Chi comanda in città? La crisi delle Istituzioni e cosa insegna la Storia

Nel giro di pochissimi giorni abbiamo assistito, a Taranto, a due episodi distinti ma in qualche maniera collegati. Da un lato l’azione di tre agenti di Polizia locale contro un corriere, reo di aver parcheggiato sulle strisce e contromano, e dall’altro l’esplosione di un falò abusivo, nel quartiere Tamburi, che ha mandato all’ospedale una quindicina di persone. Da un lato quindi una massiccia presenza delle Istituzioni, concentrate in un punto solo della città, dall’altra la loro totale assenza, nonostante, sembra, già da ore ci fossero post sui social che ne davano notizia.

La correlazione tra i due fatti va cercata in una sorta di mutazione del potere nelle città, dove le classiche istituzioni vedono continuamente eroso il proprio spazio di manovra. Basti pensare alle scelte sull’ex Ilva, che non tengono conto dei desiderata territoriali. Alle Istituzioni e ai loro rappresentanti non rimane spesso che impegnarsi a essere promoter del proprio territorio, per proporlo al miglior offerente, sia esso imprenditore, una film commission, un grosso evento internazionale. Nel frattempo, anche a causa delle sempre più scarse risorse pubbliche, il potere (verbo) di fare le cose diminuisce sempre più. Il fenomeno va però analizzato dal punto di vista storico, perché tutto cambia.

Per il Quotidiano di Puglia chi scrive ha intervistato il docente di Storia Medievale di Unisalento, il prof Francesco Somaini. Per motivi di spazio l’intervista non è stata pubblicata integralmente, e quindi ne riproponiamo qui la versione integrale.

Come cambiano le città?

“Le città non sono certo organismi statici. Cambiano, crescono, a volte si spopolano e si contraggono (i secoli dell’Alto Medioevo ad esempio furono spesso segnati dal fenomeno della cosiddetta “civitas retracta”). In qualche caso addirittura scompaiono. Così come, naturalmente, ci sono centri nati addirittura ex novo, o partendo da insediamenti minori, che crescono di importanza e di rilievo anche molto rapidamente. Pensiamo, per restare alla nostra regione, al caso di Lecce, che nel III secolo a. C. si affianca e poi entro il I secolo d. C. si sostituisce pressoché interamente alla vicina Rudiae messapica. Oppure pensiamo al caso di Foggia, che, come diceva il compianto Jean Marie Martin, massimo studioso della Puglia medievale, si sviluppò in modo improvviso nel XII secolo come una sorta di “città fungo”, per poi trovare grande rilievo sotto Federico II, salvo poi ribellarglisi contro nel 1230, e venendo da lui duramente punita. In questa loro evoluzione dinamica le città ovviamente anche si trasformano. Cambiano le funzioni, cambia il rango, cambia la loro identità economico-sociale, cambia ovviamente anche la loro stessa conformazione fisica. Si pensi al caso delle mura. Nel momento culminante della “Pax romana” le città dell’Impero non avevano ad esempio praticamente più necessità delle mura. Erano diventate delle città aperte. Poi, con la crisi dell’Impero, ogni centro abitato, grande o piccolo, dovette fortificarsi per difendersi dai pericoli esterni. Si dovettero innalzare nuove cinte murarie. Da allora le mura (spesso ampliate con nuovi perimetri più ampi via che le città crescevano) restarono ovunque e per secoli un tratto connotativo fondamentale dell’identità urbana, distinguendo i cittadini (“quei ch’un muro e una fossa serra”, per dirla con le parole di Dante), da coloro che tali non erano. Poi tra Sette e Ottocento, quasi di colpo e un po’ dappertutto, le mura divennero dei manufatti del tutto superati.
Riguardo ai casi di eclisse della legalità cui si riferisce la sua domanda essi fanno certamente pensare ad un generale venir meno della coesione e dello spirito civico, il che rimanda a fenomeni di scollamento e di crisi sociale propri di molte realtà urbane (e non solo urbane) del nostro tempo. Le città e le comunità in genere un tempo si pensavano, per esempio nell’antico Regnum Siciliae, come “universitates civium” cioè come dei corpi collettivi (così venivano chiamate per l’appunto): il che rimandava ad un senso di condivisione che era un fatto importante, pur nelle divisioni sociali o politici. Oggi questo è venuto meno. Ma è un problema che non credo possa trovare risposte soltanto sul piano securitario”.

Sul tema invece dell’autorità, ovvero chi comanda in città, la mancanza di quel senso di comunità di cui fa cenno alla fine, indica anche che c’è una crisi? Ovvero il vecchio potere sta venendo a poco a poco meno?

“Parlando in generale credo che il venir meno, in molte società contemporanee, e segnatamente in Italia, del senso di appartenenza alle comunità, dipenda in realtà da molti fattori. Tra questi però penso non vada dimenticato quello dello scollamento che si è venuto producendo in misura crescente da alcuni decenni a questa parte nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Sempre meno (a tutti i livelli: dal Parlamento alle regioni ai Comuni), i cittadini hanno avuto modo di trovare davvero un’effettiva rappresentanza, il che – unitamente al generale abbassamento della qualità dell’offerta politica – si è tra l’altro tradotto in un crescente senso di estraneità verso la dimensione del potere (politico e amministrativo che sia). Difficile dire, insomma, chi comanda nelle città, perché ogni realtà presenta situazioni specifiche. Ma certo si può dire chi non comanda più, ovvero chi conta sempre meno: e cioè i cittadini. Siamo del resto sempre di più in presenza di una democrazia di “nominati”, in cui le rappresentanze sono di fatto scelte dall’alto. Difficile che questo inneschi senso di identificazione con chi ci rappresenta. Per giunta, nelle città (come più in generale nel Paese), in nome del mito dell’efficienza e della governabilità, si sono ampiamente esautorate le istituzioni rappresentative. Il Parlamento, così come i consigli regionali e ancor più quelli comunali, contano ormai molto poco. Questo credo abbia molto contribuito all’allentamento dello spirito civico generale. I dati del generale calo progressivo della partecipazione al voto mi paiono del resto molto eloquenti in tal senso. La risposta potrà forse venire da un rinnovamento profondo delle singole offerte politiche, ma per riattivare dei veri meccanismi partecipativi credo sia necessario ripensare in modo radicale le forme in cui si determina la nostra vita democratica. A cominciare dalle perverse leggi elettorali che ci siamo voluti dare, le quali, così come sono, sono fatte apposte per accentuare quello iato cittadini-istituzioni che appunto produce il venir meno del senso di comunità”.

Questa situazione sia più o meno la stessa di quella che si è venuta a creare ogni qual volta c’è stato un cambio di regime, nella storia: dall’impero romano ai regni barbari, dall’età moderna passando poi per il periodo risorgimentale e l’Unità…

“È un discorso complesso. Volendo semplificare, diciamo che alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente le figure che vennero in genere emergendo alla guida delle città furono più che altro quelle dei vescovi, che assunsero frequentemente una sorta di funzione suppletiva e dietro cui si ricosceva anche larga parte delle società locali. Per molto tempo i vescovi rimasero figure chiave nei contesti urbani, interagendo con i poteri secolari che si succedettero via via. Poi col tempo si affermarono componenti civiche, che si conwuistarono spazi decisionali e a loro volta animarono delle dialettiche importanti. Anche l’Italia del Sud, che pure non fu terra di liberi comuni (per via dell’affermazione di una forte monarchia), ebbe a lungo una vita urbana assai vivace. Naturalmente ci sono sempre state componenti della società che contavano poco o non avevano voce. Il discorso dello spirito civico si lega però a quanto le diverse classi dirigenti – anche quando erano espressioni di interessi molto particolari e oligarchici – riuscivano in qualche modo a rendersi interpreti di una sorta di visione condivisa. Riuscivano cioè a rendersi in qualche modo egemoniche (per usare un’espressione gramsciana) e quindi ad essere rappresentative di un sentire condiviso. Oggi mi pare che proprio questo aspetto stia molto spesso venendo meno. Ci sono pezzi di società che non si riconoscono più in nessuno. E questo è un dato su cui sarebbe bene riflettere”.

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