La guerra è colpa mia.

Nel 2003, nel pieno delle manifestazioni contro la guerra in Iraq, frequentavo un laboratorio di scrittura creativa al DAMM (Diego Armando Maradona Montesanto) di Napoli, tenuto dal mio prof di Letteratura Comparata. Universitari ventenni spocchiosi e militanti, che si sfidavano a chi tirava fuori la migliore risposta alla domanda: “Cosa possono fare gli intellettuali per fermare la guerra?“.

Il prof La Guardia, con la saggezza contadina data dalle origini lucane, ci incalzò: “La domanda giusta è: cosa dobbiamo fare perché non accadano più guerre?“.

Il ribaltamento del punto di vista è sempre illuminante e non sempre ci fa stare bene.
Ad un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina è impossibile avere un’idea reale dell’ecatombe. Alcuni siti parlano di 200mila soldati russi morti e di 100mila ucraini, e diverse decine di migliaia di civili. Il numero delle vittime è però segreto militare.

A chi fa cultura, però, sia esso scrittore, blogger, giornalista, insegnante, operatore sociale, militante, imprenditore, assessore, appassionato, radioamatore, i numeri non devono importare, perché anche solo un morto è una persona che non c’è più. Una infermiera ammazzata mentre soccorre un paziente, un diciottenne mandato al fronte senza essere riuscito a dire ad una ragazza “aspettami”, un lavoratore mentre andava in fabbrica, un anziano mentre andava a comprare il pane, un commerciante sparato alla schiena mentre apriva il negozio, un volontario che andava a sfamare i cani terrorizzati dalle bombe. Ogni storia va moltiplicata per dieci e poi per mille. Ogni vittima è un dolore atroce che si apre nei cuori delle famiglie e degli amici, è un vuoto incolmabile, è un’ultima foto, un ultimo ricordo. Come si fa a rimanere impassibili davanti a tanta mostruosità? Come si fa a tifare guerra?

La domanda del prof La Guardia ritorna prepotente in queste ore, nella mia testa: “Cosa ho fatto per rendere davvero impossibile concepire l’idea stessa di organizzarsi per andare ad ammazzare qualcuno? Cosa ho fatto per estirpare l’idea del conflitto armato? Cosa ho fatto per diffondere un’idea di pace fondata sul dialogo e sul compromesso, e non tifare per l’invio di armi e ancora armi?”.

Niente.

Non ho fatto niente per impedire l’abbruttimento della classe dirigente, non ho fatto niente per disinnescare i discorsi dell’odio, non ho fatto niente per evitare le polarizzazioni, non ho fatto niente per decostruire l’etnocentrismo, non ho favorito l’accesso al voto consapevole, non ho informato abbastanza, non ho dato evidenza a chi è impegnato per la non violenza. Non ho fatto niente per spiegare quanto si arricchiscono i mercanti di morte. Forse ho fatto poco, forse mi sono arreso all’acqua calda.

Rimango inerme mentre leggo e sento esultanze per l’arrivo dei carri armati, la paura della minaccia nucleare, l’arrendersi davanti alla propaganda bellicista che, come fossimo rane bollite, poco a poco ci sta convincendo che non è poi così tanto sbagliato andare a sparare ai russi (o a chi volete voi). Provo a tirarmi fuori dalla pentola dove l’acqua calda è piacevole, provo a tirare fuori i pensieri che sono diventati collosi, collusi con la macchina della propaganda che governando la polarizzazione attraverso le emozioni nutre quella parte cattiva di me, che fa pensieri semplici, che divide il mondo in buoni (sempre noi) e cattivi (sempre gli altri), il cui fine è in fondo convincerci che la guerra è pace.

La guerra è un letto vuoto per sempre, quel diario che nessuno continuerà a scrivere, un profilo Instagram senza aggiornamenti. Sono i vestiti piegati nell’armadio, un profumo che non sentiremo mai più, una ciotola vuota, quella risata che vibra ancora nell’aria.

La guerra è dolore infinito, una ferita che non si rimargina, è il regno della morte.
Dovremmo ribellarci prima a questo pensiero.

Scriveva Bertold Brecht

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
Faceva la fame. Fra i vincitori
Faceva la fame la povera gente egualmente.

(fonte foto)

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