Leiner, “canto l’amore per la mia famiglia adottiva”

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Colombiano di nascita e italiano d’adozione: il suo ultimo singolo “Casa nostra” è un urlo di gratitudine per le fondamenta della sua vita, la famiglia che lo ha cresciuto. Da X-Factor 2014 ai Dear Jack, fino alla carriera da solista. 

Il 18 dicembre, poco prima di Natale, è uscito il tuo singolo “Casa nostra”. Di cosa tratta questo brano?

“Casa nostra” è il mio primo singolo da solista dopo svariate esperienze; parla dell’amore per la mia famiglia adottiva, parla della mia storia, e vuole essere un po’ un urlo di gratitudine verso ciò che ho nella mia vita e verso le sue fondamenta, ossia la mia famiglia. Questa è la mia casa del cuore, la mia “home”, perché di case, di “house”, ne ho abitate anche prima di essere adottato. E’ molto importante per me la casa perché negli ultimi anni sono stato molto lontano da essa: due anni a Viterbo, a Milano e solo l’anno scorso sono ufficialmente tornato nella mia abitazione familiare, in provincia di Vicenza. 

Per esprimere ancora meglio il significato del brano, è stato creato un video particolare, emozionante.

Il video inizia con un frammento importante ovvero gli attimi prima di incontrare la mia famiglia adottiva, in Colombia. In tutto il video c’è un continuo contrasto tra il Leiner di allora e quello di oggi. L’importante era far arrivare il messaggio della canzone, ovvero della casa e della famiglia. Grazie a Manuel Bragonzi, Presidente dell’Associazione dei figli adottivi, siamo riusciti a recuperare altre testimonianze, oltre la mia, degli altri “primi incontri” con le famiglie adottive. Il video è importante anche per testimoniare l’esperienza delle coppie che fanno un percorso per arrivare all’adozione, un percorso difficile che può richiedere anche molti anni. I miei hanno atteso solo un anno e mezzo: il percorso non è stato così tumultuoso per loro, ma il suo completamento è stato un bel momento anzitutto per loro. 

Perché hai scelto il 2020 per comporre una canzone sull’adozione?

Perché le cose nella mia vita sono arrivate quando dovevano arrivare. L’adozione è stata una cosa bellissima nella mia vita ma mi ha portato un po’ di distacco dalla realtà, e non ho quindi avuto sempre la capacità di esprimermi al meglio. Gli ultimi cinque anni li ho passati a vivere esperienze e ad imparare; poi mi sono fermato, mi sono guardato allo specchio, e ho pensato che fosse arrivato il momento giusto. Poi è arrivata la canzone giusta.

Per molto tempo hai fatto anche ballo.

Ho iniziato il ballo in modo terapeutico. In seconda elementare, dato che ero molto iperattivo, incontenibile, i miei dovevano trovare un modo per farmi sfogare [ride]. Una mia compagna di scuola faceva hip hop e mi sono cimentato anche io: è stato amore a prima vista! Da quel momento ho continuato per dieci anni, vivendo il ballo anche a livello agonistico, facendo gare anche in Europa.

Poi nel 2014 hai partecipato a X-Factor, capitanato da Fedez.

Era il primo anno di Fedez! Arrivò un momento nel 2013 in cui avevo smesso di ballare da circa un anno: avevo gli idoli nella mia testa, Justin Timberlake, Michael Jackson, e vedevo che oltre alle doti canore erano performer a trecentosessanta gradi, e mi dicevo che avrei voluto essere così. Il ballo mi aveva dato soddisfazioni e quindi mi sono cimentato anche nel canto, e il mio primo banco di prova è stato X-Factor a sedici anni.

Poi arriviamo al 2016 in cui sei frontman dei Dear Jack e partecipate anche a Sanremo. Che esperienza è stata?

Veramente formativa. Ciò che mi ha dato lavorare in un gruppo mi serve tuttora e mi servirà sempre. Ho avuto modo di fare Sanremo, di fare un tour, di cantare negli stadi di tutta Italia; abbiamo cantato per il Papa, esperienze a volte troppo grandi per me che avevo solo diciotto anni, e molte cose ho fatto fatica a gestirle al meglio. Una esperienza che mi porterò per sempre nel cuore: confronto il mio rapporto con i Dear Jack ad un matrimonio nel quale abbiamo convissuto; poi le cose finiscono. Vista la mia giovane età, sentivo di voler prendere un’altra direzione, e le strade si sono divise solo a livello artistico e non personale.

Che esperienza è stata Sanremo?

Ci sono tante esperienze, tipo X-Factor, che le immagini in un modo e poi si rivelano in modo diverso. Sanremo invece è proprio come lo vedi in TV! E’ il vero festival della musica, gli artisti sono tutti lì, conta ciò che dici e ciò che vuoi esprimere con la musica. E’ un palco impegnativo, e ho risentito il fatto che avessi diciotto anni e che non fossi ben centrato a livello umano e mentale. Ho sentito il grande divario professionale tra me e i grandi artisti, come Patty Pravo, che erano con noi a Sanremo.

“Casa nostra” sarebbe stata una canzone giusta per la platea del Festival?

“Casa nostra” è un pezzo bello ma anche intimo, non è quella canzone in cui chiunque ci si può rivedere, è molto personale. A Sanremo bisogna portare qualcosa di identificativo per la maggior parte delle persone. Ci stiamo lavorando e vorrei arrivare con qualcosa di innovativo.

Poi dal 2017 al 2019 musical!

Quale miglior modo di potermi cimentare in tre discipline contemporaneamente se non con il musical. Era l’esperienza che cercavo. Ho avuto modo di fare di recente “Priscilla” interpretando personaggi lontani da me e ci si scopre molto in questa sperimentazione. In America molti artisti fanno musical, ma in Italia non c’è la stessa considerazione. E poi fare musical significa esibirsi nei bellissimi teatri che abbiamo in Italia, come gli Arcimboldi a Milano e il Valli a Reggio Emilia. Sono luoghi meravigliosi che danno un’atmosfera che non sempre un cantante vive. Non sono i palazzetti o i pub. Il teatro è un’altra cosa.

“Cosa nostra” contiene all’interno diversi stili musicali. Quale genere ti rappresenta meglio?

Io di base sono pop, musica accessibile a tutti. Penso però che anche un cantante pop possa intraprendere diverse sonorità in una stessa canzone. Anche il gospel, contenuto in “Casa nostra”, è ben ponderato al messaggio del brano: se devo dire “casa nostra la proteggerò”, e devo trovare un mood per rappresentare al meglio quella parte lì, il gospel è ciò che più esprime l’animo. Ho scritto molte canzoni diverse tra loro: se sei arrabbiato magari ci butti del rock. Non vedo quindi il problema nel diversificarsi, mentre spesso si ha la mentalità che se si azzecca un pezzo, allora quelli seguenti devono essere identici.

Cosa possiamo aspettarci dal tuo prossimo futuro?

Tanta musica! Confido tanto di poter lavorare a livello live dove penso di dare il meglio di me. Mi rende più difficile cantare una canzone in studio piuttosto che su un palco dove posso coinvolgere il pubblico. Ho grandi idee che potrebbero fare la differenza: io vivo di musica ma vivo anche per portare qualcosa in questo mondo. Penso che è quello che tutti gli artisti vorrebbero fare.

Con “Cosa nostra” ci sei riuscito benissimo riuscendo a parlare di un argomento che fino a qualche anno fa era ancora un taboo. Grazie Leiner e al prossimo brano!

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.


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