30 dalla Vlora. Quanto conta avere una buona maestra

Trent’anni fa arrivava nel porto di Bari la nave Vlora, col suo carico di oltre diecimila albanesi. Uno squarcio incredibile nell’Italia che vivacchiava inconsapevole di cosa sarebbe capitato dopo la fine della Guerra Fredda, Tangentopoli e le privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche. Diecimila persone sbarcarono, tutte insieme, nel porto di Bari. Questo racconto è in prima persona e vuole essere una piccola testimonianza di come si viveva all’epoca queste vicende, lontani dai giornali, informati dalle tv nazionali e locali e da quello di cui si discuteva in casa.

Questo è un racconto in prima persona.

Avevo nove anni e frequentavo la terza o la quarta elementare. La nostra era la prima generazione con le tre maestre, che coprivano due classi, unite in una unità didattica. Le prime tre ore con una sola maestra e le ultime due in compresenza. Ero nel corso G del Marconi. Eravamo bambini, troppo piccoli per sapere che la nostra sarebbe diventata la generazione cavia su cui sperimentare le torture del capitalismo senza nemici. L’acciaieria si chiamava Italsider, si facevano i turni, la città veniva spartita col righello, e chi poteva arraffava quanti più soldi, che il periodo delle vacche grasse era finito. L’anno prima la Guerra del Golfo, la scoperta di Saddam Hussein, che arrivava a noi bimbi con tutta la retorica della propaganda, strascichi di giochi di parole, di satira senza senso. Così la Vlora e gli albanesi, gli sbarchi e il terrore di doverli accogliere.

Erano persone vestite peggio di noi, coi capelli “alla albanese”, corti sopra, lunghi dietro. Sembravano più sporchi. Sembravano più poveri. Quella povertà era il vero discrimine e l’atteggiamento della società nei confronti degli stranieri non è mai cambiato. Se sbarchi con lo yatch ti cerco per farmi una foto, se sbarchi col barcone, devi essere respinto.

Non so come chiamarla, se non fortuna. È quella cosa che ti fa stare al posto giusto al momento giusto. Sotto i colpi continui della propaganda e dell’ignoranza, non avevamo nessuno strumento per difenderci. Oltretutto eravamo bambini, assorbivamo come spugne, non mettevamo in discussione nulla, che venisse dalla tv o dai discorsi degli adulti.

Avevamo però, nel corso G della Marconi di quegli anni, una maestra straordinaria. Maria Albanese. L’assonanza di quel cognome coi fatti di cronaca era palese, ma senza significato. Se non fosse che in quei giorni lì decise di palesarsi in tutta la sua potenza. La maestra Maria veniva da Spezzano, era arberesh, discendente degli albanesi immigrati in Italia nel 1500, il suo dialetto era un’altra lingua, era molto simile all’albanese moderno.

Si racconta che nel momento in cui i soldati italiani sbarcarono in Albania durante quel turpe periodo dell’Impero fascista, molti fossero calabresi o pugliesi, arberesh, portatori di quell’antica lingua che arrivò con le navi di Giorgio Castriota Skandeberg e dei suoi successori. Con questi ragazzi in armi i vecchi dei villaggi albanesi delle montagne inespugnabili trovarono finalmente la possibilità di parlare quell’antica lingua, che si stava perdendo con le nuove generazioni. La lingua è un legame di sangue che unisce i cuori.

Così la maestra Maria un giorno ci disse che se avessimo voluto, avrebbe portato uno degli “albanesi” in classe, per poter conoscere di persona la sua storia. Ricordo che ero abbastanza emozionato e un po’ impaurito. Molto impaurito. Non so come la maestra abbia convinto il direttore dell’epoca, Nico Indellicati, ma quel giorno le nostre due classi (la G e la H) si unirono per ascoltare la storia del ragazzo albanese che la maestra portò in classe.

Non so come e dove l’abbia trovato, non ricordo il suo nome o la sua faccia, non ricordo cosa disse. Ricordo solo i suoi capelli lunghi e la maestra Maria che traduceva le nostre domande in arberesh e le sue risposte in italiano. Ricordo che fu la maestra Maria a darci una lezione che col tempo avrei chiamato di umanità e di complessità, uno strumento per difendermi dalle armi della propaganda. La Storia si manifesta nella nostra vita quotidiana in piccoli gesti, e siamo fortunati se c’è un maestro che ci indica cosa sta accadendo.

La storia della Vlora, coi suoi trent’anni di ferite ancora aperte, mi fa venire in mente quanto sia importante per i bambini avere insegnanti che si spendono con la consapevolezza che ogni loro parola formerà la classe dirigente del futuro, o semplicemente gli uomini e le donne del domani.

Non so se quella mattina abbia segnato la mia vita, ma non credo sia un caso che abbia deciso di studiare albanese all’università e quindi di diventare mediatore interculturale, e infine fare il giornalista. Non è sicuramente un caso che ricordi con nostalgia quelle elementari e la maestra Maria Albanese, che spero legga questo mio pubblico ringraziamento. Il mio augurio per i più piccoli è che trovino lungo la loro strada tante maestre Maria.

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