MIMMO CAVALLO, da quarant’anni “Dalla parte delle bestie”

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Cultura


*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Dall’esordio con “Siamo meridionali” fino a “Dalla parte delle bestie”: il Sud nel sangue e nell’ispirazione artistica, sempre dalla parte degli esclusi e per le verità storiche. L’incontro con il grande cantautore che ha scritto anche per Mia Martini, Zucchero, Gianni Morandi, Fiorella Mannoia. 

Maestro, da quarant’anni la sua musica ha aiutato a costruire l’identità meridionale e a sviluppare l’impegno verso i falsi miti che riguardano il meridione.

Ci sono dei luoghi comuni sul Sud che ho elencato in “Siamo meridionali” [suo primo album del 1980]: occorreva ironizzare su quei luoghi comuni perché mi sono subito accorto che, se il Sud era ammalato, c’era un male anche al Nord e il male era il non riconoscere il ruolo importante che ha il Sud. Mi spiaceva l’idea che al Nord ci fossero delle persone che potevano tollerare il fatto di avere metà nazione colonizzata. Se anche il Sud si fosse sviluppato, come il Nord, ci sarebbe stato un collante sociale, e non solo economico, per diventare finalmente fratelli perché nel 1861 c’è stata una unione “all’acqua di rose”. Il Sud da problema doveva diventare la soluzione e questo era il mio pallino. Anche con “Uh, Mammà!” [album del 1981] ho continuato a scoperchiare la pentola. Ho provato con “Stancami stancami musica” [album del 1982] a dare retta ad un animo più rockettaro. In quell’album è contenuto “Giù le mani”, grande pezzo meridionalista. Quindi il Sud è diventata la principale ragione della mia sopravvivenza artistica ed ancora lo è. Un giorno ho incontrato Pino Aprile, autore di “Terroni”, e questa mia tensione è diventato un CD “Quando saremo fratelli uniti”, che poi è diventato uno spettacolo. Dopo “Terroni” mi chiamavano le scuole ed era strano che dovessi spiegare la storia a modo mio, davanti ai presidi e ai professori di storia. 

Come si è avvicinato al mondo discografico? 

Andavo all’RCA a Roma per far sentire i miei provini: c’era dietro al vetro la persona che ti giudicava. Un giorno uno di questi talent scout mi disse che potevo essere adatto a scrivere pezzi per Gabriella Ferri: scrissi allora quattro canzoni molto belle che la casa discografica non riuscì ad imporre a Gabriella e quindi i brani rimasero inediti. Un brano di questi, “Al bar delle principesse”, l’ha cantato poi Alberto Cheli, che ha interpretato anche un altro brano scritto da me, “Sto male”.  Il mio produttore Antonio Coggio mi chiese se avessi scritto qualcosa di più viscerale. Gli feci ascoltare allora le mie canzoni in dialetto, e lì accadde il miracolo: Coggio impazzì [ride] e mi mise subito in contatto con Tony Cicco, della Formula 3, che abitava vicino Mentana, dove vivevo io. Ci divertimmo a provare assieme questi brani e dopo un anno è uscito il primo album “Siamo meridionali”. All’inizio mi suggerirono di chiamarmi artisticamente Cosma, a qualcuno Mimmo sembrò qualcosa di molto meridionale. E io dissi “Ma come! Io esco con Siamo meridionali e devo vergognarmi di chiamarmi Mimmo?” [ride].

“Siamo meridionali” è una canzone molto sarcastica: c’è, ad esempio, un invito ad approfittare del Sud per costruire le centrali nucleari. Un po’ Edoardo Bennato si era avvicinato a questo approccio. Come fu accolto il disco?

Una volta mi trovai in aereo con Edoardo e parlammo di questa comunanza musicale. Tra noi c’era una assonanza, di fisico, di capelli, di ironia nei testi. A livello di vendite “Siamo meridionali” andò bene ma la casa discografica aveva investito molto per il suo lancio e le vendite non furono all’altezza. Il disco al Nord fu osteggiato, come potete immaginare, ma anche al Sud non fu accolto benissimo. Io credo di essere stato l’unico cantautore che ebbe una promozione enorme all’uscita del disco tanto che alla mi chiese “ma chi sei? Gesù Cristo?”. Fecero millecinquecento valigette di cartone con lo spago, con dentro noci, vino, fichi secchi. Si aspettavano milioni di dischi venduti ma era un disco che “puzzava di stalla”, per autocitarmi, in quanto aveva una pregnanza sudicia. Quindi con il disco successivo, “Uh, Mammà!” si optò per una cosa più orecchiabile e tranquilla. E’ un disco più ecumenico, che avvicina. Volevo che il pezzo trainante fosse “Come on America” dove invitavo tutti ironicamente a trasferirsi al Nord, dove si sarebbero stati bene e felici. Sergio Bardotti ascoltò il disco e disse che il pezzo più forte era “Uh, Mammà!”. Quando un esperto ti dice una cosa del genere ne tieni conto. Io e Coggio capimmo che aveva ragione. 

“Stancami stancami musica” del 1982 esce nel periodo dei punk, della new romantic, dei computer, in un contesto di cambiamento sociale. 

All’epoca abitavo ad Ascoli e, mentre camminavo, lessi su un muro la scritta “Destroyer” e ciò mi fece capire che i ragazzi stavano cambiando. Noi siamo antenne che captano segnali e quella fu una illuminante intuizione, perché stava accadendo un cambiamento. Nell’album c’è la canzone “Giù le mani”, brano arrabbiato che esortava a tenere giù le mani dai nostri vecchi, dai nostri bambini, dalle nostre fatiche, dalle nostre case, dalle nostre donne, dalle nostre cose perché sentivo che questo problema era affrontato in una maniera banalissima. Quando sono arrivato a Torino a undici anni, capii che non eravamo tollerati neanche nel nostro dialetto. Come esclamazione noi non diciamo “oh” ma “nah”, e mi facevano vergognare di questo: gli altri dicevano “toh” e io “nah”. Ma “nah” è in greco arcaico e significa ecco, tieni: ad averlo saputo prima! Ero armato di resilienza, per cui ho affrontato e risolto tutte le avversità. Venivo da un mondo meridionale fatto di miti e di racconti e mi sono ritrovato sotto un cielo di umiliazione, ostile, che mi negava. Nella mia carriera ho fatto anche un concerto contornato da oggetti della mia infanzia: un aratro, una pompa della vigna, un quadro della Madonna di Pompei, e questo spiegava le forti radici col mio territorio. La musica viene da quel mondo ancestrale che vivi quando sei piccolo. E’ lì che si germina il tutto. Anche Zucchero ha questo mondo arcaico e antico che canta spesso.

Proprio per Zucchero lei ha scritto “Vedo nero”: come è nata questa collaborazione?

Io sono molto vicino al mondo di Zucchero, il blues e il rock, anche perché considero la taranta il blues del Salento. Una volta ho conosciuto una persona a lui vicino e gli ho mandato via mail dei provini. Zucchero già mi conosceva e mi stimava musicalmente. Scrissi per lui “Vedo Nero” che gli è piaciuta subito e mi chiamava anche dall’America per raccomandarmi di non dare quel pezzo a nessuno. La versione pubblicata era un po’ diversa dalla mia: il mio pezzo era funky e cattivo, lui invece ha messo la cassa in quattro che l’ha cambiato molto. Quando ha cantato a Verona quel brano davanti ad una marea di gente, ho capito che aveva ragione lui. Zucchero ha un respiro più internazionale, mondiale, io mi considero un cantautore territoriale. Quest’anno è uscito un altro pezzo scritto per Zucchero, “Non illudermi così”. Zucchero lo vediamo bene alla Notte della Taranta, sarebbe pertinente perché lui ha questo retroterra contadino, viscerale. 

Per Gianni Morandi ha scritto diversi brani nel periodo 1984-1987.

Gianni è molto intelligente da un punto di vista artistico, è molto civile. Lui all’epoca abitava vicino a Mentana e veniva a trovarmi chiedendomi se avessi cose nuove da proporgli. Al pubblico è piaciuto molto “Tornare a casa”, scritto di getto di notte mentre tornavo a casa, ma io preferisco “Mi manchi”. Un aneddoto su questa canzone: lui mi chiamò dall’Inghilterra dove stava registrando e mi disse se poteva cambiare “due ragazzi” con “come due ragazzi”, e questo indica la sua grande civiltà. “Rossa” era la bellissima bocca rossa di una mia ex e scrissi quindi una canzone sulla sua bocca.

“Rossa” è contenuto nell’album di Morandi “Uno su mille” che contiene anche “Questi figli”, scritta da Mariella Nava.

Bellissimo pezzo! Ho fatto conoscere io Mariella a Coggio. Quelli di Radio Taranto mi diedero una sua cassetta che portai a Coggio per sentirla assieme. La chiamammo e venne a vivere a Mentana. Poi ha aperto una etichetta discografica perché ha avuto la fortuna di vendere tanto con Bocelli e ha dato un impulso creativo a Renato.

Ha un ricordo di Renato Zero?

Non ho mai scritto per lui ma l’ho conosciuto la prima volta quando facevo i provini all’RCA. Lo scopritore di talenti, Melis, ogni tanto organizzava dei concerti con tutti i ragazzi che frequentavano l’RCA in un luogo che si chiamava “Il cenacolo”. Un giorno mi esibisco io con un pezzo da me scritto, e mai pubblicato, “Lulu”: finita l’esibizione si avvicina un artista vestito di verde pistacchio che mi invitò a dargli proprio “Lulu”, perché immaginava di aprire e chiudere i suoi spettacoli con quel brano. I miei produttori non vollero perché “Lulu” era un pezzo forte. Ma poi Renato dopo poco esplose e persi quell’occasione. 

Sul suo cammino tanti artisti altamente espressivi.

Dopo la morte di Mimì frequentavo Loredana Bertè e le scrissi un pezzo, “Io ballo sola” che a lei piacque tanto perché sembrava che lo avesse scritto lei stessa, tanto che mi chiese di poterlo firmare. Se non hai il mestiere e hai vissuto, sei in grado di esprimere quel vissuto e riesci a dire delle cose, anche se non sei del mestiere. Loredana era un pozzo di cose giuste. Storia analoga per Pietra Montecorvino. Ricordo che l’RCA ci chiese di pensare ad un pezzo per lei, di farla uscire come cantante. Lei voleva cantare qualcosa di mio ma io scrissi una canzone complicata, con tante parole. E’ stato bravo Claudio Mattone a scrivere qualcosa di più semplice e diretto, ”Sud”, che la valorizzò. Sono personaggi che hanno una forza espressiva anche nella faccia e nei modi che riesci anche a tradurre e dialettizzare. Lei dice le cose con la fisicità e non con la dialettica. Stessa cosa per Gragnaniello, ha questa forza viscerale che viene dal basso. Hanno questa carnalità dettata dalle loro esperienze. Anche Fiorella Mannoia, per la quale ho scritto “Caffè nero bollente”, ha questo modo, queste frequenze nella voce che riescono a comunicare, e quella è una vera dote. 

Mia Martini è stata anche sua corista in “Siamo Meridionali”.

Io stavo registrando in studio da Coggio a Mentana e ad un certo punto vidi questa signora entrare nello studio con un cagnolino, aveva un cappello e gli occhiali, e non la riconobbi. Coggio mi disse che era Mia Martini. E lì iniziò un bellissimo rapporto: rimase lì un mese a fare i cori per tutti i brani dell’album. Abbiamo fatto assieme le quattro date della sua ultima tournée nel 1995 ma poi ha deciso di abbandonarci, peccato. Il mio modo di scrivere aveva bisogno di un’artista come lei. Quando scrivo canzoni al femminile mi manca, inconsciamente scrivo per lei, e non trovo, specialmente oggi, un’altra artista al suo livello.

A quando un album di riappropriazioni debite?

Ci stiamo pensando, ho già i brani quasi pronti. Ho una marea di materiale ma ho scritto anche un libro che sto modiicando perché non sono ancora convinto dell’ultima stesura. Vorrei uscire con il cd e questo libro in primavera. 

“Dalle parte delle bestie”, suo ultimo cd del 2014, affronta diversi temi: la ribellione, il lavoro sfruttato, la taranta. Quale è il filo conduttore? 

Parlo degli esclusi, di quelli che fanno parte della mia costituzione. Anche oggi tifo sempre per il perdente. Se vedo uno troppo forte vado in empatia con quello più debole. Mi è venuto normale scrivere un disco per gli ultimi. Già da piccolo stavo dalla parte degli indiani. Nel disco ci sono dei pezzi bellissimi, come “Pummarò” e “Invincibile”, ed è un peccato non avere una casa discografica forte che li faccia ascoltare a più gente. “Bandidonato” racconta una storia di riscatto, perché siamo stati lasciati da qualcuno. Questo poteva essere un brano adatto per Zucchero con quel gioco di parole “band di Donato”, “bandido nato”. L’immagine del disco è una sovrapposizione di una mia foto con un animale, centrando quindi il titolo.

Grazie Maestro per questa lunga chiacchierata e l’aspettiamo con il suo prossimo lavoro.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

*Vincenzo Salamina e Domenico Carriero sono appassionati di musica e conducono un programma su Youtube chiamato Music Challenge (che potete seguire qui). Con ValleditriaNews condividono amichevolmente le interviste a musicisti e artisti noti o meno della scena musicale italiana.


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