittadinanza sia uno degli elementi che qualificano i conflitti ambientali. 
Ulteriore elemento comune è l’analisi che emerge dal portato delle lotte ambientali. Pochi fenomeni mettono in discussione in maniera radicale, come avviene nei conflitti ambientali, la sostenibilità del modello economico. Un modello rapace e energivoro che consuma risorse ad un ritmo impressionante e viola diritti umani a tutte le latitudini,  contribuisce alla crisi ecologica e climatica globale e al contempo produce disuguaglianza economica e devastazione ambientale a livello locale.

Sebbene i conflitti possano avere delle radici comuni, spesso i movimenti legati a questi sembrano essere miopi rispetto a quanto accade, prestando il fianco a chi sostiene che queste vicende siano solo casi di “nimby”. Quali sono gli errori più comuni che fanno i movimenti?

Non parlerei di errori ricorrenti, piuttosto del fatto che è ricorrente la maniera in cui vengono raccontate le vertenze territoriali da parte dei media e delle istituzioni: si tende a ridurli, per opportunità, a battaglie particolaristiche, in difesa di questo o di quel territorio. In realtà, i comitati coinvolti in dinamiche di conflitto giungono ad una analisi condivisa circa l’insostenibilità del modello estrattivo, produttivo e di smaltimento: ad esempio, chi contesta la costruzione di un inceneritore non chiede che quell’impianto sia costruito altrove, ma difende l’idea che una corretta strategia di gestione dei rifiuti debba escludere l’incenerimento, come pratica non sostenibile e ad alto impatto ambientale e sanitario.

I cambiamenti climatici acuiranno i fenomeni conflittuali?

Li stanno già acuendo. Le stesse battaglie territoriali contro progetti i cui impatti contribuiscono alle emissioni clima alteranti (centrali a carbone, poli petroliferi, raffinerie, industrie etc.) vengono letti e vissuti come istanze che contribuiscono alla sfida globale per il contrasto ai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, gli impatti già visibili del riscaldamento globale, in Italia come nel resto del mondo, stanno scatenando ulteriori preoccupazioni e mobilitazioni contro istituzioni politiche e imprese, affinché ciascun attore assuma le proprie responsabilità in merito. 
A ciò si aggiunga che i flussi migratori che hanno alla base fattori ambientali o climatici sono ormai la categoria più rilevante di migranti forzati e la tendenza peggiorerà nel prossimo futuro.

In definitiva, leggere in maniera complessa le questioni, legando cambiamenti climatici e lotte ambientali e mettendo nella giusta luce quello che i conflitti ambientali ci raccontano e ci consegnano è la sfida che tempo fa abbiamo deciso di accettare. Siamo convinti che il riconoscimento delle istanze di cui sono portatrici le comunità mobilitate possa essere un elemento dirimente, in grado di indirizzare positivamente sia l’opinione pubblica che l’assunzione di decisioni da parte dei decision maker. L’obiettivo finale è spingere verso politiche di gestione dei territori e delle risorse finalmente sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale e rispettose dei diritti umani individuali e collettivi.


commenti

E tu cosa ne pensi?