Via Verdi, trentacinque anni da “Diamond”, successo internazionale

*di Vincenzo Salamina e Domenico Carriero

Ne parliamo con il fondatore Marco Grati, che ci aiuta a ripercorrere il viaggio nella macchina del tempo, “The Time Machine”, anche titolo del loro ultimo album uscito per festeggiare i trentacinque anni di carriera.

Nel 2020 sono ricorsi i trentacinque anni dall’uscita di “Diamond” e questo compleanno viene festeggiato con l’uscita dell’album “The Time Machine” e del picture disc di “DIAMOND Thirthy-Fifth Dawn” (con 4 versioni della stessa) e del libro “Diamond from my side – I VIA VERDI” scritto da Stefano Spazzi per la Crac Edizioni, che traccia la storia di questa band. 

Il picture disc nasce all’ombra di “The Time Machine”, perché quest’ultimo è un ponte tra passato e presente. L’anno scorso la SONY ITALIA ci ha chiesto di rifare “Diamond” così com’era: questa cosa ci ha incuriosito abbastanza perché nel tempo le cose si sono evolute e niente è più come allora, soprattutto dal punto di vista tecnico. Questo ci ha creato non pochi problemi ma credo che siamo comunque riusciti a fare una specie di miracolo, ma non più per la Sony, per THE SAIFAM GROUP, con la quale è uscito l’album (distribuzione digitale e Cd con la SAIFAM; la versione in vinile per la CIMBARECORD distribuito da “La Discoteca Laziale” e reperibile in tutti i canali di vendita on line come Amazon, Discogs, etc…). Il picture disc esce per il Record Store Day, che è la festa mondiale del disco che si svolge ad Aprile, la quale, causa Covid, è stato prorogato e suddiviso in tre diverse date: la prima a fine Agosto, poi fine Settembre e fine Ottobre; noi abbiamo deciso di uscire nella data del 26 Settembre. Questo EP in picture disc da 12”, e in tiratura limitata, contiene nella facciata A, quella del diamante, “Diamond Unplugged”, una versione inedita in acustico di “Diamond”, versione che abbiamo eseguito a Febbraio ’20 a Sanremo, ospiti del critico musicale e scrittore Michele Monina (noto ai più come protagonista nello scoprire il buono ed il cattivo che c’è nella musica italiana a Striscia La Notizia e nello stesso Sanremo, oltre come scrittore di biografie importati, come ad esempio quella di Vasco Rossi, etc…) ad ATTICO MONINA, e di seguito “Diamond (Live Version)”, che è la versione contenuta anche nell’album “The Time Machine”. Sul lato B, dove sono stampati i nostri cinque volti, c’è una versione remix fatta da Serge Funk, più una seconda remix, forse un po’ più vicina agli anni ’80, realizzata da Cimbamix.

Parliamo quindi dell’ultimo album “The Time Machine”. Qual è il filo suo conduttore?

Questo album non doveva esistere, perché noi abbiamo quattro album nuovi da far uscire, però, siccome erano passati molti anni, ci è sembrato giusto creare un album di passaggio che ci portasse in un viaggio temporale di 30 anni, quindi in una macchina del tempo, “The Time Machine”, che doveva essere il trait d’union tra quello che eravamo e quello che siamo oggi: un’opera di una band che dedica la propria vita a suonare e a fare ricerca continua. Noi siamo musicisti e suoniamo, com’è normale per tutti i musicisti; per il fatto invece che c’è una vena creativa ininterrotta fino a oggi e domani, sempre in evoluzione, beh… di questo ringraziamo il Signore! [ride

Allora Marco, saliamo a bordo della macchina del tempo e facciamo un viaggio nel passato, che è stato molto ben tracciato all’interno del libro “Diamond from my side – I VIA VERDI”, scritto da Stefano Spazzi per la Crac Edizioni. Un excursus su tutta la carriera dei Via Verdi. Da dove nasce la tua passione per la musica?

Io ero piccolino, ma già impazzivo per i Vanilla Fudge e The Rokes, entrambi gruppi di ‘capelloni’ dell’epoca, che mio padre odiava perché uomo di altri tempi ed idee legate più al passato che al presente. Li vidi in televisione e ne rimasi affascinato, ma mi innamorai immediatamente della forma delle chitarre, soprattutto di quelle dei Rokes: a freccia! Poi il caso volle che sotto casa mia ci fosse una “falegnameria” che costruiva organetti. Un giorno il proprietario, che mi vide che curiosavo al solito tra i legni per un piccolo scarto da usare come chitarra ritagliata con il traforo e colorata con le matite, corde comprese, disse: “ti faccio vedere cosa abbiamo fatto”. Aprì la porta e c’era questa lunga catena di chitarre tutte appese ed io, vedendole, sono letteralmente impazzito! La forma, l’odore, il tatto, non te lo so spiegare! Questi bassi bianchi con i battipenna neri, queste chitarre gialle, rosse, blu: è lì che è nato l’amore per questa cosa che io non potevo neanche possedere, perché non eravamo nelle possibilità economiche di permettercele, per quanto ce la vendesse per sole ventimila lire, ma era quello che all’epoca guadagnava mio padre in un mese. Pertanto andavo a suonare quelle degli altri e vi lascio immaginare cosa usciva fuori quando un bambino pazzo attaccava una chitarra elettrica ad un amplificatore! Piano piano poi sono arrivate le mie… ed eccoci qua!

Da allora di percorso ne è stato fatto, arrivando a formare i primi gruppetti incitati da un caratteristico signore, chiamato “Murtatèla” [mortadella]!

Sì! Questo signore era compagno di banco di mio padre: era un energumeno ma con grande cuore, ed anche un bravissimo artista. Aprì un locale chiamato “El Vigolo” [il vicolo] nella zona del porto di Ancona, e lì dentro faceva delle manifestazioni. In quel locale nacque Gigi Sabani, che è stato un personaggio nazionale e fu lui a scoprirlo. Ancona senza volerlo, è stata teatro delle “partenze” di molti artisti, come anche Adriano Celentano, che iniziò proprio da Ancona imitando Jerry Lewis. Questo signore, Murtatèla, in questo locale dove si mangiava anche, faceva suonare della gente, e chiamò me a redimere un gruppo di disgraziati giovanissimi che suonavano come una malattia grave. Io accettai, perché era il compagno di banco di mio padre, per quanto mi riprendesse sempre perché io “facevo sega” a scuola per andare a suonare. Poi mi sentì suonare lì dentro, e sentì rivolgermi arrabbiato a un chitarrista che non capiva: “dammi questa chitarra”, pensando chissà che cosa avrei potuto fare! Finita questa performance, mi ritrovai il pubblico dietro. Io mi sentì in imbarazzo e lui mi disse: “ma tuo padre ti ha mai sentito suonare?”, risposi di no e mi ribatté: “digli che non capisce niente! Tu devi suonare!” e da lì è partito l’input per fare quello che ho fatto e mi ero ripromesso. Quando nel ‘91 con i Via Verdi ci siamo fermati, pensando a ciò, decisi che se mai avessi ripreso il discorso e fossimo ripartiti, il primo album che sarebbe uscito l’avrei dedicato a lui. E così è stato.

Quindi, dicevamo, la nascita dei primi gruppetti: gli ATP e Il Cerchio! Siamo prima dei Via Verdi!

Si, siamo nel 1973, perché poi nel 1974 ho vinto due Festival rock, quindi già un po’di inizio buono c’era stato! Poi sono passato ad un grande gruppo rock marchigiano dove ero bassista, che si chiamava “Il Cerchio”, e poi da lì è partita la mia carriera; nel 1979 l’incontro casuale con Glauco Medori. Eravamo nella piazza più grande di Ancona, Piazza Cavour: io andavo in un verso, lui in un altro e così, entrambi sovrappensiero, ci siamo scontrati. Al che mi giro e vedo questo “nasone” con i capelli lunghissimi fino al culo. Ci guardiamo in cagnesco e per sdrammatizzare gli dico: “Ma tagliati ‘sti capelli che fai schifo!”, anche se pure io avevo i capelli lunghi, e lui rispose: “sei bello te!” E da lì “ma tu suoni?” – “si la chitarra” – e dopo pochi giorni eravamo subito a suonare assieme. Con Glauco prima sono partiti gli HYDRA e poi gli HYRA. Gli HYDRA erano un gruppo di amici che suonava e sperimentava. Avevamo fatto delle buone cose e avevamo contattato delle grosse case discografiche a Milano. Però lì non avevamo nessuno, non avevamo appoggi.

Però quel periodo fu importante perché ci fu l’arrivo di Patrizio Giuliante! 

Con Patrizio eravamo già amici prima; poi è nata questa collaborazione perché lui ha sempre scritto, ha avuto sempre questo dono della scrittura, essendo un uomo molto colto, e ha un grande amore per la musica. In quel periodo anche l’amicizia con Glauco si rafforzò perché ci unimmo con due sorelle e quindi c’eravamo praticamente imparentati. Stavamo sempre insieme, e avevamo fatto questa prima parte del lavoro sperimentale. Poi, con un cambiamento che ci fu, nacquero gli HY.RA, dove il punto rappresenta l’elemento eliminato. Con questa nuova formazione, abbiamo cominciato a ragionare con chi cantava all’epoca, di buttarci sulla musica da discoteca che noi non conoscevamo da nessun punto di vista, perché eravamo lontani da lei milioni di anni luce, a parte il fatto che era un tempo in 4/4 che andava giù dritto, completamente diverso dalle complicate nostre composizioni dell’epoca. Nacquero varie sperimentazioni con gli HY.RA, chiaramente sbagliate, ma alla fine siamo riusciti a pubblicare il nostro primo disco che è oggi introvabile, e dal titolo “Political Program” (Picchio Record). Fu registrato e mixato a Rimini grazie alla “dritta” di un grande amico e speaker radiofonico che oggi trasmette a Radio San Marino, e che ci propose di provare appunto a Rimini dove c’era il “Rimini Recording Studio” di Mario Flores, uno studio di registrazione tra i più qualificati ed importanti in Italia, e dove tra gli altri giravano molti tra gli artisti di Claudio Cecchetto. Rimini-Ancona, 100 km: bellissimo! E’ stato un momento di congiunzione astrale irripetibile. Andammo a Rimini e a nostre spese abbiamo fatto una registrazione in questo meraviglioso ‘studio’ che era tra i numeri uno in Italia in quel momento, gestito da questo immenso produttore che è ed è stato per noi Mario Flores, il quale poi firmò con noi “Diamond”.

Siamo quindi arrivati alla nascita di “Diamond”, siamo nel periodo degli inizi degli anni ‘80 dove, tu ricorderai bene, anche come HY.RA, vi siete approcciati al mondo dei videoclip. Nascevano le prime trasmissioni che trasmettevano musica da vedere, prima Mr. Fantasy, poi l’Orecchiocchio, dove voi partecipaste con un video del brano dal titolo “Future man”, e poi nell’83 “Deejay Television”, di Claudio Cecchetto. Nel 1984, siamo in periodo di grande fermento, soprattutto per quel che riguarda la musica inglese, siamo nel periodo del filone New Romantic, figlia della New Wave e del Synth pop che vengono dal Glam rock dei Roxy Music. Cosa vi siete portati appresso come Via Verdi dall’ascolto di tutto questo fermento musicale che c’era in quel periodo?

La corrente artistica della New Romantic viene dalle grandi esperienze propositive della Romantic degli anni ’70, dei gruppi come Genesis e Yes, il mondo dal quale io e Glauco veniamo. La New Romantic è stato il cavallo da cavalcare per portare avanti questa tradizione, non con un discorso nostalgia ma di innovazione; essa era molto forte in Inghilterra, da David Bowie ai Roxy Music ai Duran Duran. In Italia prende noi, tanto da essere stati definiti l’unica band italiana in grado di competere a livello internazionale con questi grandi nomi: non ce n’erano altri in Italia da questo punto di vista! 

Quindi siamo arrivati a quando gli HY.RA registrano la prima versione di “Diamond” che andrà da Flores. Allora, come si arriva a questo 45 giri non più con la scritta HY.RA, ma Via Verdi? Come si arriva al nome di Verdi e a questa copertina?

E’ stato tutto un gioco che ha inizio da Claudio Cecchetto, forse il più grande talent scout mai esistito in Italia. Claudio aveva dei momenti di scherzo, scherzava un po’ sui Verdi a livello politico: cercavamo un nome assolutamente italiano, che suonasse uguale in tutte le lingue. Verdi è Verdi, è chiaro, però Via Verdi è da intendere nel senso che ha “Via Satellite”; quindi: “attraverso Verdi”, attraverso la cultura e la musica italiana. “Diamond” è piaciuta subito, è piaciuta in Inghilterra, è piaciuta quando abbiamo fatto il video! Noi venivamo dalla profonda provincia, quindi non ci siamo nemmeno resi conto di cosa stessimo facendo e dove eravamo. Avevamo perso la bussola, perché in due mesi è successo tutto. Nel settembre 1985 abbiamo conosciuto Cecchetto, e il 20 novembre eravamo a Londra a fare il video, con un team che aveva già fatto video per Genesis e Pink Floyd. Noi eravamo sempre “tre briganti e tre somari” che venivano dalla provincia, per cui ci siamo trovati in una situazione per noi realmente e comicamente ingestibile. Non ci abbiamo capito niente! Il 12 Dicembre è uscito “Diamond” e prima di Natale eravamo già primi in classifica in mezzo mondo, perché il pezzo è uscito in contemporanea in tutta Europa. Arrivavano i telex dal Messico, dall’Argentina, da tutto il mondo e noi non capivamo niente. C’era un sacco di gente che ci correva dietro per gli autografi e noi prima scappavamo, poi li facevamo! [ride] La gente poverina voleva solo fermarti un attimo e avere una piccola attenzione, toccarti: però se ti toccano in diecimila comincia ad essere un problemino! [ride] A volte per sviare la folla di fan, quando c’era Sandy Marton dall’altra parte della piazza, gridavamo: “Laggiù c’è Sandy Marton!” e tutti dietro a lui e noi ci salvavamo, però a lui magari lo massacravano! Non so… prima o poi glielo chiedo! 

Mantenere poi il successo di “Diamond” era impresa ardua, perché tremilionicinquecentomila dischi venduti non era cosa da poco! Quindi la prima delle più grandi sfide che avete dovuto affrontare era tenere alto questo successo, e quindi “Sometimes” e, subito dopo, uno dei vostri pezzi migliori di sempre, “You and me”.

Chiaramente la produzione cecchettiana, che conosceva bene l’album, ha deciso di far uscire “Sometimes” per il dopo “Diamond” ma, ovviamente, uscire dopo quel successo immenso era un problema. Di “Sometimes” ricordo che finimmo di prepararlo alle 5 del mattino e alle 11 Cecchetto ci voleva a Milano perché era urgente che uscisse appunto il seguito di “Diamond”. Lui era in una giornata no, sentì questa cassetta da noi registrata ed esclamò “ma che è ‘sto schifo!”. Siamo rimasti di sasso e dalla rabbia e la stanchezza ci veniva piangere perché c’avevamo lavorato da bestie e corso come pazzi ma, per lui che era il grande capo, era uno schifo! Poi la stessa notte ci telefonò e, scusandosi per la giornataccia, ci disse che gli era piaciuto molto. Purtroppo negli anni ‘80 in Italia era in voga una brutta abitudine; una persona intelligente, non cambia la squadra che vince, lo vedi all’estero dove si sfrutta la situazione: invece in Italia c’era talmente tanta spocchia, tanto potere, che spesso si permettevano di dividere le band per interessi il più delle volte irrealizzabili e irrealizzati, e fu così che a qualcuno è venuta la grande idea di tentare di manipolare anche la nostra. Questa cosa non è piaciuta assolutamente: è stata sperimentata con “Sometimes”, ma la gente non ha reagito bene. Siamo stati riportati all’ordine dalla casa discografica che era la WEA, la Warner di oggi. Il direttore mi chiamò: “rientrate nei ranghi tutti!”, e così è stato. Ci fu la defezione di Claudio Cecchetto e pochi mesi dopo uscì “You and me”, contemporaneamente con il Festival di Sanremo 1987: una cosa da pazzi, ma siamo riusciti a raggiungere la vetta della classifica con unmilionetrecentocinquantamila copie di dischi in italiano venduti e la band era ritornata quella di prima, con tutto il pubblico non più disorientato tornato a noi.

Marco, all’interno del libro c’è una tua affermazione molto netta dove tu indichi che “I Via Verdi con la italo-disco non c’entravamo assolutamente nulla, eravamo del tutto estranei a questo genere per provenienza, formazione, e composizione”.

Si, confermo! E’ chiaro che il periodo storico era quello, quindi, che i fruitori della nostra musica ci associno alla italo-disco ci sta tutto. Però noi con la italo-disco non c’entravamo nulla: venivamo proprio da un altro tipo di cultura e non cercavamo e tanto meno perseguivamo quel tipo di risultato. 

Sul finire degli anni ‘80 le ultime produzioni, come “Love is a dream”, dal quale poi scaturisce un tour e, subito dopo, lo scioglimento che avverrà nel 1991. Nel 1999 una reunion. Ci vuoi parlare del percorso artistico che porta da quella reunion ad oggi?

La reunion del 1999 l’hanno fortemente voluta il cantante di allora, che era proprio quello che aveva abbandonato la band, e il batterista, che è stato il primo dei due, in pieno successo e con altri due album e sei singoli da fare, ad abbandonala. Proprio loro due in quel momento la rivolevano, tant’è che io e Glauco, che eravamo i padri della situazione, non eravamo d’accordo col ripartire, in quanto eravamo ancora un po’, per educazione diciamo, amareggiati! Ci furono svariate riunioni, poi anche Mediaset ci chiamò in un programma, al quale né io né Glauco abbiamo deciso di partecipare, e dove andarono proprio l’ex cantante e l’ex batterista; da lì poi sono ripartiti i Via Verdi: ci hanno convinti. L’assurdo è che dopo due anni s’è ripetuta la stessa cosa: il batterista per primo fu quello che lasciò la band e subito dopo il cantante! Come si dice: il lupo perde il vizio etc. etc.  Però avevamo già ripreso il via con Glauco, e non avevamo più alcun dubbio della validità del nostro operato, a qualsiasi livello fosse stato. Non cercavamo la notorietà e neanche chissà quali guadagni; abbiamo fatto il nostro percorso che ci ha portato fino alla reunion del 2018, dove ci siamo rincontrati con Remo, abbiamo chiarito un po’ di cose, e siamo ripartiti col piede giusto ed eccoci qua, questa volta tutti convinti ad andare avanti. Ci stiamo divertendo, facciamo delle belle cose e questo ci fa molto piacere: a noi ed ai nostri fan. 

Con la macchina del tempo siamo quindi tornati al presente, a “The Time Machine”. Commentiamo un po’ questo disco.

L’album contiene “Show your face” che sarebbe il singolo dell’album, che però adesso lo riprenderemo, perché secondo me non è stato ancora ascoltato bene, anzi: approfitto per annunciare che a brevissimo, giugno 2021, ci sarà una bella sorpresa. Il brano ci rappresenta molto per quello che siamo ora e dà il quadro esatto di questo nostro proseguire che porta alle cose nuove oggi. Ovviamente non viviamo più negli anni ’80 che sono un bel ricordo, però viviamo oggi! C’è un vecchio detto che recita: “l’artista vive la storia prima degli altri”: vuol dire che non ha ieri, ma ha l’oggi e il domani. Un altro singolo è “Dimmi se”. Poi c’è “Blu”, l’altro brano che non è uscito come singolo, che secondo me meritava più spazio, ma non abbiamo avuto tempo perché il lockdown ha praticamente per ora bloccato tutto. A seguire “You and me” (live version), la versione orchestrale di “Show your face” che è un ‘reprise’, e per ultima c’è la “bonus track” musicale che è “Moonrise”, che è fatta da chitarra acustica e orchestra: abbiamo scelto di metterla solamente nel vinile perché il vinile secondo me è sacro, anche a livello di risultato sonoro. 

Ci dobbiamo aspettare nuove uscite discografiche?

Come dicevo, presto ci sarà un’uscita di un singolo, un 45 giri in vinile in arrivo a inizio estate, ma ne riparleremo. C’è già in lavorazione il nuovo album dove ci sono nuovi inediti, ma causa Covid e lockdown abbiamo deciso di aspettare per lo meno la fine di quest’anno 2021. Anticipo che probabilmente gli album saranno due, di cui uno completamente unplugged ma questa è un’altra storia: ci aggiorneremo.

Grazie Marco per questa bella chiacchierata e ci vediamo per le prossime uscite.

Grazie a voi ed un saluto ai lettori di Valle d’Itria News.

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