L’oro liquido della valle d’Itria

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La valle d’Itria è terra vocata per la vitivinicoltura. In particolar modo è un ambiente in cui alcune varietà a bacca bianca hanno trovato la propria casa, il luogo in cui crescere e svilupparsi adeguatamente.

La storia della vitivinicoltura in valle d’Itria

Per conoscere le origini storiche della produzione del nettare di bacco tra Martina Franca, Locorotondo, Cisternino e, in maniera un po’ più ampia, in tutta la Murgia dei trulli si può tornare indietro sino al 1300 (solo perché per i periodi antecedenti non vi sono tracce scritte e consultabili). Nell’epoca in cui Filippo d’Angiò governava su queste terre, scrive Isidoro Chirulli nella sua “Istoria cronologica della Franca Martina” (Venezia, 1975), dal Principe di Taranto furono concessi terreni per costruire case, vigne, giardini, cisterne ed altre comodità «senza pagamento di censo, terraggio o altro diritto dovuto al real fisco» per incentivare il trasferimento della popolazione nell’agglomerato urbano che si era costituito negli anni precedenti.       

Se questo è il dato più antico, nel corso degli anni, pur dovendo lavorare su un terreno roccioso e molto povero di terra, in alcuni punti anche scosceso, la coltura della vite ha assunto un ruolo di primo piano. E nei rilievi cartografici che sono ancora reperibili in diversi archivi della Regione, è possibile vedere quanto la copertura di tale pratica fosse diffusa in questa zona. «In particolare – come scrive Giuseppe Carlone nel suo articolo intitolato “Il vigneto nel paesaggio agrario della Murgia dei trulli”, pubblicato sulla rivista “Riflessioni” di Umanesimo della Pietra datata luglio 1986 – è la documentazione cartografica ottocentesca, prodotta in occasione delle perizie per i tribunali civili, che offre preziosi spunti di ricerca. Nelle perizie insieme al vigneto viene generalmente rilevata la presenza dell’acqua (pozzi, cisterne e corsi d’acqua) e, tra i fabbricati rurali (casini, trulli e masserie), quella del palmento per la lavorazione del vino. In alcuni casi viene anche precisato se l’impianto del vigneto è antico o recente, a volte è persino descritta la qualità dell’uva».

Il termine “vignale”, ancora in uso nella terminologia contadina locale, deriva proprio dal fatto che un terreno, oggi adoperato per altri usi agricoli (seminativo o pascolo per esempio), un tempo era stato utilizzato per l’impianto di un vigneto.

L’epoca di massimo splendore della produzione vinicola del territorio si ebbe all’inizio del XIX secolo, allorquando la Francia fu colpita dalla “febbre della vigna”, la distruzione del totale (o quasi) patrimonio delle viti ad opera della fillossera, un insetto fitofago che attacca le radici della vite europea e le foglie della vite americana. Negli anni successivi nemmeno il Mezzogiorno d’Italia fu risparmiato dalla pestilenza, ma in un primo momento il vino dell’Italia meridionale ebbe un buon mercato.

Le cantine sociali

Nel dopo fillossera il patrimonio viticolo della valle d’Itria non fu ricostituito e solo alcuni volenterosi contadini ripresero in mano la lavorazione dell’uva da vino. Nel secondo dopoguerra, accanto tutto ciò, nacque e si sviluppò la cooperazione in questo settore. La Cantina Cooperativa Produttori Diretti di Martina Franca, la Cantina Sociale di Locorotondo, la Cantina Sociale Upal di Cisternino (unica ancora operante) diedero un impulso importante alla rinascita delle produzioni che, per lungo tempo però videro il vino bianco della Valle d’Itria essere venduto a massa più che in bottiglia.

I vini DOC Locorotondo e Martina Franca

Per incentivare gli aspetti territoriali e di qualità, alla fine degli anni Sessanta, furono depositati i disciplinari delle DOC (Denominazione di Origine Controllata) Locorotono e Martina Franca (entrambi approvati con DPR del 10/06/1969 e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 211 del 19/08/1969). Se in entrambi i casi la nascita avviene all’unisono, leggendo tali documenti si può comprendere quale e quanto sia stato il lavoro svolto negli anni dalla macchina organizzativa della Cantina Sociale di Locorotondo che di fronte (è proprio il caso di dire) non aveva nessuno o quasi.

Analizzando i documenti, inoltre, si può approfondire un altro aspetto: quello delle uve e delle varietà coltivante in questo spicchio di Puglia. Verdeca e Bianco d’Alessano fanno la parte dei giganti, con una serie di altre tipologie che concorrono alla produzione dei vini previsti dai due disciplinari. Tra questi figurano il Fiano, la Malvasia bianca, il Bombino bianco ed altri vitigni non aromatici.

Queste tipologie di uva, vinificate secondo i disciplinari delle due DOC (che oggi sono confluiti nelle normative europee che hanno istituito le DOP – Denominazione di Origine Protetta – come tutti i prodotti agroalimentari) o tendendo conto del più recente (approvato nel 1995) disciplinare per produrre vini IGT (Indicazione Geografica Tipica – IGP secondo le normative europee più recenti) “Valle d’Itria” dedicato a vini bianchi, rosati, rossi, spumanti e novelli, sono il punto di partenza dei tanti produttori cresciuti all’ombra delle cooperative.

Il Minutolo

Tra le tipologie di uva bianca, infine, merita un discorso a parte il Minutolo. Questa è una varietà aromatica, coltivata in Puglia sin dal 1200. Per molto tempo si è creduto essere una varietà di Fiano ma studi recenti ne hanno assegnato una propria peculiarità. Studi scientifici effettuati negli anni hanno provato che quest’uva mostra parentele con il Moscato bianco e il Moscato di Alessandria. Come altri antichi autoctoni pugliesi è stato vicino all’estinzione; nel 2000 alcuni lungimiranti produttori proprio in Valle d’Itria hanno avviato una rigorosa selezione e lo hanno riportato in vita.

Nel 2011 il Minutolo è stato finalmente iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite con il suo proprio nome, cosa che ne ha garantito non solo la sopravvivenza, ma una vera e propria seconda giovinezza. È vinificato generalmente in purezza per la produzione di vini secchi e aromatici, di vini spumanti o di tipologie da vendemmie tardive che, concentrando ulteriormente odori ed aromi, ne fanno dei gradevoli compagni dei dolci a pasta secca in modo particolare.

Il successo di questa varietà, che sta incontrando sempre più i favori del mercato, è dimostrato dalla continua crescita della superficie vitata ad essa dedicata. Oggi, in bottiglia, troviamo ottimi esemplari di Minutolo non solo nella sua terra d’origine, la valle d’Itria, ma anche zone della nostra regione: nel territorio di Gioia del Colle o tra il nord barese e la Daunia.    

Il Minutolo, infine, è uno di quei bianchi capaci di sfidare il tempo: non sono rari ormai i casi di degustazioni in verticale, capaci di offrire emozioni uniche con prodotti che riescono a resistere anche oltre i dieci anni.

Tra le aziende che si sono spinte su questi livelli c’è “I Pastini”. Il Rampone 2019, Minutolo etichettato come bianco valle d’Itria IGP, si presenta con una veste dal vivace colore giallo paglierino. L’impatto olfattivo e decisamente importante oltre che di gradevole fattura. Esordisce con degli sbuffi fruttati a cui fanno da contorno note floreali ed erbacee. Sono riconoscibili inoltre sentori di frutta esotica come il litchi ed il frutto della passione, ma anche mela, pera, pesca gialla, agrumi. A conclusione dell’ottimo corredo di odori si riconoscono accenni di fiori di magnolia, timo e rosmarino.    

L’ingresso in bocca è secco; il vino si presenta decisamente fresco e sapido e aromaticamente ripercorre la strada già descritta in precedenza. È un vino che ha ricordi mediamente lunghi e che richiama decisamente il calice alla bocca. Questo Minutolo giovane è il compagno ideale per gustare crostacei crudi, un carpaccio di ricciola o una tartarre di palamita.          

(immagine in evidenza: vigna Rampone – fonte web: ipastini.it)   


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