Il corpo di Cristo

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Editoriali


Il corpo di uomo è steso sull’asfalto. È il primo pomeriggio di metà maggio, fa caldo. Il corpo è piegato in malo modo, non si vede bene, la foto è fatta da lontano. Vicino al corpo passa un ragazzo, un uomo guarda. Il tempo scorre tranquillamente per tutti, tranne per chi a deciso di compiere l’estremo gesto.

Nel giro di poche ore la foto scattata (una? diverse?) fa il giro delle chat. Sul luogo della tragedia si inizia a raccogliere gente, si chiedono chi fosse. Si ricordano di altri episodi successi nella zona. Non c’è dolore, ma un senso di partecipazione ad un evento pubblico. Un senso di spettacolo. Come se quel corpo lì disteso non fosse di un essere umano, come se il nastro rosso e bianco fosse in realtà lo schermo di un televisore o di un cellulare. La realtà mediata dagli schermi che esce fuori e pervade il nostro modo di stare al mondo. Videodrome.

A ottobre 2020, durante i Colloqui di Martina Franca, don Giulio Meiattini, bibliotecario dell’abbazia Nostra Signora della Scala di Noci, tiene una lezione su come è cambiato il rapporto con la morte: “Tuttavia, bisogna anche rilevare un fenomeno apparentemente contrastante, a quel fenomeno di esibizione persino forsennata della morte che sembra smentire quanto appena detto, ma che a me sembra invece una conferma dell’occultamento della morte attraverso una sua ripresentazione falsata, in certi casi una sua deformazione.In primo luogo, la morte fa oggi il suo gran ritorno nella cronaca nera, sotto forma di omicidi e suicidi dai contorni spesso sconvolgenti, oppure di stragi che riempiono i notiziari e i telegiornali. Con curiosità morbosa in questi casi ci si si sofferma sui dettagli e le immagini più raccapriccianti. Questa morte eclatante e traumatizzante fa notizia“.

La morte, sostiene Meiattini, viene allontanata quando è naturale, quando arriva dalla malattia, ma viene esibita quando è frutto di tragedia. La morte è pornografica. Nella relazione del frate c’è altro. Secondo Meiattini abbiamo perso la ritualizzazione della morte, la capacità di metabolizzare l’evento attraverso passaggi sicuri. Morte e pianto rituale, alla De Martino.

La società mediatica dell’eterno presente non ha creato spazi per affrontare la morte in comunità e non rimane che farlo con gli strumenti con cui affrontiamo qualunque cosa. WhatsApp e il cellulare. È l’unico modo, soprattutto da un anno a questa parte, di socializzare. È la nostra finestra sul mondo, aperta verso dentro e verso fuori. La foto del corpo sulla strada viene condivisa come esperienza e, mediata dai social, perde di umanità. È il paradosso: sentirsi parte della comunità perdendo la propria umanità.

È un prezzo equo da pagare? O forse non ci si accorge del costo, quantificato in dolore, solo perché a pagare sono le vittime, o i loro parenti?

Ogni volta che un giornalista deve dare una notizia si interroga se è di rilevanza pubblica, e qualora lo fosse, è tenuto a rispettare l’essenzialità e l’aderenza con la realtà, e inoltre va spiegato perché un fatto è di interesse pubblico. Esistono regole deontologiche per i giornalisti, perché è un mestiere ormai antico, ma forse sarebbe opportuno che queste regole siano condivise con tutti perché tutti, ormai, siamo potenziali emittenti, grazie ai social e agli smartphone.

Rimane il fatto, però, che non siamo obbligati a scattare foto, e anche se fosse non siamo obbligati a condividerle. E anche se fosse, non siamo obbligati a inoltrarle. E anche se la società mediatica sembra imporci questo comportamento, possiamo evitare di eseguirlo come babbei ogni volta che succede qualcosa che vada oltre la più semplice delle routine. Scatto, condivisione. Scatto, condivisione. E in questo automatismo si perde di vista che quel corpo lì potrebbe essere quello di un fratello, di un amico, di un padre, di un figlio. È il corpo di Cristo, che appartiene a tutti noi. Potremmo essere noi. Nella sua esposizione non c’è redenzione, ma solo esibizione.

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