La lezione sui beni comuni che arriva da San Vito dei Normanni

I beni comuni sono un atto d’amore tra comunità e territorio, tra i cittadini e il Comune, tra le persone. Sono uno spazio protetto dove vivere e fare senza il timore di essere attaccati. Perché questo possa avvenire una sessantina di progettisti, designer, attivisti, maker, e esperti vari, si sono riuniti a San Vito dei Normanni, convocati dall’amministrazione comunale all’Ex Fadda, e per una settimana hanno lavorato per individuare quale destinazione d’uso per dieci spazi pubblici su cui fare rigerenerazione urbana. Ad un certo punto, però, si sono accorti che individuare una destinazione era troppo poco rispetto all’opportunità di progettare un metodo per trasformare spazi urbani in beni comuni. Il lavoro di analisi e progettazione, chiama XYZ e messo a punto dalla Scuola Open Source di Bari, ha sventrato i classici schemi e ha partorito il cosiddetto Metodo Favoloso: l’algoritmo dei Beni Comuni. Spiegarlo è complicato, ma basti sapere che a San Vito dei Normanni è stato progettato un metodo per garantire alle comunità di appropriarsi degli spazi pubblici senza passare dalle forche caudine di bandi, bandini e banditi.

Un contributo importante a tutto ciò è stato dato Nicola Capone. Incapaci di riprodurre o sintetizzare il suo pensiero, in cui l’amore si declina in articoli di legge e conoscenza della macchina amministrativa (e viceversa), vi invitiamo a vedere i video qui sotto, dai quali abbiamo sbobinato l’intervento completo. Un vera lezione su Beni Comuni.

Ci siamo resi conto, specialmente dopo aver incontrato esponenti della pubblica amministrazione, cittadini e cittadine che abbiamo intervistato in questi giorni che c’è un pregiudizio verso tutto quello che facciamo, un pregiudizio che noi abbiamo assunto come viventi di quest’epoca, che è un pregiudizio sui noi stessi. Questo pregiudizio dice che noi non siamo capaci di fare questa cosa. Non siamo capaci di viverci insieme, o per lo meno, è molto complicato perché questo mondo che è diventato davvero brutto. La prima cosa da fare è liberarci da due grandi mistificazioni, due grandi inganni a cui siamo sottoposti quotidianamente. Il primo è che siamo delle isole, che siamo soli. Siamo lupi tra i lupi e che se non stai attento sei sbranato dagli altri, che non c’è possibilità. Si è soli. Il secondo grande inganno è che siamo su questa terra ma non siamo di questo mondo.  Cioè che siamo appoggiati, che noi utilizziamo, che noi mangiamo, che noi possiamo estrarre tutto da questo mondo, ma fondamentalmente il mondo ci sta di fronte, ci sta dinanzi, è una cosa a parte da noi.
Perché sono due grandi falsità? Perché se noi analizzassimo veramente quello che siamo scopriremmo che siamo le relazioni che abbiamo, siamo costituiti da relazioni e quanto più ricche sono le relazioni che abbiamo, più varie sono le relazioni, più favolosi siamo. E la varietà e l’intensità delle relazioni ci fa degli esseri speciali. Inoltre che il mondo sia separato da noi è la più grande falsificazione, perché se noi siamo qui adesso è perché respiriamo una sostanza che questi alberi, meravigliose creature, quotidianamente producono: l’ossigeno. E se siamo così pieni di entusiasmo e di energia per quello che facciamo è perché mangiamo, perché la terra che abbiamo coperto di cemento, produce quotidianamente milioni di tonnellate di cibo, che ci permettono di sostenerci. Quindi noi siamo il mondo.  Sono due bugie con le quali ci siamo autoingannati. Quindi quando noi diciamo “non ne siamo capaci”, lo diciamo perché viviamo nel pregiudizio di essere soli e estranei al mondo. Noi dobbiamo fare una rivoluzione mentale. Siamo le nostre relazioni e dunque dobbiamo darci gli strumenti per metterci in relazione e siamo il mondo che abitiamo, siamo parte del mondo che abitiamo e dunque dobbiamo rifare il mondo, dobbiamo rifare lo spazio, dobbiamo fare alleanze. Non solo tra noi umani: dobbiamo allearci con cosa non è umano, con tutti quegli esseri e esserini che lavorano la terra, penso ai batteri, alla chimica, gli animali, i cani, gli uccelli, le api che permettono ai fiori di fiorire. C’è tutta una comunità vivente che è pronta ed è già alleata con noi perché questa parte di mondo vivente non ci sta facendo niente. Siamo noi che stiamo continuamente erodendo quel mondo. 
Perché è importante darsi dei beni comuni? Perché è uno spazio che avevamo e che abbiamo perso, perché abbiamo diviso il mondo tra le cose di qualcuno, di qualche singolo e di qualche signore, che chiamiamo sovrano. Peccato che quel sovrano, con rivoluzioni enormi era stato messo lì per i diritti di tutti, e molto spesso invece quel sovrano vende il nostro patrimonio e molti Comuni, costretti e ricattati dal debito, mettono a catalogo il patrimonio collettivo per venderlo alle multinazionali. San Vito ha preso dieci di questi spazi e ha detto “no, non te li do, devono diventare una struttura portante per la mia comunità, perché la mia comunità è in crisi, la mia comunità ha perso le sue radici, la mia comunità si sente sola, si sente una società di individui”. Questo è un ossimoro. Società e individui sono due cose che non possono andare insieme. E allora noi dobbiamo fare una società di esseri umani in relazione, e per farla abbiamo bisogno di strumenti. Dobbiamo darci strumenti per metterci in relazione. Abbiamo bisogno di spazi in comune, perché non è possibile che io passo da casa mia, e poi passo al bar, dove o consumo qualcosa o sono allontanato dal banco. Ho bisogno di spazi di piazze, di palazzi, di aree verdi dove posso stare a fare nulla. Il beato nulla. Perché è lì che accadono gli incontri, è lì che si fa amicizia, è lì che ci si innamora, è lì che ci si appassiona, non quando si sta a lavorare o chiusi in casa, che sono pure due luoghi  belli.  Ma abbiamo bisogno di qualcosa di più intenso, abbiamo bisogno di di qualcosa che non sia né pubblico né privato. Che sia intimo. Perché oltre al privato c’è l’intimità. E l’intimità si costruisce guardandosi negli occhi e facendo cose insieme. Volendosi bene, alleandosi.
Allora lo strumento che stiamo disegnando è un’occasione, è uno strumento per fare questo, perché ad oggi le amministrazioni non lo possono fare, anche quelle più illuminate. Non lo possono fare perché hanno uno solo strumento per dire “questa cosa l’affido a te: il bando.  Che logica ha il bando? Salva l’evidenza pubblica: io ho messo un bando, sta lì sessanta giorni, chiunque può partecipare. Ma qual è il difetto di questo bando? Uno: che è competitivo, invita tutti quanti noi a fare il progetto migliore dell’altro, non il migliore in assoluto, ma migliore di quello dell’altro, perché deve vincere. Due: assegna in modo esclusivo quel bene, per dieci, venti, trent’anni. Quel bene è del progetto migliore che ha vinto. Poi basterebbe fare qualche esempio di progetti migliori che hanno vinto bandi, a cui sono stati assegnati risorse naturali per rendersi conto che non è proprio così. Allora, noi abbiamo bisogno di uno strumento nuovo, che garantendo il fatto che il processo sia pubblico, che nessuno possa alzarsi e dire: “Embè l’hai dato all’amico dell’amico, quello è amico tuo”. Dobbiamo evitare questo, garantendone la pubblicità, garantendo che questa cosa avvenga alla luce del sole, che sia un processo pubblico. In questo strumento che abbiamo chiamato “Algoritmo dei beni comuni: metodo favoloso per far sbocciare un bene”. Abbiamo usato questo termine perché sono beni che dobbiamo fare proprio emergere. Non ci sono questi beni. Un bene fin quando resta quello che è, senza comunità, rimane un bene. Se devo renderlo bene comune devo renderlo spazio aperto. E allora ho bisogno di descrivere un processo pubblico, e al bando noi abbiamo pensato di sostituirlo con un dibattito pubblico di comunità, che è un metodo, che parecchie amministrazioni usano,  non in questa formula, noi ci abbiamo messo “di comunità” per dire che a San Vito stiamo pensando di fare un’altra cosa: abbiamo provato a descrivere le fasi di una storia d’amore. All’inizio c’è il colpo di fulmine, c’è qualcuno, una comunità di cittadini, l’amministrazione, che si innamora di uno spazio. Vi è mai capitato di vedere una cosa e dire: “Certo ma io potrei fare questa cosa e incominciare a immaginare”. Cosa ci accade quando ci si innamora di qualcuno? La prima cosa che parte non è il pensiero, quanti soldi ha – anche se in alcuni casi si fa pure così, ma quello non è amore. Ma quando ci si innamora, quando si è in amore, parte l’immaginazione, ci si proietta. Tre soggetti possono fare questa cosa: il Comune, la pubblica amministrazione, quando siete fortunati; lo possono fare i simboli, le comunità, le associazioni. Lo possono fare delle realtà che intanto nell’incuria di tutti quello spazio da anni hanno cominciato ad occuparsene, sentendosi dire che sono degli occupanti, degli illegali, eppure hanno rimesso in moto un processo, hanno avvicinato la comunità, hanno trasportato un posto abbandonato in un posto vivibile, di comunità. Questi tre soggetti possono decidere di lanciare il seme e dire: “Che ne dite, comunità tutta: lo vogliamo far diventare un bene comune?”. Da questo momento in poi parte un processo pubblico, un corteggiamento, una seduzione. Seducere significa “portare a sé”, e mettere in moto tutta questa dinamica di desideri tra i corpi, tra i desideri, e l’immaginazione, e provare a immaginare tutti quanti insieme come facciamo a farlo diventare un bene comune. Abbiamo proposto due soluzioni, che raccolgono esperienze che nel Paese si stanno facendo. La prima è Beni Comuni a amministrazione condivisa e Beni Comuni ad uso civico e collettivo. Sono due opzioni: io posso decidere che forma dare al mio amore, in che modo amarci, in che modo costituire comunità d’affetto. Scelti questi due strumenti si passa a due fasi diverse. Un bene comune a amministrazione condivisa è uno strumento che viene utilizzato già in 154 comuni e consiste nel fatto che i soggetti si candidano a immaginare insieme cosa fare di quello spazio, ma non lo fanno tramite bando, ma in un luogo di coprogettazione: cittadini e pubblica amministrazione insieme decidono come le loro proposte possono comporre un progetto unico. Eh, ma questo è impossibile! Non è vero, perché se non siamo capaci di farlo è sia per i motivi che vi ho detto ma anche perché ci manca la formazione. E allora noi ci siamo impegnati tutti quanti a creare un momento di formazione, permanente lungo questa fase. Ma la cosa migliore per imparare è fare e cogliere la sfida, iniziare i processi. Quando tutta questa cosa è finita si firma un patto di collaborazione complesso, se la cosa è complicata. Un patto di collaborazione dove si decidono responsabilità economiche e civili. […] Se stiamo insieme in un condominio litighiamo solamente. E allora noi abbiamo pensato di consegnarvi in una cassetta degli attrezzi gli strumenti per governare uno spazio inedito. Li abbiamo presi dalle esperienze che già ci sono, che hanno incontrato le vostre probabili difficoltà e le hanno risolte e che da dieci anni vanno avanti così, producendo pezzi di un mondo diverso. Un altro strumento fondamentale è immaginarci questi spazi in rete tra di loro, cioè i beni comuni non solo non vivono se non c’è una comunità di riferimento, ma vivono se c’è una comunità che se ne prende cura giorno per giorno, ma non vivono nemmeno se questi spazi restano isolati e non si alleano con gli altri spazi. Abbiamo fatto lo sforzo di pensare insieme questi dieci spazi che il Comune ha pensato di rendere infrastruttura comune della città. Non pensate alle comunità che vanno a formare i beni comuni come se fossero antagoniste, ma alleate, che si aiutano a vicenda per risolvere i problemi che nascono in ogni singola esperienza. 
Come concordare il rapporto con la pubblica amministrazione? Anche qui per noi l’asse principale è la trasparenza. Troppo spesso nelle esperienze che si sono avute finora bisognava conoscere bene l’assessore, per fissare un appuntamento bisogna chiamare sul telefonino privato dell’assessore, vedersi in luoghi non pubblici. Abbiamo pensato che il Comune può creare una cabina di coordinamento, un luogo in cui tutte le difficoltà che si avranno possono essere risolte, negoziate pubblicamente, con un accordo. Ci deve essere un luogo dove avviene tutto questo. L’obiezione che più spesso fanno è: “Ma se in quella un gruppo di persone, con la scusa di fare i beni comuni, avendo fatto pure il dibattito pubblico, ha firmato una carta ma ogni volta che ci va trova lo spazio chiuso, non mi hanno fatto partecipare alle riunioni, mi hanno chiesto soldi. Mi hanno cacciato in malo modo. Ho posto le mie critiche ma non sono state ascoltate. Che faccio?”. Abbiamo pensato, come a Torino, Milano e Napoli, un comitato di garanti formato da persone che hanno maturato il sapere in queste pratiche e persone esperte a cui ci si può rivolgere, come si fa quando si va in Cassazione, ci si appella al giudice. Rivolgersi cioè ad un ente esterno fatto da persone che capiscono, che hanno la sensibilità del processo, per aiutare a dirimere i conflitti, e magari dare dei suggerimenti, delle indicazioni di metodo. Al Comitato dei Garanti si può rivolgere anche il Comune se si accorge che in quello spazio sta accadendo qualcosa al di fuori dagli accordi, che possono decadere. Noi pensiamo che con questo metodo garantiamo la trasparenza del processo e i processi generativi di comunità.  All’interno del Comune c’è bisogno di coordinare i vari settori, i vari dirigenti, i vari funzionari, perché uno dei problemi è che dopo la riforma degli anni ’90 con la quale chi mette la firma si assume la responsabilità singola, e con questa voracità del debito, a causa della quale se sbagli una carta sei immediatamente portato davanti alla Corte dei Conti, gli amministratori sono un po’ chiusi e non hanno lo spazio mentale, la fantasia per ripensare gli strumenti. Allora un ufficio per i Beni Comuni serve per coordinare i vari ambiti, dare suggerimenti. Nella mia esperienza personale, ogni qual volta ho incontrato un funzionario pubblico ho sempre avuto una risposta: “Nun se po fà!”. È una malattia. Un grande filosofo di queste terre, Antonio Genovesi, diceva che il nonsipuotismo è la malattia del Mezzogiorno. Tutte le cose non si possono fare. Noi dobbiamo dire invece che quello che abbiamo detto si può fare con gli strumenti dell’ordinaria amministrazione. Strumenti però armati da sognatori, da gente che ha davanti un orizzonte.   Voglio solo riprendere il filo con il titolo. Il metodo favoloso vi ricorda qualcosa: il giovane favoloso. Quel meraviglioso film su quel meraviglioso poeta che è Giacomo Leopardi. Non era un uomo triste e malato, ma era un giovane pieno di entusiasmo e rivoluzionario e decide per questi motivi di scappare da casa, perché non lo sopportava più il padre autoritario, quintessenza del patriarcato. Un giorno falsificando un documento con un amico, riesce ad avere un passaporto per uscire dal suo paese e scappare a Napoli. Quando scappa lascia sul tavolo di casa una lettera, rivolta al padre, con la quale spiega la fatica di aver sopportato quella casa. La fatica degli studi che però non erano mai ricompensati dalla gioia di un sentimento, di un’avventura, erano solo studi e basta, perché quel padre era proprio un fetente autoritario. Lui dice: “Padre, io voglio vivere con pieno spargimento di cuore”. E allora io vi auguro di vivere questa esperienza dei beni comuni con pieno spargimento di cuore. 

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.