MARIELLA NAVA: l’importanza dei “Segnali universali”

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Tarantina, da‌ ‌trentacinque ‌anni‌ ‌sulla‌ ‌scena‌ ‌musicale‌ ‌italiana, ‌ ‌firmando‌ ‌per‌ ‌sé ‌e‌ ‌per‌ ‌altri‌ ‌artisti‌ ‌i‌ ‌più‌ ‌bei‌ ‌pezzi‌ ‌della‌ ‌musica‌ ‌italiana, da “Spalle al Muro” a “Come mi vuoi”. Cantautrice, ‌ ‌produttrice‌ ‌di‌ ‌nuovi‌ ‌talenti, ‌direttrice d’orchestra, interprete ‌raffinata‌ ‌ma‌ ‌diretta, nei suoi testi ‌‌canta‌ ‌la‌ ‌realtà‌ ‌dei‌ ‌nostri‌ ‌giorni. Dall’incontro con Gianni Morandi al progetto Cantautrici, con Grazia Di Michele e Rossana Casale, fino al recente “Segnali universali”. 

Mariella, sei uno dei volti migliori ‌della‌ ‌nostra‌ ‌Italia, ‌ ‌tanto‌ ‌da‌ ‌essere‌ stata ‌nominata‌ anni fa “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”.

E’ bello essere al servizio di una passione, la musica. E’ lei che mi ha scelto, ma da quel momento ho cercato di trasformare questa passione in qualcosa di utile‌, che è possibile ritrovare nelle canzoni e nei temi che mi stanno a cuore, con un’attenzione al sociale. 

Dal 2019, assieme a Rossana Casale e a Grazia di Michele, hai fatto partire il progetto “Cantautrici”, che ha assunto inizialmente una dimensione live e che ora comincia a materializzarsi in maniera discografica col primo singolo uscito a ottobre 2020, “Segnali universali”.

Stiamo ricevendo tanti segnali universali: in questo momento sono prepotentemente e fortemente arrivati nelle nostre vite. Bisogna essere sordi, ciechi e inetti per non capire che dobbiamo cambiare atteggiamento nella vita. É l’amore che ce li manda, l’amore per l’universo, per la natura, per la vita stessa, per noi e per tutto quello che dovremmo preservare per i posteri: noi siamo un piccolo frammento nella storia dell’universo. Bisogna avere un buon rapporto con chi ci ha preceduto e rispetto per chi verrà dopo. Noi dobbiamo lasciare un mondo migliore di come l’abbiamo trovato e questa è una vocazione che purtroppo non abbiamo più e che dobbiamo ritrovare. Questo è il segnale che ci manda l’amore ed è bene che ne abbiamo la percezione corretta e la mettiamo in atto. Io, Rossana e Grazia questi segnali li abbiamo voluti decodificare in musica e parole, trasformandoli in canzone. 


Questo periodo di lockdown, in cui abbiamo rallentato giocoforza i nostri ritmi, ci può aiutare a percepire meglio i segnali universali?

Quando vogliamo concentrarci per ascoltare qualcuno o qualcosa dobbiamo necessariamente rallentare, fermarci e metterci ad ascoltare, come quando vogliamo assaporare un disco: ci sediamo, ci mettiamo le cuffie per non essere disturbati da altre percezioni. Ed è quello che ci sta chiedendo la vita.

Per farci comprendere meglio il messaggio di “Segnali Universali” c’è un bel video che lo accompagna.

É un video disegnato da due artiste grafiche, due nostre fan, Valentina Calvani e Fabiana Iacolucci, che si sono proposte per realizzare questo disegno animato, attraverso un racconto pieno di simbologie, rispettando il modo di essere di noi tre cantautrici. Nel video ci sono tanti simboli che vanno dai numeri a simboli esoterici e onirici. Le colombe sono simbolo della pace e dell’incontro, ma sono raffigurate nel video anche le contraddizioni del mondo, come ad esempio il carrarmato, che rappresenta lo sbaglio della guerra, che non spara colpi che fendono le vite, ma distribuisce cuori. Nel video sono sottolineate alcune frasi ed emerge questa ostinazione del non sentire, del non capire, dell’essere fatalisti, quando invece tutto è nelle nostre mani, nei nostri incontri: nelle decisioni importanti di vita tutto passa attraverso noi. Ci sono io che distribuisco amore su quella che è la più grande nemica della vita, l’indifferenza. Dobbiamo saperla combattere e nessuno può essere un buon costruttore se si lasciano le cose senza partecipare. La partecipazione non è solo quella dei grandi, di chi fa rumore, ma anche della quotidianità: siamo ognuno goccia dell’oceano che dà importanza all’oceano stesso. Ognuno è eroe nel proprio piccolo. Nel video compare anche un sassofono che suona: il corpo dello strumento diventa poi una bocca che è il grido dell’amore, è un SOS che va nel mondo, che continua a gridare amore affinché noi lo captiamo e lo mettiamo in atto. Nel filmato ci sono simboli del bene e del male ma anche del bene che vince sul male. I segnali universali sono anche un po’ storici perché è un tempo infinito e tutto torna come un riassunto finale, attorno ai fiori e alla natura, che deve continuare a vivere, a regalarci la sua bellezza, come la pioggia che diventa acqua fertile per il mondo, deve tornare a prendersi il suo equilibrio attraverso il nostro lavoro e impegno. Le disegnatrici hanno reso perfettamente ciò che volevamo raccontare.

Tu, Grazia e Rossana venite da tre mondi accomunati dal cantautorato raffinato. Questo vostro mix dove porterà?

É una formula chimica molto divertente ed esaltante per noi. Finché questo lavoro lo fai per conto tuo ti basta, ti riempie e ti completa, ma quando incontri un altro artista è un mettersi in discussione su quello che fai perché vai a contrastare alcune regole. E’ un contrasto benefico che fa anche crescere, una contaminazione utile per spostarti un po’ e recepire dettagli nuovi dello stesso mestiere. É bello perché ognuno fa osmosi di ciò che ha messo nel proprio bagaglio con quello che ha messo da parte l’altra. C’è un incontro ma anche una trasposizione di cose, di forze, di gusti: è bello perché noi misceliamo il tutto e non ce ne accorgiamo. Siamo talmente sintonizzate che, quando qualcuna dice qualcosa, l’altra cerca subito lo spazio adeguato per l’ingresso di una nuova idea in quello che stiamo componendo: è tutta arte in movimento. Una volta c’erano i salotti letterali in cui gli artisti andavano, per bisogno intellettuale, per smussare i propri angoli e avere un ampliamento del proprio pensiero, uno spostamento come misura di rinnovamento della stessa idea. Questo non lo stiamo facendo solo al nostro servizio ma anche per le cantautrici che verranno dopo. Stiamo mettendo a punto una specie di concorso per le giovani cantautrici e inoltre ospitiamo, in apertura di ogni nostro concerto, una delle cantautrici che ci ha lasciato del materiale nel tempo o che incontriamo nei concorsi. E’ bello mettersi a servizio di ciò che sarà idea della musica al femminile. E poi questa coerenza che ci ha sempre allineate nella nostra carriera musicale fino a qui! Abbiamo voglia di non sdarci, di non svilire il nostro lavoro, di non venderci al mainstream, ma vogliamo cercare di togliere tutto il superfluo che arriva a sporcare: una vocazione e un amore per la musica come era nata sin dall’inizio.

Hai fondato nel 2013 l’etichetta discografica “Suoni dall’Italia” che dà spazio anche ai talenti emergenti.

Si, è nata perché ho cercato di dare di nuovo voce alla musica italiana, perché era un po’ silenziata e il terreno era un po’ invaso da un tipo di scrittura che la mortificava. Esistono invece tanti giovani che hanno voglia di scrivere e scrivono come la nostra migliore tradizione ha indicato. Ho realizzato un disco “Dalla parte delle bestie” con il bravissimo Mimmo Cavallo, uno dei migliori autori italiani. Poi ho lavorato con il compianto Fausto Mesolella, già chitarrista degli Avion Travel, che ha realizzato il disco “Canto Stefano”, con una scrittura molto particolare: con il prodotto pronto venne da me perché diceva che io amavo la musica. E torniamo all’amore come collante di ogni cosa.

Tra i giovani talenti dell’etichetta discografica c’è Valerio Lysander, che è andato a Londra per capire come poter mantenere la propria tradizione musicale italiana, a vestire il suono di nuovo, per confrontarsi con quello che è il mercato e metterlo al servizio della musica melodica. Dopo esser stato lì qualche anno sta rientrando, dopo aver imparato tanto e ha notato quanto gli stranieri, che cerchiamo di copiare, invece apprezzino la nostra musica e la nostra modalità di scrittura. Ha quindi recuperato la fiducia, mettendo a punto delle canzoni interessanti che presto sentiremo in un album. C’è poi Marco Martinelli, che si occupa di musica e scienza, Luca Zazza, la cantautrice Chiara Raggi, Lidia Schillaci che avete visto a “Tale e Quale Show”. Non è facile di questi tempi emergere perché i talent e le nuove discografie tirano fuori solo rapper e trapper. Manca il talent cantautorale perché si fa riferimento solo al genere dei rapper che è un po’ invasivo, ma non penso che sia giusto seguire un solo genere: il bello della musica è offrire tante sfaccettature e non credo faccia bene anche al mercato stringere così l’offerta. Frequento ragazzi che fanno il genere rap che, quando ascoltano la mia musica, sono i primi a dire che è bella: anche se non la fanno ne sono attratti. Quindi non escludo che possano coesistere questi due stili. Sono generi differenti ma esistono entrambi, non sono in conflitto, sono due maniere diverse di vestire il proprio interesse musicale.

C’è un percorso in cui da Epoca, tuo album del 2017 in cui canti la realtà virtuale, il nostro correre, i click, tanto da non saper più dov’è Dio, il “Povero Dio”, tuo singolo uscito durante il primo lockdown, periodo in cui ci siamo fermati e abbiamo percepito i “Segnali universali”?

É un filo conduttore, una trama che non appartiene solo a me, che ne sono la rilevatrice, ma che appartiene alla nostra esistenza. É da un po’ di anni che siamo caduti nel vortice del virtuale, siamo molto proiettati nel futuro ma improvvisamente questo futuro ci ha spaventato e ci ha messo in guardia. Prima eravamo quasi entusiasti e anche l’essere più robotizzati nel lavoro e nello studio sembrava quasi che fosse un conforto. Ora stiamo iniziando a capire che dobbiamo riprendere un controllo umano della nostra vita, che dobbiamo rimettere nel luogo giusto l’informatizzazione della nostra vita, per riprenderci tutto ciò che è umano e sentimento. Siamo stati richiamati dal sentimento, l’elemento più penalizzato perché non c’era più tempo di ascoltarci e sentirci da dentro: dovevamo solo correre, dalla sveglia, ai mille impegni, al chiudere i giorni senza averne avuto neanche il senso e la misura. Qualcuno ci ha detto stop e abbiamo capito tante cose che necessariamente sono collegate. Come Dio e la fede. La fede non è altro che un indirizzo di vita, una indicazione, è il metodo che ci porta a credere in qualcosa per avere una vita tonda che ci porta verso l’ascolto dell’altro, verso l’aiuto, verso il prossimo. Così dovrebbe essere ogni fede. Questo lo abbiamo perso ma forse ora lo stiamo ritrovando. Il racconto da “Epoca” a “Segnali universali” è su questo filo di ragionamento.

Che cos’è la musica per te?

Me lo chiese la prima volta Pippo Baudo quando salii sul palco di Sanremo nel 1987. Mi fece proprio quella domanda. E io risposi “Il respiro”.

Parliamo della tua carriera e del tuo percorso artistico, che partì anni fa da una ragazzina che viveva a Taranto. In che maniera ti sei approcciata alla musica?

Da bambina entrò in casa, nel nostro appartamento al quinto piano in un condominio tarantino, un pianoforte verticale che mia madre comprò per far studiare mia sorella più grande di qualche anno. Tutti erano eccitatissimi, ma per me era un mobile e non capivo perché c’era tutto quel movimento in famiglia per un mobile [ride]. Mia madre cercava un muro adeguato per questo mobile, che era come un altare, e mi dicevano “non lo toccare”! Mia sorella prendeva lezioni, ma ne ero attratta e volevo suonarlo anche io. Questi divieti che ricevevo amplificavano ancor più la voglia: ricordo che piangevo, volevo stare con la mia sorellina quando suonava. Quindi mi mettevo lì vicino a lei, dietro, con la mia bambola, e assistevo alle lezioni e quando l’insegnante faceva domande, io da dietro rispondevo prima di mia sorella. A un certo punto fu proprio l’insegnante che fece notare a mia madre che ero più ricettiva di mia sorella e quindi mia madre, anche se all’inizio era preoccupata, fece studiare anche me. Io mi appassionai e da quel momento non ho più mollato la musica che è diventata il motivo primo della mia esistenza. Oltre al pianoforte ho studiato composizione, per capire cosa ci fosse a fondo della musica, non solo per eseguire i brani ma anche per capire come si scrivessero.

A questo punto pensasti di iscriverti a qualche concorso.

Successe che, mentre ero al Liceo musicale e studiavo musica, frequentavo anche il Liceo scientifico Battaglini: fu il periodo in cui iniziai a scrivere delle canzoni che ricevevano gli apprezzamenti dei miei compagni di scuola. Col tempo presi coraggio a dire che le scrivevo io e gli amici mi incitavano a scrivere alle case discografiche. Avevo partecipato a un concorso cittadino a Taranto, “Centocittà”, ma ero ancora in mezzo ad esami di scuola, al conservatorio e non era facile contemplare tutto. Poi nel 1985 composi “Questi figli” che fu la prima vera messa a punto della mia carriera. Mandai quindi una cassetta a Gianni Morandi con su inciso quel brano, assieme ad una lettera di accompagnamento con il mio numero di telefono. Dopo un po’ mia madre ricevette una chiamata proprio da Gianni Morandi che mi cercava! Al momento non ci credetti che fosse lui. La canzone fu incisa da Gianni nell’album “Uno su Mille”. Lui poi venne a Taranto a presentare le sue nuove canzoni al Teatro Fusco. Accompagnata da mio padre, andai a conoscere Gianni in teatro ed egli presentò me alla città dicendo “Voi avete l’autrice della canzone che sto per cantare”.

Sei nata a Febbraio e per ogni italiano il mese di Febbraio è indissolubilmente legato al Festival di Sanremo. Qualcosa accadde nel Febbraio 1987. 

Io ho compiuto quel compleanno iniziando anche la mia carriera da cantautrice. Dentro “Epoca” ho riportato la frase che noi nasciamo due volte, abbiamo due compleanni, uno anagrafico e uno quando scopriamo perché siamo venuti al mondo. Quello era il mio lavoro, doveva esser la mia vita, nascevo sul palco di Sanremo con “Fai Piano”. Poi ancora nel 1988 con “Uno spiraglio al cuore”. Dopo questi due Sanremo nelle Nuove Proposte decisi di far uscire il primo album “Per paura o per amore”, con cui vinsi il Premio Tenco come migliore opera prima e lì ho cessato di essere nuova proposta [ride].  

Poi, come autrice, hai scritto “Come mi vuoi” per Eduardo De Crescenzo per la sua partecipazione a Sanremo 1989, canzone interpretata anche da Mina nell’album “Sorelle Lumiere” del 1992. E’ stata anche questa una grande emozione?

Ogni volta che Mina tocca qualcosa la fa diventare evergreen! L’ha messa subito nella zona delle canzoni che non tramonteranno mai, che sono state onorate dalla sua interpretazione. Lei non canta solamente ma pone una luce nuova su ciò che interpreta, quindi per me è stato un bellissimo regalo.

Poi avviene l’incontro con Renato Zero.

Maurizio Costanzo mi invitò al Maurizio Costanzo Show tante volte, parlò di me come promessa, mi fece cantare una canzone che era stata censurata, “Dentro di me”, che parlava d’amore. Poi con l’album “Il giorno e la notte”, che conteneva quel brano, mi fece conoscere a tanti interpreti del tempo, come la Vanoni e lo stesso Zero che da lì mi chiese di scrivergli una canzone. E nacque “Spalle al muro”, che mi dette il passe-partout per arrivare tra i big nel 1991. Io arrivai ultima nella classifica con la mia canzone “Gli Uomini”, ma questo era un di più avendo avuto la responsabilità della scrittura della canzone di Renato Zero: volevo che Renato avesse il suo podio e il faro addosso. Renato fu grandioso, interpretò il brano in modo incredibile, il Sanremo era suo. Posso dire che nonostante sapessimo di portare una bella canzone, nessuno, neanche io, neanche Renato, neanche i collaboratori, nessuno si aspettava che quella canzone arrivasse al cuore. Ho vissuto tanti Sanremo, ma come spettatrice o concorrente non ho mai vissuto qualcosa del genere dopo l’esecuzione di un brano: il teatro Ariston si rivoluzionò, finanche i presentatori Occhipinti e Fenech non ebbero modo di andare avanti con la scaletta in quanto il pubblico non si placava, voleva a grande richiesta il bis che era impossibile per una gara. Io ero dietro le quinte a seguire Renato nel monitor e quando è uscito dopo l’esecuzione mi chiese “che è successo Mariè” e io gli risposi “per me hai vinto”. Ci guardavamo e non sapevamo che fare, perché sentivamo quel boato dal teatro. Ci infilammo in macchina e continuava dietro di noi questo trambusto, per strada, nei ristoranti, qualcosa che non posso dimenticare e che non ho mai più visto.

Hai scritto per Ornella Vanoni, Syria, Loredana Bertè, Irene Fargo, Annalisa Minetti, Tosca, Gigi D’Alessio, Andrea Bocelli, Mango, Lucio Dalla, Mia Martini. Siamo molto affezionati a un regalo che hai fatto a una tua conterranea, Mietta, per la quale hai scritto nel 1991 “Il gioco delle parti”.

Lei è una donna meravigliosa, solare, è la donna verace del Sud, quella bella, che ti porta entusiasmo. Quando mi chiese di scrivere qualcosa per il Festivalbar, dove andò benissimo, mi riferii a qualcosa di pirandelliano. Ho scritto perché è una bella voce di quelle che ti fanno capire come la musica dovrebbe essere cantata. “Il gioco delle parti” ha una sensualità di fondo perché racconta il primo approccio che due persone stanno avendo, due persone che si stanno misurando, stando di fronte, con la scelta del cibo da fare. Mietta ha queste caratteristiche di sensualità ed era la figura giusta per raccontare un momento così, attraverso il menù la conoscenza di due persone che si stanno piacendo e per questo devono trovare la chiave giusta per incontrarsi. Avendo quei connotati timbrici vocali importanti lei potrebbe ancora pensare a cantare per grandi autori, avendo cantato per Minghi, Panella, Mango, ora potrebbe cantare di tutto. Lì si è conclamata la mia figura di autrice ed è stato più facile il mio percorso.

Nel 1992 scoppia Tangentopoli e ti presenti a Sanremo con “Mendicante”, brano in cui c’è un attacco frontale, con la potenza della parola, verso il malcostume italiano.

Verso quella politica che non amiamo più perché l’abbiamo un po’ smascherata, verso quella politica che ti dà la carezza per poi chiedere, che ti fa qualche favore per un voto, verso quella politica che vorremmo cancellare dalla storia italiana. Quando è stata screditata avevamo avuto dei momenti di rivolta popolare, figure in vista prese a monetine dalla gente. Feci ascoltare questa canzone a Forattini, che subito mi disse di trovarsi in linea con il contenuto della canzone che tirava fuori l’aspetto piccolo del politicante che va a mendicare i voti. Volle quindi regalarmi il disegno della copertina. Molti dicono che “Mendicante” sia ahimè ancora attuale, ma vorrei che superassimo queste pagine. Anche Bertoli portò nello stesso Sanremo “Italia d’oro”, che trattava di altri malcostumi italiani. I tempi erano maturi per portare questi temi sul palco di Sanremo, ma forse più maturi per gli uomini; per me che sono donna è stato sempre un po’ ardimentoso ma mi piaceva l’idea di avere questa sfacciataggine di raccontare, secondo il mio punto di vista di donna che cresceva, che aveva questa percezione delle cose, anche in una vetrina festivaliera.

Nel 1994 torni a Sanremo con una canzone, “Terra mia”, in cui parlavi del nostro Sud, ed in particolare della nostra Puglia con un testo misto tra l’italiano e il dialetto salentino.

Esatto! In salentino, e non, come molti pensano, in siciliano o calabrese. E’ “meridionalese”. Ho voluto coniare così una mistura linguistica, dialettale in cui ci possiamo trovare tutti, con queste finali in -i e in –u che sono derivanti dalle dominazioni greche che molti luoghi del Sud hanno subito. Questo meridionalese colpì molto Baudo che amava la Puglia e diceva che questo Salento è ben rappresentato nella forza della gente reattiva, gente che non ci sta a sentirsi parlare addosso, a sentire evidenziate solo le negatività della propria terra, viste le cose buone fatte nella storia e in tutti i campi, dalla scienza all’arte. Alla fine viene fuori questo riscatto della gente ma niente è mai dovuto, bisogna conquistarlo ogni volta. La canzone era un po’ strana per il Festival ma mi fruttò l’allora Premio della critica, che si chiamava Premio Volare, con la firma di Domenico Modugno. Pensate come possa io essere contenta di avere nella mia bacheca questo premio firmato da Domenico Modugno. Lui e Sergio Endrigo hanno scritto pagine immortali della musica. 

Oggi ci sono dei nuovi cantautori che stanno portato la Puglia nel mondo, oltre Albano, Diodato, Renzo Rubino, Antonio Maggio, Pierdavide Carone. Quanto ancora può dare il cantautorato pugliese al panorama musicale nazionale e Internazionale?

Da sempre siamo altissimi nella qualità della produzione e poi io scopro sempre nuovi talenti. Aggiungerei anche Franco Simone, molto seguito nel mondo, nell’America del Sud. Ricordiamo anche Caparezza e Bungaro, un altro autore molto quotato e cantato. Ci sono poi tante belle voci, come Barbara Eramo e Mario Rosini. Renzo Rubino è un nuovo cantautore ma molto molto interessante. Infine come non ricordare Mimmo Cavallo, ma tanti altri, anche personaggi, attori, sportivi, che la Puglia regala da sempre.

Altre partecipazioni a Sanremo, nel 1999 con “Così è la vita”, in cui arrivi terza, nel 2000 con “Futuro come te”, in coppia con Amedeo Minghi, e nel 2002 con “Il cuore mio”. Vorrei che ci soffermassimo su una canzone che ha un significato interpretativo che è stato sottovalutato, che è “Futuro come te”, che cantava questo futuro virtuale che muoveva i primi passi.

Ora siamo distanti ma collegati e questo è stato il grande salto che ora ci conforta. Ed era quello che cantavamo io e Amedeo: all’inizio del 2000 la chat, il potersi vedere, comunicare i propri bisogni, in tempo reale, non era ancora così possibile, eravamo agli albori ma noi già con quella chiocciolina sulla copertina del disco esprimevamo un percorso che stava iniziando, comunicando quale sarebbe stato il futuro, e lo cantammo come se i due pianoforti uno di fronte all’altro fossero gli aggeggi con cui siamo in collegamento oggi. Siamo stati pionieri su quel palco di quel modo di comunicare che avrebbe cambiato il mondo.

Ti sei spesso trovata a cantare brani in appoggio a tematiche sociali importanti: è questo il dovere di un artista, accendere i riflettori là dove ci sono delle tematiche da affrontare?

Chiunque abbia una sensibilità sceglie un metodo per farlo. Io prendo per buono il detto “scrivere è un modo bello di parlare senza essere interrotti” e io lo scelgo e lo traspongo nella musica. Mi piace che qualcuno, in un momento qualsiasi, possa prendere un pensiero mio, raccoglierlo e trovarsi anche d’accordo. Quando nelle canzoni faccio cadere qualcosa, che non riguarda solo me o qualcosa che ho raccolto da qualcuno, ma qualcosa anche che va un po’ oltre ma che riguarda una moltitudine di persone, il razzismo, il pregiudizio, l’indifferenza, l’intolleranza, il racconto di una condizione come l’anzianità, un racconto della violenza contro le donne, il racconto della sicurezza sul lavoro, di disagio, mi piace farlo con la carezza della musica. “Piano inclinato” ad esempio racconta una condizione sanitaria in cui si è isolati a combattere contro un male aggressivo come l’HIV. Ora ci siamo tutti quanti in questo braccio di ferro: il coronavirus ci ha costretto a difenderci in un combattimento a fronte aperta per poter vincere e tornare alla vita. 

Nel 2004, quasi venti anni dopo dall’incontro con Gianni Morandi, vivesti una situazione analoga.

Sì, con Dionne Warwick, che tra l’altro ho sentito di recente per gli auguri per i suoi 80 anni: è stato un bel ritrovarci. Si ricorda perfettamente di quei giorni vissuti nella sala di registrazione col grande Maestro Renato Serio. Ci siamo incontrate in Vaticano, ove eravamo entrambe per un concerto. Non avrei immaginato che in un momento di pausa lei si avvicinasse ad ascoltare quello che stavo suonando al pianoforte. Mi chiese se avessi mai scritto canzoni in inglese e alla mia risposta negativa, lei mi incitò con un “Do it!”, “beh fallo”, e quindi l’ho preso come monito buono e mi sono cimentata. E’ nata quindi questa canzone in italiano e inglese che inviai per e-mail. Lei mi rispose dicendo “Vengo in Italia per cantarla”. E’ diventata poi l’inno dei mondiali di sci del 2005 e ci ha unito.

La candidasti anche per Sanremo, come le canzoni che hai incluso nell’album “Sanremo sì, Sanremo no” ove, oltre ai brani che hai portato sul palco dell’Ariston, ci sono i brani che hai proposto ma che non hai mai potuto cantare al Festival. Quale è oggi il tuo rapporto con l’evento sanremese? 

É come se Sanremo avesse due storie differenti secondo me: fino a un certo punto della sua vita ha avuto voglia di avere in sé dei personaggi che raccontavano un po’ tutta la musica popolare, mentre da un po’ di tempo ha preso un indirizzo diverso in quanto va sempre verso un solo genere musicale, molto attuale, quello del mercato. Ogni tanto fa il contrario e, in tutte queste novità, inserisce qualcuno del passato. Non essendo io né giovane né storia, come tanta parte della musica, non posso che essere spettatrice.

Ti vogliamo ringraziare per questa lunga intervista. Gli auguri che ci facciamo è aiutarci con la tua musica a guardarci dentro e percepire i segnali universali.

Bellissimo trovarci. Vi auguro di poterci vedere personalmente, a concerti non solo miei ma anche dei colleghi per tornare alla normalità della vita e che questo diventi un ricordo, difficile e brutto, un passaggio stretto che ci ha rinnovato e ci ha reso migliori per domani. Intanto buon 2021 a tutti i lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.

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