Roberta Morise e Pierdavide Carone: A mano a mano, “una carezza in musica”

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

È uscita da poco la reinterpretazione di Roberta Morise e Pierdavide Carone di “A mano a mano”, canzone scritta da Cocciante dal 1978 ed interpretata da Rino Gaetano nel 1981. “Vorremmo che questo brano arrivasse come una carezza in un momento così difficile”. La Puglia serbatoio di bellezza e ispirazione musicale.

Roberta, l’11 dicembre è uscito il brano “A mano a mano”, con featuring di Pierdavide Carone, in radio e sulle piattaforme digitali. Come nasce l’idea di questo omaggio al pezzo di Rino Gaetano e quale interpretazione avete voluto dare con questa nuova versione?

Roberta: Tutto è nato da una proposta di Luca Catalano che sono stata subito felice di accogliere, in quanto A mano a mano faceva parte della playlist del mio cuore. Per il featuring abbiamo subito pensato a Pierdavide, artista che trovo assolutamente intenso e penso che sia uno dei più bravi cantautori che abbiamo in Italia. Anche se non ci siamo potuti vedere di persona, ci siamo subito trovati bene assieme in quanto penso che ci accomuni un animo buono, una normalità che custodiamo nel tempo. Siamo artisti ma siamo anche delle persone normali, che si emozionano e hanno voglia di emozionare, anche con un brano che desidera dare un po’ di conforto in questo momento così difficile che stiamo vivendo. Questa canzone è una carezza in un momento in cui ne abbiamo bisogno, lo scopo è che arrivi al cuore e dia calore anche a distanza, come un abbraccio, in un periodo in cui dobbiamo censurare il contatto fisico. Mi auguro che chi vorrà ascoltarlo percepisca questa sensazione che io e Pierdavide vorremmo trasmettere.

Personalmente porto da sempre nel cuore quest’artista e la canzone: Rino è stato un artista calabrese come me e le sue canzoni raccontano i miei viaggi familiari, quando a settembre partivamo e avevamo la sua musica in sottofondo. “A mano a mano” la sento mia da sempre, quindi l’ho cantata in totale libertà, senza enfatizzare alcun punto. Le versioni di Cocciante e Gaetano sono ancora forti ed attuali ma noi abbiamo cercato di dare il nostro tocco personale.

Pierdavide: Io e Roberta siamo accomunati da questa amicizia lavorativa con Luca Catalano che mi ha molto lusingato quando mi ha prospettato di cantare insieme a lei. Purtroppo io e Roberta non ci conosciamo ancora personalmente in quanto il Covid sta ridimensionando sia i viaggi che i contatti umani: questa è una cosa che mi crea molta idiosincrasia perché c’è bisogno del contatto e il paradosso è che cantiamo una canzone che è molto epidermica. Già dal titolo e dall’evoluzione del testo, il brano è pieno di tatto e di contatto ed è quello di cui abbiamo bisogno. Questa è una canzone leggendaria, scritta da Cocciante e reinterpretata da Gaetano, ed entrare in una canzone leggendaria è sempre complicato.

Avete due percorsi apparentemente diversi ma una cosa vi accomuna: aver cantato con un mostro sacro della musica italiana, il grande Lucio Dalla. Che ricordo avete di quella esperienza?

Roberta: Nel 2011 ho avuto l’onore e il privilegio di cantare con Lucio Dalla in una puntata de’ I migliori anni, programma che ho condotto con Carlo Conti. La prima cosa che ho pensato dopo l’esibizione con Lucio è stata: “Io ora mi posso anche fermare, sono assolutamente appagata”. Ho un ricordo dolcissimo di quell’incontro. Lucio aveva la grande dote di metterti a tuo agio. Durante le prove tremavo ed ero molto emozionata ma Lucio mi mise subito a mio agio dicendomi che era tutto suo il piacere di conoscermi. Iniziammo a cantare e a metà dell’esibizione lui si fermò e mi disse: “Io questa canzone l’ho cantata con tutti ma l’emozione che mi stai trasmettendo tu non me l’ha mai trasmessa nessuno, si vede che la canti per qualcuno”. Ho avuto il piacere di sentirlo il giorno dopo la diretta, in quanto lui mi ha ringraziato dell’emozione che aveva provato nel cantare con me. Aveva infatti intuito che quella canzone era legata a dei miei ricordi personali.

Pierdavide: Io ho il ricordo legato alla esibizione di “Nanì” a Sanremo 2012. Verso fine 2011 vissi anche io le stesse sensazioni che ha descritto Roberta, ma il mio tremore era diverso perché era quasi “accademico”. Mi presentai a casa di Lucio con il quartier generale della Sony ed io ero col cd che avevo registrato nel mio piccolo studio domestico, chitarra e voce: c’erano le canzoni che nella mia testa dovevano poi rappresentare il mio terzo album. Avevo raggiunto un tipo di popolarità di stampo “nazional popolare” e ritrovarsi là con Lucio Dalla era come passare dal Liceo all’Università. Dovevo piacere a quello che accademicamente era conosciuto come il cantautore della musica italiana e non era semplice. Dovevo cantare alcuni miei pezzi ma io non sono bravo a fare delle playlist di me stesso. Quindi iniziai con “Il twist del sud”, che ricevette da Lucio una reazione tiepidina; “Basta Così” iniziò ad attirare la sua attenzione, fino ad arrivare a “Nanì”. Durante l’ascolto di quest’ultima a un certo punto lui fermò lo stereo; dopo aver pranzato assieme, me ne tornai a Roma incerto dell’esito dell’incontro. Mi ricontattò Lucio dopo una decina di giorni, quasi rimproverandomi che non l’avessi richiamato dato che secondo lui stavamo già lavorando insieme. Avevo quindi scoperto con quella telefonata che avrei fatto un disco con Lucio Dalla e che il suo invito a pranzo era la conferma che il suo era un sì. Penso che “Nanì” sia stata l’esperienza più meravigliosa della mia vita. Lucio considerava la forza e l’importanza di quel brano come quella del “4 marzo”, come disse a Vincenzo Mollica durante una intervista in cui io, imbarazzatissimo, ero presente.

Roberta, nel 2011 hai inciso il disco “È soltanto una favola”, ossia la favola di chi partendo dalla Calabria arrivava in TV. Già in quel disco si evidenziavano le tue capacità canore e in “A mano a mano” abbiamo ritrovato la tua voce graffiante che hai posto nelle interpretazioni di alcune pietre miliari della musica italiana contenute in quel disco. Quanto la musica sarà preponderante nel tuo prossimo percorso artistico?

Credo in assoluto che la musica sia l’antidepressivo più potente a disposizione che mi ha sempre confortata in questi anni. Io da bambina avevo problemi legati alla voce, non mi era permesso di parlare ad alta voce perché per settimane non riuscivo poi ad emettere il suono. Crescendo la cosa si è attenuata ed è quasi sparita. Ricordo che un giorno ero sola in casa e ho cominciato a cantare a voce bassa e ho scoperto che un po’ di voce c’era e da lì mi si è aperto un mondo. Ho iniziato quindi a coccolare la mia voce e, anche se non ho sempre creduto in me stessa, ho avuto persone che mi hanno guidato e che mi hanno sostenuto, come mio padre. Oggi sono più forte e sono tornata a cantare con una consapevolezza diversa, abbandonando la timidezza di prima. Ci credo nella musica, non è un capriccio, e quando parlo della musica come una coccola e una carezza è proprio quello che ricevo quando canto, un momento in cui mi sento libera e senza filtri.

Pierdavide, il 2020 è stato un anno particolare per te, sei stato un grande lottatore e penso che il messaggio di questa lotta sia contenuta in “Forza e Coraggio!”che dovrebbe essere un inno per tutti per diventare più forti a seguito di sofferenze che possono venir fuori da delusioni, battaglie, lotte quotidiane.

“Forza e coraggio!” è la canzone che più mi ha aiutato in un anno e mezzo di lotte, lotte che sono così importanti da farti scoprire delle cose che davi un po’ per scontate. Noi artisti siamo un po’ nomadi e rischiamo di allontanarci da pezzi di cuore che ci lasciamo dietro, ma che rimangono sempre lì e che, finché pulsano, aspettano il nostro ritorno. La mia lotta personale l’ho vinta, ma mio padre purtroppo non è riuscito a vincere la sua perché era una battaglia molto più dura. Mio padre è stato quanto di più vicino al concetto di famiglia io possa aver avuto nella vita: sono stato consapevole di dover tornare in un posto per dire addio o arrivederci a un pezzo di famiglia, poi sono tornato alla mia vita e ho ricominciato la lotta perché bisogna continuare a vivere anche per mantenere il ricordo di una persona. Mio padre ha fatto tantissimi sacrifici perché io potessi fare quello che faccio. E’ evidente che non potrò cristallizzarmi in un dolore immenso che porterò con me per sempre, ma che dovrà essere messo in un posto speciale del cuore e lasciare il resto alla vita. “A mano a mano” arriva propizia, avere subito la possibilità di ripartire dopo una coltellata così forte probabilmente aiuta a cicatrizzare la ferita.

Roberta hai un ricordo, un’emozione che ti evoca la Puglia?

Io sono calabrese e vado almeno una volta all’anno in Puglia, regione molto vicina alla mia, che amo particolarmente perché ho la maggior parte degli amici tra Ostuni e Savelletri. Inoltre ho fatto delle gustose mangiate nella piazzetta in centro a Martina Franca. E’ un ricordo legato agli amici più intimi, che mi mancano particolarmente, ricordi di serate spensierate, di grandi mangiate e di posti pazzeschi che in Puglia avete. Avete una cura del territorio molto elevata. Per me la Puglia, la Calabria, il Sud rappresentano gli affetti che ci riportano alla normalità di cui tutti abbiamo bisogno.

Pierdavide, abbiamo una tradizione musicale in Puglia che ha visto in Domenico Modugno uno dei punti più elevati per la novità canora che ha portato. Cosa apprezzi di più della offerta musicale pugliese odierna?  

La Puglia da ormai 15 anni forse è il serbatoio più grande che c’è per la musica italiana: Negramaro, Caparezza, Emma, Alessandra Amoroso, Diodato, Renzo Rubino, Antonio Maggio, Ermal Meta, che pur essendo di origine albanese ha una italianità rappresentata dalla Puglia. L’Italia deve molto a questa regione, invertendo un trend che storicamente invece non ha mai avuto così tanta presenza pugliese in un contesto più ampio come quello italiano. Io cerco di coniugare le due cose: mi piace molto la musica italiana ma anche la musica tradizionale pugliese (la pizzica, la taranta) di cui si può trovare traccia nelle mie canzoni, come ad esempio nella “Ballata dell’Ospedale”. Sono stato uno dei fondatori dei Terraròss

[gruppo di musica popolare pugliese]

che girano l’Italia e il mondo, ambasciatori della pugliesità nel mondo. Quando loro suonano li vado a sentire e mi buttano sul palco perché sarò sempre un Terraròss, anche se ho fatto delle scelte artistiche diverse, ma il rapporto con la musica pugliese è verace.

Grazie Roberta, grazie Pierdavide per questa intervista che speriamo aiuti a farci percepire la carezza che “A mano a mano vuole dare”.

Grazie a voi e un saluto a tutti i lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e gestiscono un canale musicale su Youtube chiamato “Music Challenge” (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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